Clima, statisti cercansi

Delle persone comuni si è detto: ciò a cui assistiamo è una rimozione della questione climatica, per una serie di ragioni, prima fra tutte a mio avviso il senso di profondo smarrimento che pervade la nostra società. Ma non è di questo che voglio parlare. La vera nota dolente oggi non è la mancanza di bussola di chi è costretto a navigare a vista. Il punto sono tutti coloro che per scelta sono investiti di responsabilità di governo, ai diversi livelli. Costoro non possono non percepire lo sgomento più o meno latente che ormai tutti avvertiamo con l’esposizione a mesi interi di caldo estremo e di anomalie meteo tanto inedite quanto spaventose. Eppure, tranne poche eccezioni, la reazione della politica a questa invivibile estate 2026 è un imbarazzato, assordante silenzio. Non possono non averci riflettuto: deve essere, dal loro punto di vista, l’unica opzione percorribile. Oltretutto, l’accelerazione palpabile della crisi climatica rende ormai inverosimili le rassicurazioni edulcoranti di chi irride al presunto catastrofismo che emergerebbe dagli scenari disegnati dalla scienza. Insomma, una volta cancellato l’attributo dell’eccezionalità a ciò che tutti oggi osserviamo; una volta che la certezza che le cose peggioreranno sempre più si fa rapidamente strada, viene precluso ogni ridicolo espediente manipolatorio teso a minimizzare o ad addolcire. Dunque, meglio far finta di niente fischiettando.

La consegna del silenzio accomuna i più diversi. Tace, ovviamente, chi sino ad ora a sprezzo del ridicolo ha negato che vi fosse un cambiamento del clima in atto. Su costoro possiamo tranquillamente stendere un velo pietoso. Tace chi, più prudentemente o perché costretto dal ruolo, ha scelto una versione soft del negazionismo, in cui la forzata ammissione del fenomeno, espressa quasi sottovoce, è condita dal dogma dell’”andiamoci piano con la transizione ecologica” (non sia mai che qualcuno possa confonderli con dei pericolosi estremisti). Tace anche, il più delle volte, la folta schiera di amministratori di ogni orientamento politico che parteggia per le rinnovabili invisibili, pur sapendo che devono ancora essere inventate: si tratta per lo più di politicanti opportunisti, che hanno avuto la chance di poter rivendicare di essere stati parte della soluzione ma che con il loro no a nuovi impianti fotovoltaici o eolici sul territorio hanno invece scelto di essere inseriti nella lunga lista di chi ha spianato la strada al disastro. Chissà se un giorno avranno a che pentirsene.

La tattica della variopinta combriccola dei congiurati del silenzio è talmente banale da rivelare la meschinità di cui è impregnata la loro idea della politica. Semplicemente, si aspetta che passi, che il sudore di due mesi d’inferno patito dalle moltitudini si asciughi e lasci il posto ad altre preoccupazioni più gestibili dai burattinai dell’opinione pubblica. Del resto, sin qui il mezzuccio ha funzionato. Ma se dieci giorni di calura si dimenticano in fretta, due mesi di fila, con tutta la miriade di spiacevoli annessi e connessi che ciascuno ha sperimentato, potrebbero lasciare il segno.

In attesa di scoprire se le varie armi di distrazione di massa di cui il potere dispone sortiranno anche stavolta il loro effetto narcotizzante, vale la pena riflettere sulle aspettative che è lecito nutrire sulla classe politica in tempi in cui la confusione regna ormai sovrana sotto qualunque sole. Diceva von Bismark che «Il politico si sforza di far sembrare grandi le cose piccole; lo statista si sforza di far sembrare fattibili le cose grandi». Niente di più vero, ma attenzione: se la reticenza sul più grave problema che l’umanità abbia mai dovuto affrontare è da pusillanimi, al punto in cui siamo non possiamo neanche accontentarci di iniziative di piccolo cabotaggio o peggio di dichiarazioni vacue. Mai come ora si avverte invece il bisogno di figure animate da coraggio che si abbeverino alle fonti cristalline della scienza e che sappiano guardare in faccia la dura realtà elevandosi dal confuso magma che ribolle nella mente delle persone. Mai come ora, il contrasto alla crisi climatica, con tutto ciò che ne consegue, deve essere una priorità non negoziabile e non aggirabile con trucchi o esorcismi. Con un corollario tutt’altro che trascurabile: per chi gestisce la cosa pubblica, costringersi a dare risposte efficaci che contrastino il riscaldamento del pianeta fa scaturire benefici effetti collaterali: la natura globale della crisi, infatti, obbliga alla cooperazione e mette al bando i conflitti, esalta il multilateralismo e rifugge dalle tirannidi più o meno camuffate da democrazie, spalanca i cuori all’empatia verso i diseredati del mondo e abbatte i muri dell’odio.

Statisti di tal fatta non si lasciano scoraggiare dalla consapevolezza che ogni tonnellata di CO2 risparmiata è solo una tessera di un puzzle infinitamente più grande. Perché una tonnellata in meno frutto della propria azione è abbastanza per non far sentire il fardello delle decine di gigatonnellate emesse da altri; e soprattutto perché con una tonnellata in meno sulle spalle si può finalmente spiccare il volo.

L’elettroshock per rinfrescare le città

Il capitalismo fossile deve buona parte del suo successo a una straordinaria abilità illusionistica: quella di aver occultato e tenuto a bada la potenza distruttiva del fuoco. Una volta compresi i segreti per produrre energia semplicemente bruciando quella prelibata melma nera altrimenti nota come “succo di dinosauro” (o quel gas leggero che potremmo elegantemente assimilare al peto dei medesimi rettili), rimaneva un problema: addomesticare la fiamma e nasconderla alla vista. Un gioco da ragazzi per Homo technologicus, che ha così potuto gestire, al contempo, la potenza e il potere (due concetti che non a caso in inglese collassano nello stesso, ambiguo sostantivo: power).

Che poi, per colpa delle rigide leggi della termodinamica, la combustione produca un’enorme quantità di calore inutile accanto all’energia utile, è stato a lungo liquidato come un trascurabile dettaglio. Anzi, diciamoci la verità: nei secoli in cui una delle priorità – almeno alle latitudini che contano – era non morire congelati, la dissipazione di quel calore residuo sembrava un gradevole effetto collaterale piuttosto che un intollerabile spreco.

Il motore a combustione interna è stato il capolavoro definitivo di questa rimozione collettiva. Ha permesso a automobilisti eccitati dall’ebbrezza della guida di dimenticare che sotto il cofano, a spingere i loro “cavalli”, non c’era un nobile miracolo di bioingegneria evolutiva, ma una banale, caldissima fornace. Un inferno tascabile che sputa calore da tubi di scarico, radiatori e ogni singolo interstizio, regalandolo generosamente all’ambiente circostante.

Purtroppo, però, il calore ha un pessimo carattere e non ama altro calore. Quando sulle nostre città, già ampiamente abbrustolite dall’inferno climatico globale (gentilmente offerto proprio dai succitati succhi ed effluvi fossili), viene spalmato un esercito di tonnellate di lamiere a motore acceso, il risultato è una piaga biblica in salsa moderna. Benzina sul fuoco, letteralmente. Un circolo vizioso che genera altra aria bollente, sparata all’esterno dai condizionatori per rinfrescare gli interni, in un crescendo degno di una satira distopica.

