Sognando un’altra California

Nel corso dei secoli, la Storia ha traghettato da oriente a occidente il cuore della civilizzazione umana: dalla Mesopotamia all’antica Grecia e a Roma, spostandosi poi nell’Europa occidentale e in Gran Bretagna, e giungendo infine in America. Dalla costa atlantica degli Stati Uniti, il fulcro creativo e tecnologico mondiale si è poi spostato nella seconda metà del ‘900 in California. Jacques Attali, nel suo saggio Breve storia del futuro (2006), individua in Los Angeles l’ultimo “cuore” di quello che chiama “l’Ordine mercantile”. Naturalmente, non a caso: è in California che hanno trovato rifugio avventurieri, talenti di varia natura e artisti, è qui che è nata l’industria dell’elettronica e quella del cinema ed è qui che si trovano oggi alcune fra le migliori università al mondo. Il dinamismo e il potenziale di innovazione della Silicon Valley, con la presenza di colossi quali Google, Apple, Microsoft, tanto per citare i più famosi, non hanno paragoni nel mondo.

Il sogno californiano, celebrato da intere generazioni di giovani in tutto il mondo fin dagli anni ’60 (chi non ricorda la celeberrima Hotel California degli Eagles?), è però ora seriamente minacciato dalle retroazioni della crescita economica che ha costruito e contribuito a diffondere sul pianeta: i cambiamenti climatici rischiano infatti di trasformare quello che è stato un paradiso temperato unico nel variegato panorama dei climi americani – generalmente piuttosto ostili – in un soffocante arido deserto. La California sta soffrendo da alcuni anni una siccità senza precedenti, accentuatasi oltremisura negli ultimi mesi. In primavera la Sierra Nevada, solitamente ricoperta di un metro di neve, era già all’asciutto; le riserve idriche si sono quindi assottigliate sempre di più e con l’arrivo di questa torrida estate, per limitare l’evaporazione della poca preziosa acqua rimasta, si è arrivati al punto di decidere di ricoprire i bacini con milioni di palline di plastica galleggianti (rimedio dettato evidentemente più che altro dalla disperazione). Le autorità dello Stato sono state costrette a misure draconiane di razionamento dell’acqua allo scopo di fronteggiare la drammatica crisi dell’intero settore agroindustriale (in California si produce quasi la metà della frutta e degli ortaggi consumati in tutti gli USA) e di limitare il progressivo abbassamento delle falde acquifere. Per di più, come se non bastasse, alla fine di luglio la California è stata devastata da una impressionante serie di vasti incendi boschivi, costringendo le autorità a dichiarare lo stato di emergenza.

I benestanti, si sa, non risentono degli sconvolgimenti climatici tanto quanto i poveri. La ricca California, seppure pesantemente affetta dalla siccità, non ha certo registrato le migliaia di morti provocate dalle ondate di calore dei mesi scorsi in India e Pakistan. E tuttavia, qualche dubbio sulla sostenibilità della way of life californiana deve essersi insinuato fra gli abitanti della West Coast. Deve apparire sempre più evidente che i lussureggianti giardini delle ville dei ricchi californiani, i verdeggianti campi da golf in mezzo al deserto, gli sfarzi dei divi di Hollywood, fino allo smodato uso dell’automobile nelle megalopoli come Los Angeles, devono essere radicalmente ripensati per far posto a stili di vita decisamente più sobri. Lo stesso Governatore Jerry Brown, Democratico, che con i suoi 77 anni non è certo il candidato migliore a diventare il paladino mondiale della lotta ai cambiamenti climatici, ha recentemente rilasciato delle dichiarazioni significative, impensabili fino a poco fa per un leader politico di un Paese che ha costruito le sue fortune sulla mitizzazione dell’arricchimento individuale e sullo sfruttamento senza limiti delle fonti fossili. Egli ha sottolineato la necessità di uno stile di vita “più frugale” ed ha paragonato la Terra ad una navicella spaziale dove tutto deve essere riciclato e riusato.

Non deve essersi trattato di affermazioni estemporanee, giacché alcuni giorni fa il Governatore ha solennemente dichiarato, supportato da chiare evidenze scientifiche, che la California sta senza alcun dubbio soffrendo le conseguenze del cambiamento climatico, sotto forma di più elevate temperature e di una siccità devastante, invitando i negazionisti e gli scettici, tuttora prevalenti nelle file dei Repubblicani, ad unirsi agli sforzi per combattere il Climate Change. Brown ha poi deciso di porre il suo Stato in prima linea fra le comunità mondiali nel contrasto ai cambiamenti climatici, ed ha annunciato l’obiettivo ambizioso di una riduzione dell’80% delle emissioni climalteranti al 2050 rispetto ai livelli del 1990.

