De retium natura

Veicolo impareggiabile di conoscenza e strumento straordinario di interazione sociale a distanza, la rete Internet, oggi assurta a icona della contemporaneità, ha storicamente rappresentato la ciambella di salvataggio di una civiltà che rischiava di essere letteralmente sommersa da un oceano di dati e informazioni non altrimenti categorizzabili né condivisibili in modo intellegibile. La sinergia formidabile fra world wide web e scienza della digitalizzazione non solo ci ha permesso di restare a galla respingendo l’onda montante e devastante di una complessità ad alto tasso entropico, ma costituisce senza ombra di dubbio una delle architravi su cui si regge la faticosa costruzione di un futuro sostenibile.

È di grande insegnamento a chi come me tende a scrutare i limiti delle conquiste tecnologiche dover constatare il mancato collasso di Internet preconizzato sin dagli albori dello sviluppo del web. Alla crescita esponenziale della Rete che prosegue inarrestabile da oltre due decenni non ha fatto seguito alcun aumento significativo della viscosità nella trasmissione di informazioni, se non quello, tutt’altro che irrimediabile, dovuto alla carenza di infrastrutture di telecomunicazioni nelle periferie del mondo. Il segreto della resilienza della Rete sta a ben vedere proprio nel fatto di essere rete. Oltretutto, non una rete qualunque fatta di soli nodi, snodi e collegamenti: la connettività wireless ormai imperante costituisce infatti una sorta di tessuto interstiziale che consolida ulteriormente l’architettura della rete, un po’ come la membrana vascolarizzata che unisce le dita dei pipistrelli permettendo loro di volare.

La pandemia ci ha ha fatto scoprire l’inestimabile valore di Internet, che da un lato ha allontanato milioni di individui dall’isolamento e dalla disperazione, e dall’altro ha permesso a una moltitudine di lavoratori di guadagnarsi da vivere senza muoversi da casa e (quasi) senza inquinare. Indagando un po’ più a fondo, dobbiamo anche riconoscere che, sebbene alcune maglie della Rete siano più forti di altre, non c’è ancora un centro di comando nel web; come in ogni rete che si rispetti, non c’è alcun cuore nevralgico che irradia istruzioni o informazioni selezionate, ma solo un’infinità di interconnessioni bypassabili. Ancora una volta, dunque, la chiave del successo è incardinata nell’essere rete.

Non è solo il web a suggerisci di scommettere e investire sulle reti: ci sono altri insiemi inestricabili di nodi comunicanti per la distribuzione di beni di pubblica utilità che si vanno sempre più configurando come chiavi di volta per tentare di vincere le sfide epocali che attendono al varco i Sapiens. Uno di questi, sicuramente il più importante nell’ottica di mitigare la crisi climatica, è la rete elettrica. La sua capillarità, la bidirezionalità dei flussi di corrente e l’elevata efficienza nel trasporto e nella conversione dell’energia sono fra i principali punti di forza delle nuove rinnovabili basate su sole e vento, così come della mobilità elettrica. Semplicemente, non c’è storia. Se solo la politica non ostacolasse la rivoluzione in atto, le vecchie cariatidi delle fonti fossili e le loro potenti propaggini quali i costruttori di auto termiche sarebbero già oggi dei morti che camminano. Se a tutto ciò aggiungiamo il poderoso salto di qualità rappresentato dalla rapida evoluzione delle reti digitali intelligenti, che permettono lo scambio istantaneo di energia elettrica fra luoghi diffusi di produzione e luoghi di consumo sopperendo all’intermittenza della generazione rinnovabile, possiamo meglio comprendere l’inconsistenza (ad eccezione di applicazioni residuali) di scenari alternativi di decarbonizzazione, quali quelli basati sull’idrogeno (che presupporrebbe una rete tutta da costruire!) o peggio sulla cattura e stoccaggio della CO2.

La tragedia è che, proprio mentre cominciamo a riconoscere la preziosità delle reti costruite dall’uomo, continuiamo indefessi a distruggere, spezzettare, parcellizzare la più inestimabile delle reti, che è quella che tiene insieme gli esseri viventi di questo pianeta e fornisce servizi ecosistemici gratuiti alla nostra specie. Non si tratta solo dell’imperdonabile violazione di santuari della wilderness come l’Amazzonia. Come con una immensa forbice mossa da un raptus incontrollato, stiamo tagliando senza sosta le innumerevoli interconnessioni all’interno della biosfera tessute nel corso delle ere geologiche dalla paziente opera della natura. La spaventosa perdita di biodiversità a cui stiamo assistendo in questo inizio di Antropocene è il più inequivocabile dei sintomi del progressivo disfacimento della rete dei viventi. Schiere di genomi perduti per sempre, come biblioteche alle fiamme, senza che avessimo neanche sfogliato i libri in esse contenuti. Ciò che più lascia sgomenti è il non sapere ancora quali ripercussioni potranno derivare da eventi macroscopici di annichilimento biologico quali l’ecatombe degli insetti volanti, la perdita della barriera corallina o l’estinzione in atto di un’intera classe di vertebrati quali gli anfibi. Non lo sappiamo perché, convinti di esserci finalmente emancipati dalla natura, abbiamo relegato a cenerentola le scienze che la studiavano e messo la sordina alle vox clamantis in deserto che hanno visto scomparire per sempre sotto i loro occhi interi ecosistemi.

Stiamo dunque camminando alla cieca su un terreno inesplorato: come ha scritto Stefano Mancuso, “qualunque disordine nella configurazione di questa rete [la rete dei viventi] può portare a risultati imprevedibili”, sottolineando poi che: “in una rete l’aspetto determinante è la qualità delle connessioni”. Del resto, che le connessioni siano alla base stessa della natura, persino all’interno del mondo vegetale formato da individui condannati alla fissità, lo aveva dimostrato la stupefacente scoperta del wood wide web, la rete micorrizica sotterranea che mette in comunicazione gli alberi di una foresta.

Stiamo scoprendo attoniti di essere parte di una rete che ci sostenta e che noi stessi stiamo compromettendo. Verosimilmente, anche l’opportunità servita su un piatto d’argento a dei virus di selezionare, dopo un’infinita sequela di tentativi ed errori, varianti di successo in grado di prosperare darwinianamente ai danni della specie più ingombrante del pianeta è il risultato delle gravi perturbazioni da noi inflitte agli equilibri della biosfera. In fondo, non c’è niente di nuovo in questo: di ecosistemi invasi da specie aliene opportuniste è piena la Terra e la Storia; il problema è che stavolta le vittime siamo noi, che non ci capacitiamo delle difficoltà che incontriamo nello sconfiggere l’invasore come abbiamo sempre fatto.

Sebbene all’origine del nostro successo evolutivo ci sia proprio l’incredibile articolazione delle reti neuronali presenti nell’encefalo, è lecito dubitare che l’espansione dei network di creazione antropica possa in qualche modo compensare l’indebolimento della più vitale delle reti. Saper essere parte diligente e responsabile della rete dei viventi, dunque, è il segreto per non soccombere come specie, mentre fare rete in maniera proattiva e collaborativa all’interno della comunità degli umani è l’unica formula che può scongiurare il caos in questo tumultuoso XXI secolo.

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