I numeri, d’altronde, fanno sudare solo a leggerli. Nelle aree centrali delle grandi città, il flusso di calore antropico generato dal traffico (a cui peraltro, contribuiscono anche le auto parcheggiate) oscilla tra i 20 e i 70 W/m², con picchi da record di 100-150 W/m² nelle ore di punta. Tradotto: il traffico è uno dei grandi registi dell’isola di calore urbana, responsabile di quasi il 30% del surriscaldamento cittadino. In condizioni di congestione e scarso vento, i canyon d’asfalto in cui viviamo subiscono impennate termiche da 1°C fino a oltre 4°C. Parliamo della tipologia di vetture scelta dal 90% degli acquirenti italiani: vere e proprie stufe su ruote che vomitano aria rovente esattamente all’altezza in cui i pedoni camminano, respirano e maledicono l’estate. Se a questa grigliata collettiva aggiungiamo il bitume stradale, un’enorme coperta nera concepita per far scorrere le nostre caldaie mobili, il disastro è completo. Naturalmente, al centro di questa micidiale impalcatura di sofferenza urbana c’è sempre lui, il mitico succo di dinosauro nelle sue diverse varianti (benzina, gasolio e asfalto), che riscalda il clima e, non pago, surriscalda le città. Un capolavoro di autolesionismo firmato da un sistema malato al capolinea in cui il troppo non è mai abbastanza.

Eppure, l’alternativa all’estinzione per autocombustione esiste. Basterebbe spegnere il fuoco. Smetterla di sommare calore al calore in un tripudio entropico e suicida. Per muoverci, potremmo riscoprire le gambe, le biciclette, i mezzi pubblici o, se proprio vogliamo goderci la pigrizia delle quattro ruote, gli elettroni. Insomma, potremmo finalmente lasciare nel Cretaceo quel che resta dei dinosauri. Gli studi microclimatici parlano chiaro: elettrificare in massa i trasporti ridurrebbe drasticamente il calore immesso nelle strade, e sostituire l’intero parco auto di una metropoli abbatterebbe l’isola di calore fino a quasi 1°C.

Sia chiaro: l’auto elettrica, da sola, non ci salverà dal collasso climatico planetario. Ma tra le pochissime opzioni praticabili per evitare di trasformare i nostri quartieri in un gigantesco barbecue estivo, resta l’unica idea brillante, in grado di abbassare sia la temperatura globale che quella locale.

Anche perché, tra l’estinguersi e il finire semplicemente ben cotti sul marciapiede, la differenza è solo una questione di sfumature. E scusate se è poco.

Il mondo senza inverno, quando la fiction apre gli occhi sull’indicibile

Il futuro è sfuggente, infido, e ci vuole una buona dose di coraggio a scrutarlo. Quando poi le nubi si addensano minacciose in un cielo che ha perso quasi del tutto le tonalità del blu, allora farsi largo nella cappa sempre più avvolgente in cui sembra srotolarsi la strada davanti a noi è quasi eroico.

Eppure questo improbo esercizio di immaginazione e di acclimatamento a ciò che sarà è necessario, e qualcuno deve pur cimentarsi nel suo svolgimento, provando a schivare insidie, risatine di scherno e trappole assortite.

Con Il mondo senza inverno (Guanda Ed., 2025) Bruno Arpaia l’ha fatto, con una consapevolezza audace, tanto da imbastirci una scommessa personale e letteraria, puntando ad essere accreditato, dopo il fortunato Qualcosa, là fuori pubblicato dieci anni fa, come LO scrittore di climate fiction nella lingua di Dante. Scommessa vinta, a mio parere, perché un conto è combinare un po’ di scenari distopici mutuati dalla scienza e proiettarli a casaccio in un futuro che si specchia nel presente, un altro è costruire con pazienza e metodo una trama di vite spezzate, cuori a brandelli e lacrime amare che si snoda coerentemente in uno spazio-tempo frutto del coacervo di crisi esistenziali in cui siamo immersi.

Il viaggio verso l’estremo Nord che si dipana in sequenza nei due romanzi di Arpaia si rivela subito al lettore come l’Ultima Migrazione, l’unica possibile per un’umanità allo stremo che paga incolpevole i crimini commessi dalle generazioni che l’hanno preceduta. L’empatia suscitata dai protagonisti, specie i più giovani, è la leva che Arpaia usa per ridestare le coscienze di donne e uomini abbarbicati a una impossibile immutabilità del presente. Ed è una leva da cui non si può prescindere se si vuole tentare di sconfiggere il senso di impotenza che ci attanaglia e tramutarlo nel fuoco sacro dell’attivismo.

In un momento storico in cui la lotta alla crisi climatica è rallentata dai minimizzatori di professione, che provano a convincerci che sarà sufficiente prendere qualche contromisura e sfoderare la supposta supremazia dell’intelligenza umana contro ogni avversità, Arpaia è uno dei pochi che non ha paura di raccontare ciò a cui abbiamo smesso di rivolgere attenzione, attratti come siamo dal magnetismo di algoritmi progettati ad arte per distrarci da ciò che conta davvero. La sua narrazione immerge il lettore in scenari credibili infarciti di manifestazioni estreme di un clima sempre più ostile. La loro cruda, agghiacciante descrizione si intreccia con le vicissitudini di un’umanità fratturata, in cui le divaricazioni fra gruppi sociali assumono grazie all’ingegneria genetica la forma di una secessione biologica delle classi privilegiate: il loro potere si materializza non più solo con il denaro ma anche con la supremazia delle fattezze. Una trovata geniale e un incubo che, al pari dei piani di colonizzazione di Marte ad opera di pochi che non si farebbero scrupolo ad abbandonare un pianeta ridotto a discarica, rende palmare il distacco sempre più marcato fra i tecno-oligarchi che vediamo oggi all’opera e il resto dei membri della specie umana. Dalla loro parte c’è il dominio assoluto e subdolo di una tecnologia pervasiva in grado di minare alla radice i tentativi di ribellione delle masse con tecniche di controllo a distanza sempre più opprimenti e raffinate. Con lucidità visionaria, Arpaia porta questo trend già oggi all’opera alle estreme conseguenze, individuando nella combinazione sinergica fra consapevolezza etica e competenze tecniche la risposta possibile alle ingiustizie presenti e future da contrastare.

Riscaldamento climatico, disuguaglianze estreme e sorveglianza di massa emergono dunque dalle pagine di Il mondo senza inverno come la triade distopica per eccellenza da cui il futuro deve stare alla larga se vogliamo provare a metterlo in sicurezza. Ma per combatterla con convinzione occorre prima immaginarla con realismo e partecipazione emotiva, cosa in cui la letteratura da sempre è maestra. Bruno Arpaia l’ha fatto egregiamente, e di questo dobbiamo essergli grati.

Stop cervelli fossili!

Credo che Matteo Motterlini non nutrisse grandi speranze sul fatto che il suo libro “Scongeliamo i cervelli non i ghiacciai” (Ed. Solferino, 2025) potesse far cambiare idea a chi nega la scienza del cambiamento climatico. Del resto, posso immaginare che si tratterebbe di una lettura molto dolorosa per costoro, fonte di traumi e profonde ferite dell’anima: insinuare dubbi che minano alle fondamenta le certezze granitiche degli pseudoscienziati da tastiera può infatti far davvero male, ed è dunque poco probabile che qualcuno di essi voglia correre questo rischio e cimentarsi nella lettura del libro.