Come è da attendersi, non assistiamo ancora ad una decisa inversione di rotta, e le ombre nel nuovo corso della politica californiana sono ancora molte, a cominciare dal mancato freno all’industria estrattiva, che continua pressoché indisturbata a trivellare il sottosuolo con il fracking consumando preziosa acqua e inquinando le falde già sofferenti. E tuttavia, è lecito nutrire la speranza che la California possa meritare di restare ancora il cuore della civiltà mondiale riuscendo a trainare gli USA e tutto il mondo ancora riluttante verso i profondi cambiamenti del modello economico necessari a far sì che la navicella Terra non naufraghi miseramente nel vuoto cosmico.

Se riuscirà in questa impresa, gli storici potranno un giorno dire che mai nessuna siccità come quella di questi anni in California fu così provvidenziale per il genere umano…

Benzina non olet

La storia è vecchia: il calo delle quotazioni del greggio non è mai accompagnato da una diminuzione di pari entità del prezzo dei prodotti petroliferi, mentre quando il prezzo del petrolio sale l’aumento dei prezzi alla pompa è repentino e consistente. Negli ultimi mesi questo fenomeno si è però accentuato oltre ogni limite, tanto che a fronte di un calo – depurato delle oscillazioni del cambio euro/dollaro – del 6,3% delle quotazioni del Brent rispetto all’inizio dell’anno, il prezzo della benzina è addirittura aumentato del 4%. Vale allora la pena di capire cosa c’è dietro a questo assurdo divario, non foss’altro perché, esaminando i fatti nudi e crudi, una sola cosa appare certa: né i consumatori né l’ambiente ci stanno guadagnando.

I petrolieri, come un disco rotto, mettono il vorace fisco italiano sul banco degli imputati, sottolineando che tra IVA ed accise più di 1 euro per ogni litro di “verde” vanno allo Stato. Si può discutere se la tassazione sui prodotti petroliferi sia eccessiva oppure no. Il mio parere, che so essere opposto a quello della vulgata corrente, è che se si considerano le molte esternalità ambientali negative dei combustibili fossili, prima fra tutte l’immane costo indotto dai cambiamenti climatici, l’attuale prezzo dei carburanti non può essere ritenuto elevato (si veda in proposito un precedente post di questo blog). Ad ogni modo, non avendo intenzione di fare il gioco di Big Oil puntando il dito contro il fisco allo scopo di distogliere l’attenzione dalle responsabilità dell’industria petrolifera, mi limiterò a far sommessamente notare che nella struttura del prezzo dei carburanti le accise (le quali, si noti bene, non sono aumentate nel 2015, così come non è aumentata l’IVA) incidono in misura fissa rispetto all’unità di prodotto, per cui la sola tassazione determina un’attenuazione delle variazioni dei prezzi del prodotto finito ma non può certo spiegare l’attuale divaricazione fra calo dei prezzi della materia prima e aumento dei prezzi alla pompa.

E’ necessario allora indagare sul costo industriale del prodotto finito al netto delle tasse e sul margine operativo delle industrie petrolifere. Secondo i petrolieri, il costo industriale aumenta perché aumentano i costi di raffinazione. Vale la pena di analizzare più a fondo questa affermazione: è ben noto infatti che i giacimenti petroliferi, dopo aver raggiunto il picco di produzione, danno luogo ad un greggio di qualità inferiore che richiede maggiori costi di raffinazione. Peraltro questo problema si somma a quello più grave legato alla fase di estrazione del petrolio, che diventa sempre più difficile ed onerosa man mano che il giacimento si avvicina all’esaurimento, tanto che la questione del picco del petrolio (o picco di Hubbert) è giustamente ritenuta di fondamentale importanza nelle previsioni della disponibilità di energia fossile nei decenni a venire (vedi p.es. qui). E tuttavia, se consideriamo che il petrolio raffinato in Italia è un mix proveniente da svariati giacimenti, presumibilmente non tutti in fase di declino, e soprattutto che il depauperamento quali-quantitativo del greggio estratto avviene in tempi relativamente lunghi, e non certo in pochi mesi, la giustificazione avanzata dai petrolieri appare davvero risibile. Essa per di più non sembra trovare effettivi riscontri neanche nei documenti ufficiali prodotti dalle stesse aziende: anzi, il comunicato stampa dell’ENI del 30 luglio, che illustra i risultati del 2° trimestre 2015, parla di un contenimento significativo dei costi produttivi e di “forti progressi” nel riassetto degli impianti di raffinazione.

