Delle persone comuni si è detto: ciò a cui assistiamo è una rimozione della questione climatica, per una serie di ragioni, prima fra tutte a mio avviso il senso di profondo smarrimento che pervade la nostra società. Ma non è di questo che voglio parlare. La vera nota dolente oggi non è la mancanza di bussola di chi è costretto a navigare a vista. Il punto sono tutti coloro che per scelta sono investiti di responsabilità di governo, ai diversi livelli. Costoro non possono non percepire lo sgomento più o meno latente che ormai tutti avvertiamo con l’esposizione a mesi interi di caldo estremo e di anomalie meteo tanto inedite quanto spaventose. Eppure, tranne poche eccezioni, la reazione della politica a questa invivibile estate 2026 è un imbarazzato, assordante silenzio. Non possono non averci riflettuto: deve essere, dal loro punto di vista, l’unica opzione percorribile. Oltretutto, l’accelerazione palpabile della crisi climatica rende ormai inverosimili le rassicurazioni edulcoranti di chi irride al presunto catastrofismo che emergerebbe dagli scenari disegnati dalla scienza. Insomma, una volta cancellato l’attributo dell’eccezionalità a ciò che tutti oggi osserviamo; una volta che la certezza che le cose peggioreranno sempre più si fa rapidamente strada, viene precluso ogni ridicolo espediente manipolatorio teso a minimizzare o ad addolcire. Dunque, meglio far finta di niente fischiettando.
La consegna del silenzio accomuna i più diversi. Tace, ovviamente, chi sino ad ora a sprezzo del ridicolo ha negato che vi fosse un cambiamento del clima in atto. Su costoro possiamo tranquillamente stendere un velo pietoso. Tace chi, più prudentemente o perché costretto dal ruolo, ha scelto una versione soft del negazionismo, in cui la forzata ammissione del fenomeno, espressa quasi sottovoce, è condita dal dogma dell’”andiamoci piano con la transizione ecologica” (non sia mai che qualcuno possa confonderli con dei pericolosi estremisti). Tace anche, il più delle volte, la folta schiera di amministratori di ogni orientamento politico che parteggia per le rinnovabili invisibili, pur sapendo che devono ancora essere inventate: si tratta per lo più di politicanti opportunisti, che hanno avuto la chance di poter rivendicare di essere stati parte della soluzione ma che con il loro no a nuovi impianti fotovoltaici o eolici sul territorio hanno invece scelto di essere inseriti nella lunga lista di chi ha spianato la strada al disastro. Chissà se un giorno avranno a che pentirsene.
La tattica della variopinta combriccola dei congiurati del silenzio è talmente banale da rivelare la meschinità di cui è impregnata la loro idea della politica. Semplicemente, si aspetta che passi, che il sudore di due mesi d’inferno patito dalle moltitudini si asciughi e lasci il posto ad altre preoccupazioni più gestibili dai burattinai dell’opinione pubblica. Del resto, sin qui il mezzuccio ha funzionato. Ma se dieci giorni di calura si dimenticano in fretta, due mesi di fila, con tutta la miriade di spiacevoli annessi e connessi che ciascuno ha sperimentato, potrebbero lasciare il segno.
In attesa di scoprire se le varie armi di distrazione di massa di cui il potere dispone sortiranno anche stavolta il loro effetto narcotizzante, vale la pena riflettere sulle aspettative che è lecito nutrire sulla classe politica in tempi in cui la confusione regna ormai sovrana sotto qualunque sole. Diceva von Bismark che «Il politico si sforza di far sembrare grandi le cose piccole; lo statista si sforza di far sembrare fattibili le cose grandi». Niente di più vero, ma attenzione: se la reticenza sul più grave problema che l’umanità abbia mai dovuto affrontare è da pusillanimi, al punto in cui siamo non possiamo neanche accontentarci di iniziative di piccolo cabotaggio o peggio di dichiarazioni vacue. Mai come ora si avverte invece il bisogno di figure animate da coraggio che si abbeverino alle fonti cristalline della scienza e che sappiano guardare in faccia la dura realtà elevandosi dal confuso magma che ribolle nella mente delle persone. Mai come ora, il contrasto alla crisi climatica, con tutto ciò che ne consegue, deve essere una priorità non negoziabile e non aggirabile con trucchi o esorcismi. Con un corollario tutt’altro che trascurabile: per chi gestisce la cosa pubblica, costringersi a dare risposte efficaci che contrastino il riscaldamento del pianeta fa scaturire benefici effetti collaterali: la natura globale della crisi, infatti, obbliga alla cooperazione e mette al bando i conflitti, esalta il multilateralismo e rifugge dalle tirannidi più o meno camuffate da democrazie, spalanca i cuori all’empatia verso i diseredati del mondo e abbatte i muri dell’odio.
Statisti di tal fatta non si lasciano scoraggiare dalla consapevolezza che ogni tonnellata di CO2 risparmiata è solo una tessera di un puzzle infinitamente più grande. Perché una tonnellata in meno frutto della propria azione è abbastanza per non far sentire il fardello delle decine di gigatonnellate emesse da altri; e soprattutto perché con una tonnellata in meno sulle spalle si può finalmente spiccare il volo.