Il saggio di Motterlini è però di grande utilità per tutti coloro che praticano, con tenacia e pazienza, la difficile arte della divulgazione scientifica su temi così complessi. Le sue pagine sono uno scrigno di idee illuminanti che permettono di svelare il mistero apparentemente imperscrutabile del perché la tesi dell’origine antropica dei cambiamenti climatici, su cui gli scienziati hanno smesso di dibattere quarant’anni fa, è ancora oggi così divisiva, contro ogni logica e a dispetto di ogni evidenza. In particolare, credo che la lettura del libro di Motterlini possa scardinare la rappresentazione della questione climatica di tutti quei giornalisti che, formatisi nell’arena politica, amano dividere l’opinione pubblica in schieramenti ed applicano il principio della par condicio anche laddove a scontrarsi sono la scienza e il suo opposto.

Personalmente, ho trovato molto potente l’illustrazione dei numerosi studi che con rigore e metodo hanno chiarito i meccanismi, per lo più forgiati dall’evoluzione, che portano così tante persone a non accettare le conclusioni unanimi della comunità scientifica, privilegiando la cura della propria comfort zone alla ricerca onesta della verità. Dopo la lettura del libro, penso di avere da oggi un argomento in più con cui ribattere le fandonie dei negazionisti climatici. Mettendo sul tavolo un po’ di sano sarcasmo, potremmo rivolgerci a tutti coloro che mettono le faccine che ridono sotto ogni post che parla di clima dicendo: “voi negate la scienza, ma senza saperlo ne confermate il primato, perché il vostro negazionismo è spiegato perfettamente proprio da quella scienza su cui gettate discredito”.

Ma forse l’inazione verso un problema così drammatico non nasce dalle minoranze che, sfidando il buon senso e incuranti del ridicolo, pretendono di sovvertire le leggi della fisica. Forse essa origina da quella che viene chiamata la “negazione socialmente organizzata”, ovvero, per dirla con le parole di Motterlini, “un sapere che, pur essendo presente e riconosciuto, resta scollegato dalla vita quotidiana. Non per ignoranza, disinteresse o malafede, ma per difesa emotiva”. Nella mia esperienza di attivista climatico, l’ho osservata molte volte. Non ho una ricetta per contrastarla, ma aiuta sapere che sia stata teorizzata e studiata.

Non voglio aggiungere altro per raccomandare un testo che merita di essere letto e meditato. Chiudo allora con una breve raccolta di frasi da incorniciare tratte dal libro.

La storia ci insegna che chi rinuncia a pianificare il futuro finisce per subirlo.

Il futuro è una terra incustodita su cui esercitiamo il nostro dominio senza incontrare resistenze.

Se il futuro non ha voce, sta a noi decidere se dargliela.

Affrontare una sfida globale come il cambiamento climatico è un problema evolutivamente inedito.

Credere a una cospirazione non serve tanto a capire il mondo, quanto a difendersi da esso.

I ciarlatani non fanno scienza: la imitano. Ne copiano la forma e la retorica. Ma ne tradiscono la sostanza.

In questo nuovo ecosistema disinformativo, non ci viene negato l’accesso ai fatti; ci viene reso impossibile distinguerli dal rumore.

La scossa elettrica per fermare le dittature fossili

Ormai dovrebbe essere chiaro a tutti: il clown ha definitivamente gettato la maschera. Le parole di Donald Trump dopo la deposizione armata di Nicolás Maduro hanno reso esplicite le vere ragioni del blitz militare in Venezuela. «Le compagnie petrolifere americane entreranno nel Paese» per «sistemare le infrastrutture e iniziare a fare soldi», ha dichiarato senza giri di parole il tycoon. Altro che lotta al narcotraffico. L’intervento statunitense nel Paese con le maggiori riserve petrolifere al mondo ribadisce, una volta di più, la centralità delle politiche energetiche nello scacchiere geopolitico globale. Il controllo delle risorse fossili che hanno permesso la grande accelerazione degli ultimi ottant’anni — risorse naturalmente soggette ad esaurimento — sta rapidamente portando all’instaurazione di un nuovo ordine mondiale in cui l’uso sistematico della forza sostituisce la cooperazione internazionale e il multilateralismo. È questa la triste realtà con cui dobbiamo confrontarci senza indugiare in tatticismi di comodo.

L’energia è ciò che tiene in vita le nostre società e orienta molte delle scelte quotidiane: cosa mangiamo, come ci muoviamo, come riscaldiamo le case, quali beni acquistiamo. Ogni nostra decisione è un atto politico, anche quando fingiamo che non lo sia. E se la politica non ci interessa, sarà lei a decidere per noi — dopo averci manipolato, naturalmente. Non sorprende, dunque, che quasi tutte le aree del pianeta ricche di risorse energetiche siano oggi in ebollizione.

Occorre però evitare un errore di prospettiva: mettere nello stesso calderone combustibili fossili e minerali critici. I primi si bruciano e devono essere rimpiazzati ogni giorno; i secondi restano, pronti a seconde e terze vite grazie all’ingegno umano. Silicio, litio, terre rare e gli altri minerali della transizione non sono altro che strumenti per convertire e immagazzinare l’energia inesauribile di sole e vento, di cui nessuno potrà mai impossessarsi. È questa la differenza di fondo che ha scatenato la difesa rabbiosa delle rendite di posizione del settore Oil&Gas, che vede nella rivoluzione delle rinnovabili una minaccia mortale alla propria sopravvivenza.

Proprio perché l’energia è il motore del mondo, la rivoluzione in atto che riguarda il modo di produrla è epocale, senza precedenti storici per dimensioni e ripercussioni. Consapevole di ciò, il conglomerato delle fossili non si limita più a rallentare la transizione o a difendersi, ma ha deciso di passare all’attacco. Forte di un legame consolidato con il potere politico e di un’influenza dominante sulla finanza, Big Oil ha scelto di scatenare l’inferno, costi quel che costi. Trump è lo strumento perfetto: spregiudicato, autoritario, violento, funzionale agli interessi del settore come si è visto chiaramente in questo primo anno del suo secondo mandato.

Questa chiave di lettura rende più comprensibili molte delle indigeribili novità negli ultimi dodici mesi, a partire dalla diffusa riproposizione — talvolta ambigua, ma sempre amplificata dagli algoritmi della disinformazione — di un negazionismo climatico che si credeva definitivamente sconfitto dalle evidenze cristalline della scienza. Al tempo stesso, l’attacco al Venezuela rende l’imperialismo statunitense una sorta di immagine specchiata del regime di Vladimir Putin, l’altro despota globale che alimenta terrore e morte grazie ai proventi di petrolio e gas.

Di fronte a questo scenario drammatico, la domanda è inevitabile: cosa possono fare i cittadini di un’Europa smarrita, lacerata dai ripensamenti dopo la feconda stagione dell’avvio del Green Deal? Nel duopolio tra petrostati ed elettrostati — con la Cina dominatrice del secondo fronte — è un imperativo morale prendere le distanze dai despoti delle fonti fossili. Ma ai molti che non aspettano altro che puntare il dito contro chi sostiene regimi autoritari va chiarito che non è necessario né auspicabile schierarsi con Pechino. Acquistare pannelli solari o auto elettriche cinesi genera una dipendenza commerciale, certo, ma ben diversa da quella che ci lega ai fornitori di combustibili da bruciare ogni giorno. Pannelli e batterie, a fine vita, potranno essere riciclati; il petrolio, invece, va in fumo a ogni utilizzo.

La risposta più sensata è allora la stessa invocata dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022: accelerare l’elettrificazione degli usi energetici e la transizione verso fonti pulite, diffuse, accessibili e democratiche. Non è una fuga in avanti né una presa di posizione ideologica, come sostengono le destre, ma l’unica promessa credibile capace di coniugare innovazione e benessere, progresso e salute, giustizia ambientale e sociale.

Tornando al Venezuela, è utile ricordare che il 60% del petrolio mondiale serve a muovere i circa 1,4 miliardi di veicoli endotermici in circolazione. Passare alla mobilità elettrica, oggi che la parità di costo con le auto termiche è quasi raggiunta, è non solo una scelta economicamente conveniente, ma anche il più potente schiaffo alle dittature fossili. Una crescita massiccia delle vendite di auto elettriche ridurrebbe la domanda di carburanti e abbasserebbe le quotazioni del greggio, rendendo meno appetibile l’estrazione dai giacimenti più ostici — come quelli del petrolio venezuelano, notoriamente molto impuro e pesante. Un crollo del prezzo del barile sarebbe altresì una minaccia per l’economia russa, che può sostenere i costi della guerra in Ucraina solo con quotazioni superiori ai 60-70 dollari.

La scelta di un’auto alla spina, oggi, rappresenta la scossa elettrica che potrà ridimensionare l’arroganza dei potentati fossili, ed è dunque un atto politico necessario. Una scelta win-win-win: ripulisce l’atmosfera del pianeta e l’aria delle città, genera risparmi per le nostre tasche e ci libera dal peso morale e materiale di alimentare i venti di guerra che soffiano sul mondo. Se non ora, quando?

Etsi clima non daretur

Il testo che segue è la trascrizione della mia introduzione al secondo incontro della rassegna Dialoghi sul clima #2 organizzata dal Circolo Legambiente di Frosinone, che si è tenuto a Frosinone il 1° ottobre 2025. Il titolo dell’incontro, che ha visto la presenza di Ermete Realacci, Presidente onorario di Legambiente, era “Un’economia a misura d’uomo per affrontare la crisi climatica”.

È ben nota in filosofia un’espressione latina, coniata nel XVII secolo, che recita Etsi Deus non daretur, ovvero “anche se Dio non fosse dato”, o “non esistesse”. Senza entrare nel merito, vorrei proporvi stasera un’operazione spericolata – come del resto spericolata è la metafora -, che è quella di parlare di clima etsi clima non daretur, come cioè se il cambiamento climatico non esistesse. Proveremo, in altri termini, a tessere le lodi della riconversione ecologica della società da noi auspicata da 50 anni, come qualcosa che vale la pena comunque perseguire anche se non avessimo questa spada di Damocle sulle nostre teste chiamata crisi climatica.

Si tratta di un’operazione oggi indispensabile, credo, perché dobbiamo fare di tutto per demolire la narrazione che sembra prevalere, quella di una transizione ecologica che farà chiudere le fabbriche, impoverirà le persone, metterà a rischio i beni primari più amati dagli italiani: le case, le automobili, giusto per menzionare alcune delle campagne menzognere della destra. Ma è anche spericolata, per certi versi, perché alla radice dell’ambientalismo c’è da sempre una forte tensione etica verso la sobrietà, la sufficienza, da contrapporre alla voracità e alla smania di profitti del turbocapitalismo imperante. Non è mia intenzione, naturalmente, capovolgere 50 anni di ambientalismo; la sobrietà continua secondo me ad essere desiderabile, anche perché l’abbondanza e finanche la ricchezza estrema non sembrano essere la chiave d’accesso alla felicità, come un po’ tutti percepiamo.

Avverto però l’esigenza di mettere a tacere una volta per tutte il falso mito che ancora resiste secondo cui noi ambientalisti vogliamo riportare indietro l’orologio della storia o addirittura auspichiamo un ritorno alle caverne. Ma più in generale, dobbiamo scardinare ciò su cui le destre fanno leva per guadagnare consenso, che è la paura, la paura di un cambiamento visto come imposto dall’alto, la paura inculcata di perdere ciò che abbiamo anche quando ciò che abbiamo è già una miseria. Perché se è la paura del Progresso, quello con la P maiuscola a vincere, allora siamo perduti, condannati alle guerre, alle lotte fra poveri, alla competizione esasperata e alla sopraffazione come uniche armi per andare avanti.

Se invece saremo il grado di guardare a quelle innovazioni tecnologiche dirompenti che stanno emergendo come una leva di cambiamento autentico, duraturo e desiderabile per tutti, a partire da quelli che sono rimasti indietro, allora chi oggi frena, chi difende le rendite di posizione, chi sparge odio sugli avversari politici per il solo fatto di essere avversari politici non avrà scampo.

Di che innovazioni sto parlando? Beh, chi mi conosce lo sa: le rinnovabili, anzitutto. L’unica vera opzione per liberarci dalla tirannia delle fossili e dei petrostati come Russia, USA e monarchie del Golfo, l’unica vera opzione per democratizzare il sistema energetico, per abbattere le bollette, per creare lavoro qualificato, per pulire l’aria delle città. Nel mio speech al TEDxFrosinone di febbraio ho identificato petrolio, gas e carbone come fattori di schiavitù, e di converso le rinnovabili come motore di liberazione, e lo rifarei. Perché dover fare il pieno di benzina per muoversi pensando di non poterne farne a meno è in fondo una schiavitù, mentre fare rifornimento di elettricità pulita e a km 0, magari autoprodotta, per ricaricare un veicolo elettrico è a suo modo una liberazione. Non disporre di alternative al gas fossile russo o americano per riscaldarci in inverno è una schiavitù, mentre usare le pompe di calore prodotte in Italia alimentate dall’elettricità dei pannelli che ho sul mio tetto o su quelli della comunità energetica a cui appartengo è liberazione.

Voglio dirlo chiaramente: far passare queste riconversioni benefiche e necessarie come costi che penalizzano le famiglie è un inganno: qui parliamo di investimenti, su cui lo stato può e deve intervenire con la leva fiscale e con la rimodulazione dei sussidi a vantaggio dei più deboli. Investimenti come lo è, per dirne una, il Ponte sullo Stretto, un’opera quantomeno discutibile su cui vengono tranquillamente allocate decine di miliardi. Poi però ci si strappa le vesti per la Direttiva sulle case green o per il bando ai motori termici per il 2035. Nessuno ha detto che si deve investire per impoverire le persone! Al contrario, si deve investire oggi per risparmiare domani e per rafforzare la resilienza delle nostre comunità.

Stanno fortunatamente cadendo uno a uno come birilli tutti gli alibi per non accelerare la transizione energetica: fra tutti, quello dell’intermittenza di sole e vento, argomento sempre più inconsistente man mano che l’innovazione va avanti e i costi dei sistemi industriali di accumulo diminuiscono; e quello dell’impossibilità di gestire reti elettriche con un’alta quota di rinnovabili; per non parlare delle mille bufale montate ad arte e diffuse a piene mani solo per frenare il cambiamento.

Ma la rivoluzione delle rinnovabili non è l’unico strumento emergente che ci permette di migliorare la vita delle persone e che va potenziato etsi clima non daretur. L’ospite di stasera, Ermete Realacci, con la Fondazione Symbola e con alcuni decenni di militanza ambientalista alle spalle, potrà portarci mille esempi di innovazioni che fanno bene all’ambiente e al Paese, in grado di accrescere la coesione sociale e dare una speranza di futuro alle persone. Ma Ermete è anche uno dei promotori del Manifesto di Assisi per un’economia a misura d’uomo sottoscritto insieme al Sacro Convento di Assisi, un documento importante che ha raccolto il richiamo della Laudato Si’ e dell’ecologia integrale di Papa Francesco; è dunque uomo che ha saputo intessere un dialogo fecondo con una parte vitale della società italiana, dialogo di cui, da quello che vedo, cominciamo a raccogliere i frutti.

È dunque per tutto questo che ringrazio Ermete di essere qui. Non da ultimo lo ringrazio per aver citato Alex Langer nel post in cui annunciava la sua presenza a Frosinone oggi. Lo ha fatto riportando una sua frase molto bella che fa il paio con l’altra famosa frase su cui forse il mondo ambientalista dovrebbe fare un serio esame di coscienza e che dovrebbe restare scolpita nelle nostre menti: “La conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile”.

È con questo auspicio che lascio la parola a Francesco Loiacono, Direttore de La Nuova Ecologia, il mensile che da più di quarant’anni è un punto di riferimento imprescindibile del pensiero ecologista.

Dialoghi sul clima #2 – Intro

Il testo che segue è la trascrizione della mia introduzione al primo incontro della seconda edizione della rassegna Dialoghi sul clima organizzata dal Circolo Legambiente di Frosinone, che si è tenuto a Frosinone il 23 settembre 2025. Il titolo dell’incontro, che ha visto la presenza del meteorologo Filippo Thiery, era “Meteo vs. clima, facciamo chiarezza”.

Lo scorso marzo al Congresso USA si è svolta l’audizione della direttrice della National Intelligence. L’occasione era la presentazione del rapporto annuale dell’Intelligence, che descrive le principali minacce alla sicurezza degli Stati Uniti. Durante la seduta, un senatore rivolge la seguente domanda alla direttrice: «Vedo che per la prima volta in un decennio non citate più il cambiamento climatico come una minaccia. Abbiamo per caso risolto il problema?»

Al che la risposta è stata del tipo “abbiamo altre priorità”, una risposta che dice tutto e niente allo stesso tempo. Peraltro eravamo ancora a soli tre mesi dall’insediamento di Trump, e come sappiamo da allora lo smantellamento delle politiche climatiche e ambientali ha proseguito senza sosta giungendo a livelli che mai reputavamo possibili.

Ho voluto citare questo passaggio direi surreale delle recenti vicende politiche americane perché quella domanda sarcastica dice molto dei tempi che stiamo vivendo. Tempi in cui si passa da un’emergenza a un’altra senza che quella precedente venga risolta. Il mondo ha acceso i riflettori sulle guerre ma i fattori che le generano – ingiustizie, disuguaglianze, accesso iniquo alle risorse – sono tutti lì e anzi si aggravano, senza che si veda alcun tentativo sistemico di risolvere questi nodi. L’Europa sposta risorse dalla transizione ecologica al riarmo proprio quando la crisi ecologica e climatica si aggrava. E allora quella domanda “abbiamo per caso risolto il problema?” andrebbe rivolta a tutti i leader politici che straparlano di cose che non sanno, di follie green, di ambientalismo ideologico, formule prive di senso che nascondono un’incapacità culturale di afferrare la gravità del problema clima.

Perché il nodo di fondo che si tenta di nascondere come polvere sotto il tappeto è che con la perdita della stabilità climatica è in gioco l’abitabilità del pianeta per le generazioni che verranno. Chiunque a cui venisse chiesto se parteggia per un pianeta abitabile o per un pianeta inabitabile ha ovviamente ben chiara la risposta da dare. E allora il punto è far capire che frenare la transizione, rimuovere la crisi climatica dall’elenco delle priorità, porterà presto o tardi all’inabitabilità di quello che almeno per i comuni mortali continua ad essere l’unico pianeta su cui vivere.

E per far capire questo, noi che non muoviamo capitali, non abbiamo accesso alla stanza dei bottoni, non controlliamo gli algoritmi che diffondono la disinformazione, non abbiamo altra strada che praticare pazientemente l’attivismo, seminare consapevolezza, sostenere e divulgare la buona scienza. Ecco il senso di questo ciclo di incontri.

Venendo a oggi, quello che proveremo a fare con Filippo Thiery è cercare di mettere d’accordo la percezione comune tutta incentrata sul meteo, che può confondere e farci perdere la bussola perché basata sul qui e ora, con i trend che guardano al sistema climatico globale e al lungo periodo, cioè il contrario del qui e ora che restringe la visuale fino a renderci ciechi e a rendere la realtà non interpretabile. Del resto lo vediamo: quando sui social si riportano informazioni che rientrano nel solco della tesi sostenuta dall’intera comunità scientifica del riscaldamento globale antropogenico, le reazioni di chi proprio non ce la fa ad accettare la realtà sono per lo più basate sulle percezioni spesso falsate del “ieri ha fatto fresco”, “l’estate del 1953 faceva più caldo”, “ho dovuto mettere il giacchino” e via di questo passo. Come se un castello di pietra dura potesse essere abbattuto dal battito d’ali di un calabrone.

Ma con Filippo parleremo anche d’altro, perché sarebbe un peccato non trarre beneficio dalle sue competenze in materia di gestione del rischio, potenzialità e limiti delle previsioni meteo, importanza delle allerte, e simili.

Fatemi esprimere un’ultima considerazione prima di dare la parola a Laura Collinoli. Mi chiedo spesso se l’attenzione che da molti anni dedico al tema climatico non sia eccessiva, o meglio non sia tale da impedirmi di dare il giusto peso alle tante altre crisi di questo tempo così difficile. La risposta che mi do è un po’ mutevole, come spesso succede. Spesso sono costretto a spostare il focus. Il dramma inenarrabile di Gaza, prima di tutto, su cui non possiamo permetterci di spegnere i riflettori neanche per un minuto. Però una cosa penso di averla capita, anzi due. La prima è che la crisi climatica è uno degli indicatori che ci parlano di una frattura al limite dell’irreparabile fra la civilizzazione umana e i sistemi biogeochimici che la sostengono; una frattura in cui convergono drammi globali come il crollo della biodiversità, la perdita di suoli coltivabili, la deforestazione, l’invasione delle microplastiche, ecc. Probabilmente il riscaldamento climatico è il segnale più tangibile di questa frattura, ma non certo l’unico.

La seconda cosa che ho capito è che lo sconvolgimento del clima si interseca e si sovrappone con modalità difficilmente decifrabili ad altre dinamiche che turbano e non poco i nostri sonni. Penso a una tendenza sempre più diffusa verso gli autoritarismi, a una deriva del sistema capitalistico che moltiplica le disparità e accentra il potere economico nelle mani di una infima minoranza di super-ricchi; penso più in generale al venir meno delle sicurezze che hanno costituito dei punti fermi delle nostre esistenze: la sanità, l’istruzione, i diritti; penso alla disintegrazione dei rapporti umani e alle infelicità esistenziali di fette consistenti della popolazione. È stato coniato il termine policrisi per descrivere l’intreccio in cui ogni crisi — climatica, economica, sanitaria, geopolitica — interagisce con le altre, rendendo l’impatto complessivo più grave e difficile da affrontare. Dunque è bene parlare del clima che cambia, comprenderne le implicazioni, conoscere le risposte – perché ci sono delle risposte! – senza dimenticare altri temi cruciali per il futuro.

Detto ciò, diamo ufficialmente il via alla seconda edizione dei Dialoghi sul clima!

Agosto, il clima e l’inganno

È agosto inoltrato, nella mia città si sono raggiunti ieri 39 gradi. Un vasto incendio divampa da ore a pochi chilometri da casa. Mentre un Canadair fa la spola nel cielo fra l’acqua e le fiamme, non riesco a concentrarmi sulle cause scatenanti del rogo né sugli interventi di spegnimento in corso. Le circonvoluzioni della mia mente inquieta si soffermano invece su ciò che da così vicino non è facile vedere, e che pure alimenta la distruzione in atto. Al nuovo clima piacciono molto gli incendi, ma noi che li subiamo non detestiamo abbastanza i potenti che con la loro inerzia lo hanno tenuto a battesimo.

Mi ero illuso, ora non più. Le oligarchie che dominano il mondo — poteri sempre più assoluti, alimentati da ricchezze stratosferiche e plasmati dall’indifferenza verso le miserie del mondo — non temono davvero il cambiamento climatico. Per loro ci sarà sempre un condizionatore acceso nelle estati roventi, un elicottero pronto a portarli in salvo in caso di inondazione o una confortevole villa che li accolga lontano dalle fiamme. L’angoscia per un futuro apocalittico non li sfiora, semplicemente perché non sarà il loro futuro. Ondate di calore mortali? Città spazzate via dalle alluvioni? Raccolti distrutti da un clima impazzito? Non è un problema, finché le masse che ne subiranno le conseguenze non si solleveranno con i forconi.

La vera domanda, dunque, non è come convincere chi ci governa ad ascoltare gli allarmi della scienza. La domanda è come fermare l’insaziabile voracità del turbocapitalismo, che — in combutta con il potere politico — continua a divorare il pianeta, trascinando con sé anche chi vive in simbiosi con esso, come accade da sempre, fin dalla notte dei tempi.

Non dovrebbe essere così arduo, se davvero vivessimo in democrazie che onorano il loro nome. Il processo, in teoria, è ben oliato: un problema si staglia tra gli altri, la scienza lo certifica, l’opinione pubblica ne prende coscienza, e i governi che lo ignorano vengono accompagnati alla porta. Un meccanismo lineare, quasi scontato. Eppure, oggi, quel congegno si è spezzato. La politica non si emenda più, né è in grado di correggere se stessa. La verità, corrosa da una disinformazione metodica, si dissolve in forme irriconoscibili. Le competenze, un tempo fari nel buio, affondano nella melma vischiosa dei social, dove tutto è opinione e nulla è sapere. L’ignoranza, tronfia e bellicosa, si aggrappa a fantasmi di complotti, rifiutando ogni realtà che turbi il suo sonno. Così, la voce del cambiamento si fa flebile, quasi impercettibile. E ciò che non si ode, non si segue. Resta ai margini, condannato al silenzio.

A questo meccanismo perverso se ne affianca un altro, più subdolo, che soffoca ogni slancio di ribellione organizzata. È l’effetto di una narcosi collettiva che normalizza l’inaccettabile (vedi l’immane tragedia di Gaza), pietrifica le abitudini e smorza ogni tensione etica. È un’anestesia indotta, una sorta di coma farmacologico in cui a farla da padrona è un edonismo minimale ma totalizzante. Una gabbia arieggiata, certo, ma pur sempre una gabbia: confortevole quanto basta per impedire che la rassicurante routine deragli dai binari consolidati e accarezzati da un potere che conosce bene il segreto della propria inamovibilità, ovvero l’ignavia crescente della moltitudine.

Sotto questa cappa, le menti si sono liberate di ogni timore per il futuro distopico che si profila all’orizzonte, figlio della “crisi ecologica planetaria” (espressione che, non a caso, riprendo dai miei seminari divulgativi degli anni ’90). Per molti, la stagione dell’emergenza climatica globale, incarnata simbolicamente da una ragazzina con la sindrome di Asperger che protestava solitaria davanti al parlamento svedese, è ormai un capitolo chiuso. Come ogni emergenza, non può durare in eterno. E non si aspettava altro.

Quei timori sono stati scacciati con la stessa veemenza con cui, nel Medioevo, i monaci benedettini esorcizzavano il demonio. Un moderno Vade retro, Satana!, dove gli anatemi che una volta colpivano il male metafisico sono oggi rivolti contro gli impatti del cambiamento climatico e soprattutto contro chi osa nominarli, chi implora un cambio di rotta. Perché oggi, il vero disturbatore dell’ordine non è il disastro, ma chi lo evoca.

È potente in me la sensazione di essere immerso nel silenzio assordante che accompagna la ritirata della ragione. La pesante battuta d’arresto della lotta alla crisi climatica è un fatto non più edulcorabile. Essa mostra diverse facce: da un lato la vecchia e ingessata Europa, troppo elefantiaca per mettere in scena strappi vistosi, rifugiatasi in una prudenza che sa di complicità. Il Green Deal, un tempo vessillo di speranza, è stato smussato, diluito, sotto la spinta degli interessi di chi teme il cambiamento più del disastro. Peraltro, ciò avveniva proprio durante l’evidente inasprirsi della crisi climatica occorso nel 2022-23, che ha visto il vecchio continente come uno degli epicentri. Dall’altra parte dell’Atlantico, invece, i CEO dei colossi oil & gas foraggiavano con un miliardo di dollari la campagna elettorale di Trump, dando inizio alla demolizione sistematica delle politiche climatiche a cui abbiamo assistito nel primo semestre di governo della nuova amministrazione.

Ma la nuova America non gradisce le mezze misure né il cerchiobottismo di Ursula von der Leyen, e si è dunque spinta verso un negazionismo climatico radicale i cui effetti si faranno sentire ben oltre la fine della plumbea stagione politica che stiamo vivendo. Trump e i suoi accoliti sono negazionisti che hanno gettato la maschera, rifuggendo da ogni ipocrisia: le pale eoliche non sono buone purché non impattano sul paesaggio, sono cattive tout court. Viva la chiarezza, verrebbe da dire. Ma un tale approccio, evidentemente teso a sbarrare la strada alle energie pulite, troppo cheap e democratiche per essere tollerate, ha bisogno di ingaggiare una guerra con le verità della scienza. E poiché queste si basano sui dati, non è sufficiente costruire una lettura farlocca alternativa che tenga in qualche modo conto dei dati, magari travisandoli. No, la guerra dichiarata alle sole energie che possono salvare il genere umano dall’autodistruzione ha un disperato bisogno che quei dati non vengano più prodotti. Da qui il definanziamento drastico degli enti di ricerca che si occupano di clima, fino al tentativo in atto di chiudere l’osservatorio di Mauna Loa, non per inefficienza ma per eccesso di verità, così da oscurare il continuo aumento dei livelli di CO2 atmosferica. Perché la verità, quando è scomoda, non va confutata: va resa invisibile.

In qualche modo, questo accanimento antiscientifico è una cartina di tornasole del negazionismo più autentico, che non può più accontentarsi di intorbidire le acque e “buttarla in caciara”, ma si spinge ad osare ciò che noi, ingenui tardo-illuministi, non avremmo mai pensato potesse essere scientemente perseguito: la cancellazione del primato della scienza, o almeno di quella scomoda, a favore di una nuova narrazione che prescinde da essa.

Si tratta di un azzardo senza precedenti, alla “o la va o la spacca”, che sostanzialmente nasce dall’istinto di sopravvivenza dei petrolieri ed è alimentato dalla megalomania rabbiosa del presidente americano. Non so se riuscirà a contagiare l’Europa. Ma le fondamenta di questa costruzione sono inconsistenti, e i castelli di carta prima o poi crollano. Risiede qui, oggi, la mia speranza.

Ma intanto, il tempo corre. Si propaga come le fiamme dell’incendio, come il fumo acre che respiriamo. Sembra dirigersi non verso il futuro, ma contro di esso. A meno che non si riesca ad estinguere il rogo con altre ben più potenti fiamme, quelle della Ragione.

Uccidere è un gioco da tycoons

Immaginate un plotone d’esecuzione formato da due soli soldati. Davanti a loro una fila sterminata di condannati a morte: 103 ogni ora, in maggioranza bambini, per ogni ora del giorno e della notte dal 20 gennaio ad oggi, senza interruzioni.

Ora immaginate che nessun tribunale abbia emesso le sentenze di morte, ma che invece l’unica colpa delle vittime sia quella di aver contratto l’HIV, la tubercolosi, malattie tropicali, malaria, polmoniti, malnutrizione, diarrea, o altre malattie per le quali non si disponeva di risorse per curarsi.

Viene spontaneo chiedersi come sia possibile che i due individui che compongono il plotone non si ribellino e si rifiutino di obbedire a un ordine che consiste nel mettere in atto una carneficina così orrenda. Come facciano a guardarsi allo specchio senza provare ripugnanza per sé stessi. E tuttavia, resterebbe comunque l’attenuante di aver ubbidito a un comando. Ma come giudichereste i due fucilieri se vi dicessi che nessun comandante ha ordinato loro di sparare e uccidere deliberatamente circa 220 mila persone innocenti, ma che invece la decisione di compiere un tale indicibile massacro sia la loro e soltanto la loro?

Ebbene, i due individui in questione, pur non avendo materialmente premuto il grilletto, esistono ed hanno un nome e un cognome: si tratta di Donald Trump e Elon Musk. È stata loro, e solo la loro, la decisione di smantellare USAID, l’agenzia governativa USA per lo sviluppo internazionale. Il taglio drastico di fondi federali e il licenziamento in tronco della maggior parte del personale, con la conseguente interruzione dei programmi di assistenza in corso, sta determinando, secondo i calcoli di Brooke Nichols, docente alla Boston University, esperta di economia sanitaria e modellatrice matematica nel campo delle malattie infettive, una vera e propria strage di innocenti di cui non si vede la fine, strage che potrebbe portare, secondo l’ex direttore di USAID Andrew Natsios, a due milioni di morti entro la fine dell’anno. La conta delle vittime è in corso: nel tentativo di vincere il senso di impotenza che la affliggeva e di dare uno sbocco costruttivo alla sua indignazione, Brooke Nichols si è fatta carico di questa macabra incombenza, pubblicando un sito web, Impact Counter, che traccia in tempo reale la stima dei decessi evitabili causati dallo smantellamento di USAID.

Trump e Musk non potevano non sapere che la loro decisione avrebbe avuto simili conseguenze: per questo l’immagine del plotone d’esecuzione in cui i due esecutori materiali degli omicidi sono anche i mandanti rende pienamente l’idea del crimine così orribile di cui si sono macchiati il presidente della nazione più potente del mondo e l’uomo più ricco del mondo.

Mi piacerebbe che a commentare questa vicenda agghiacciante siano i supporter nostrani di Trump o i tanti che, per giustificare la loro ignavia, la sorda complicità mascherata da indifferenza, ripetono come un disco rotto che “i politici sono tutti uguali”. Ancora di più mi piacerebbe che, per ogni leader mondiale che governa porzioni di umanità di questo pianeta, sia disponibile un Impact Counter imparziale che tracci le vite perdute e le vite salvate da ciascuno di essi sulla base delle decisioni politiche consapevolmente assunte durante gli anni di governo. La somma algebrica fra morti evitate e morti causate potrebbe così assurgere a indice oggettivo dei risultati raggiunti nel corso di un mandato. Una sorta di punteggio etico inappellabile con cui giudicare l’operato dei potenti. Pensate: quale elettore rivoterebbe un leader che si è macchiato di crimini contro l’umanità? E del resto, quali valide considerazioni politiche potrebbero controbilanciare un giudizio di condanna fondato sul numero di vite umane deliberatamente sacrificate nell’esercizio del potere?

Ma torniamo a Trump e al cattivismo imperante ai vertici degli USA (quanto a Musk, credo che la sua asserzione secondo cui l’empatia è una debolezza suicida definisca bene il personaggio e non necessiti di alcun commento). L’uccisione della moltitudine di angeli innocenti privati da un giorno all’altro delle cure fino ad allora garantite da USAID fa il paio con le centinaia di migliaia di vittime addizionali che a causa del negazionismo ostentato dell’inquilino della Casa Bianca cadranno sotto i colpi del cambiamento climatico. Non fatemi enumerare la (per me) dolorosa sequenza di atti e decreti con i quali il presidente americano ha inteso distruggere sistematicamente l’intero castello delle politiche climatiche di chi lo ha preceduto, per di più minando alla radice l’indispensabile multilateralismo dei già difficili negoziati internazionali. Mi limito a riportare la dichiarazione di Michael Mann, uno dei più noti e influenti climatologi mondiali, alla notizia del taglio dei finanziamenti all’USGCRP, ovvero l’organismo che produce il più importante rapporto sul clima del governo federale, che riassume gli impatti dell’aumento delle temperature negli Stati Uniti: “È pura malvagità. Un crimine contro il pianeta, probabilmente il più grave di tutti i crimini”. Forse Mann deve aver considerato questo ennesimo boicottaggio delle pur deboli iniziative dirette a frenare la più grave minaccia che il genere umano ha mai affrontato come la goccia che ha fatto traboccare il vaso dello sdegno nei confronti di un presidente che non si cura della scienza, anzi la combatte. Ma tant’è. Difficile non avvertire un brivido lungo la schiena al pensiero di un essere umano che commetta il più grave di tutti i crimini. Non ci sono numeri per questa abiezione, tanto è incalcolabile il suo impatto; nessuna quantificazione delle vittime è possibile, come ha fatto Brooke Nichols per i tagli a USAID.

Si tratta “semplicemente” del più grave di tutti i crimini.

Se la spugna è da buttare

Se faremo la nostra parte, la natura ci aiuterà. Voglio dire, se mostriamo di fare sul serio e cominciamo davvero ad invertire la rotta sul versante delle emissioni di gas climalteranti, è ragionevole aspettarsi che Gaia ci dia una mano come ha sempre fatto, ristabilendo l’omeostasi dei sistemi naturali così da assicurare un nuovo equilibrio e, in definitiva, instaurare una nuova alleanza fra Homo sapiens e la biosfera che lo sostiene.

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Questo almeno è ciò che mi piace pensare. C’è del fondamento scientifico in un tale auspicio, ma anche, lo ammetto, un forte anelito che ha dell’irrazionale, una fede affatto dissimile da quella che anima le religioni. Del resto, non si è sempre detto “aiutati, che Dio ti aiuta”?

Una cosa però è certa: la natura fino ad oggi si è fatta carico di alleviare non poco la grave ferita inferta in più di un secolo in cui l’atmosfera è diventata ricettacolo degli scarti delle attività umane. Una benevolenza preziosa, direi addirittura commovente, in risposta ad un insulto continuativo sfrontato, di una violenza inaudita, non giustificabile con la nostra indole di ex cavernicoli. Sto parlando dei due fondamentali serbatoi di carbonio che complessivamente assorbono circa la metà della CO2 di origine antropica: gli oceani e la biomassa vegetale terrestre. Due immense spugne naturali che hanno instancabilmente ripulito una porzione dei miasmi vomitati nel nome del progresso dalla nostra insaziabile specie. Come quei genitori amorevoli che fanno di tutto per nascondere le marachelle dei propri pargoli, riuscendo a mitigarne la portata. Nel caso degli oceani, si è trattato di un sacrificio vero e proprio, che la diluizione nell’incommensurabilità dei volumi in gioco non è riuscita a nascondere: la crescente acidificazione degli oceani, con tutto ciò che ne consegue per la vita marina, è infatti una misura tangibile dell’abbuffata di anidride carbonica che i mari hanno dovuto subire loro malgrado.

Diverso è il discorso riguardo al carbonio stoccato nel regno vegetale e nei suoli. Il negazionismo climatico ha sfruttato abilmente il concetto arcinoto secondo cui la CO2 è “cibo per le piante”, facendo intendere che le emissioni antropiche sarebbero tranquillamente neutralizzate da foreste sempre più estese e rigogliose. Sappiamo bene che non è così, non foss’altro perché l’aumento delle emissioni è stato accompagnato da una massiccia deforestazione dei polmoni verdi del pianeta che i governi non hanno saputo o voluto arrestare. E tuttavia, l’idea secondo cui il cambiamento climatico può essere banalmente arrestato facendo una cosa semplice e bellissima come piantare alberi è ancora molto radicata nell’opinione pubblica.

Come sempre, però, sono i numeri a dover parlare, quei freddi numeri che la scienza è chiamata a produrre e la politica a valutare. Sono riassunti ogni anno nel Global Carbon Budget, frutto del lavoro di oltre 100 scienziati da molte organizzazioni e paesi. È stato fondato dal team scientifico internazionale del Global Carbon Project per monitorare i trend delle emissioni globali di carbonio e dei pozzi di assorbimento ed è una misura chiave dei progressi verso gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. È ampiamente riconosciuto come il rapporto più completo del suo genere. L’ultimo di essi, pubblicato lo scorso dicembre in occasione della COP28 di Dubai, fotografa il consueto squilibrio fra emissioni e assorbimenti: delle 40,7 gigatonnellate di CO2 annue (GtCO2/y)  prodotte nel 2023, 10,3 sono state catturate dagli oceani e 13,5 dalla biosfera terrestre (leggi: vegetazione), mentre la differenza di 16,9 GtCO2/y è andata ad aumentare la concentrazione atmosferica di CO2. Il rapporto evidenzia come negli ultimi decenni i serbatoi naturali di carbonio hanno fortunatamente continuato a crescere parallelamente all’aumento delle emissioni, ma allo stesso tempo avverte che il cambiamento climatico influenzerà i processi del ciclo del carbonio in un modo che aggraverà l’aumento di CO2 nell’atmosfera.

Ed è proprio questo l’elefante nella stanza, l’elemento cruciale della sfida da comprendere appieno. Il monitoraggio continuo del rapporto tra CO2 atmosferica e pozzi di carbonio è essenziale per capire in che misura il riscaldamento globale può indebolire la capacità di stoccaggio dei sistemi naturali. Ebbene, gli ultimi dati disponibili sono di quelli che dovrebbero togliere il sonno ai decisori politici. Sto parlando di uno studio, pressoché ignorato dai media generalisti italiani, appena pubblicato da un team internazionale di ricerca. Mi ha colpito il fatto che sia stato rilanciato con grande preoccupazione sui social dal fisico dell’atmosfera Antonello Pasini, uno scienziato serio, molto poco incline al catastrofismo. Personalmente ho trovato i dati diffusi piuttosto scioccanti, gravidi di implicazioni che temo non tarderanno a venire alla luce. 

In sintesi, i numeri sembrano indicare che il gap fra emissioni antropogeniche e pozzi di carbonio si stia pericolosamente allargando, specialmente a causa della ridotta capacità di assorbimento da parte degli ecosistemi terrestri. L’analisi, focalizzata sul bilancio globale del carbonio nel 2023, si prefiggeva di dare una risposta alla seguente domanda: perché, a fronte di un incremento delle emissioni di CO2 da combustibili fossili nel 2023 di “solo” lo 0,6%  rispetto all’anno precedente, si è osservato nello stesso periodo un aumento delle concentrazioni di CO2 atmosferica del 3,37%, ovvero ben l’86% in più rispetto al 2022? O, detto banalmente: da dove viene il carbonio addizionale immesso in atmosfera? Per far tornare i conti, i ricercatori hanno impiegato modelli dinamici avanzati di monitoraggio della vegetazione globale insieme a dati satellitari, scoprendo che la vistosa anomalia dei flussi di carbonio ha essenzialmente tre cause dirette: la perdita di massa forestale nel bacino amazzonico causata dalla siccità nella seconda metà del 2023, i vasti incendi avvenuti in Canada come conseguenza delle temperature estreme estive e un declino significativo, forse attribuibile alla deforestazione e al degrado dei suoli, nel sudest asiatico. Un quadro deprimente, in cui c’è davvero poco da edulcorare, e dunque gli autori non usano mezzi termini: l’espressione usata per descrivere ciò che è accaduto è “collasso dei serbatoi di carbonio terrestri”.

Se andiamo alle cause ultime, è tutto drammaticamente chiaro: ciò a cui assistiamo è il risultato della sommatoria fra un ulteriore aumento della pressione antropica sugli ecosistemi terrestri e gli effetti del riscaldamento globale in atto. Insomma, mentre la natura, che ha mostrato di essere finora nostra alleata nella lotta ai cambiamenti climatici, continua ad essere sotto attacco, è proprio il progredire rapido del riscaldamento globale che rende tutto più difficile, costringendo l’umanità a moltiplicare gli sforzi di abbattimento delle emissioni e ad accelerare i piani di decarbonizzazione. 

In tutto questo, buone notizie ne abbiamo? O almeno, possiamo aspettarci di essere di fronte ad uno squilibrio temporaneo dei flussi di carbonio destinato a rientrare? Lo vedremo nel prossimo rapporto del Global Carbon Budget, che sarà presentato a fine anno. La speranza è duplice: per quanto riguarda gli oceani, essa è rivolta alla tenuta della loro capacità di stoccare ancora CO2 nonostante il pronunciato aumento della temperatura superficiale marina, registrato da un anno a questa parte specialmente nell’Atlantico settentrionale. Sul versante dei serbatoi terrestri, dobbiamo confidare sulla elevata variabilità interannuale della capacità di assorbimento degli ecosistemi e sul venir meno dell’effetto addizionale che il fenomeno climatico ciclico conosciuto come El Niño può aver esercitato nel 2023. Certo è che, se l’indebolimento dei pozzi naturali di carbonio si rivelerà essere strutturale e non episodico, la situazione è destinata a volgere al peggio.

Continuiamo a correre su un filo sottilissimo, quello che separa la possibilità di un rientro morbido dall’overshoot e di una stabilizzazione del clima terrestre da una accelerazione del riscaldamento globale autoalimentata impossibile da arrestare. La caldissima estate mediterranea 2024 ci ricorda che è in gioco niente di meno che la vivibilità dell’unico pianeta che abbiamo: se non si capisce questo e se i governi remano contro il cambiamento necessario, temo che dobbiamo aspettarci tempi bui in tempi brevi.