Si deve poi aggiungere che le industrie petrolifere in Italia sono storicamente in grado di operare pressoché indisturbate in una logica di cartello, traendo vantaggio dalla peculiare struttura del mercato che vede in gran parte le stesse compagnie operare direttamente lungo tutta la filiera fino alla distribuzione nei punti vendita (le cosiddette pompe bianche, cioè i distributori low-cost che si riforniscono autonomamente nel mercato extra-rete, sono solo il 12% del totale).

E allora, è forse venuto il momento di provare a dare una diversa lettura dei fatti. I petrolieri nell’ultimo anno hanno visto ridurre in modo considerevole i loro profitti a causa del crollo del prezzo del barile; le loro aziende sono inoltre costantemente alle prese con gli ingenti investimenti necessari per le nuove esplorazioni e per gli avvii dei nuovi giacimenti. Pertanto, è verosimile pensare che in questa situazione abbiano deciso di autofinanziarsi allargando artificiosamente il differenziale fra la quotazione della materia prima e il costo del prodotto finito (principalmente benzina e gasolio). Del resto lo stesso Descalzi, Amministratore Delegato di ENI, ha ammesso nello stesso comunicato del 30 luglio che la principale sfida del settore oil & gas è oggi quella dell’autofinanziamento degli investimenti. Anche perché la raccolta di fondi dal sistema bancario o da operazioni di collocamento azionario è sempre più problematica, da un lato a causa del rischio crescente associato alla scoperta di nuovi giacimenti (che si rivelano molto spesso enormemente difficili da sfruttare o di dimensioni così ridotte da non giustificare le risorse investite) e dall’altro per l’opposizione fortunatamente sempre più vigorosa dell’opinione pubblica verso l’ulteriore sviluppo delle fonti fossili.

Questo piano non può dunque passare sotto silenzio: se vogliamo affamare i colossi petroliferi impedendo loro di portare a termine progetti devastanti come le trivellazioni nell’Artico o nei mari italiani, dobbiamo denunciare con forza il meccanismo perverso che fa sì che, alla faccia del tanto decantato libero mercato, tutti noi diventiamo nostro malgrado finanziatori di questi scempi ogni volta che facciamo il pieno. L’Antitrust, se intende mostrarsi davvero autorità indipendente dal potere politico, dovrebbe intervenire subito e smascherare questo gioco sporco. Come il petrolio.

Viva l’Italia dei borghi

Viva l’Italia dei borghi, delle piccole comunità integrate con la campagna circostante, solidali e resilienti. L’Italia dei paesi dove la memoria storica è ancora radicata nella collettività ed è guida saggia per le generazioni di oggi, dove grazie a Internet e alla TV satellitare non si è più isolati dal mondo e condannati all’ignoranza, ma si può beneficiare del telelavoro e avviare attività imprenditoriali innovative e sostenibili.Dove l’energia di sole e vento, diffusa e discreta, indipendente da poteri lontani e autoritari, può garantire benessere ed autosufficienza.

In questa Italia dove regna la bellezza, il respiro delle donne e degli uomini è tutt’uno con il respiro dei campi e dei boschi, l’olfatto è inebriato dai profumi della natura e la vista, non oppressa da orridi manufatti in cemento, può spaziare su panorami lontani liberando la mente e l’anima. Per non parlare del silenzio, impagabile, che solo i luoghi con scarsa densità abitativa e assenza di frenesia produttivista possono dare. Per inciso: quanta arte meravigliosa potrebbe ancora scaturire dalla creatività umana se solo ci si lasciasse avvolgere dalle sensazioni profonde che solo l’immersione nella natura può dare!

Questi luoghi dell’Italia profonda e antica certo non si addicono a chi brama gli eccessi o i piaceri esotici, ma sono e saranno di gran lunga preferibili alle metropoli per la minore vulnerabilità a shock esterni di varia natura e per la possibilità che offrono di mitigare gli effetti nefasti degli stravolgimenti climatici che stiamo già sperimentando e che inevitabilmente si intensificheranno nel prossimo futuro. Ondate di calore più sopportabili, precipitazioni anche violente meglio drenate da un terreno ancora in larga parte non cementificato, dissesto idrogeologico limitato dalla sapiente manutenzione del territorio, possibilità di sperimentare soluzioni abitative gradevoli ed energeticamente efficienti sfruttando i principi dell’architettura bioclimatica: tutto questo e molto altro potranno offrire le migliaia di borghi collinari e montani sparsi per l’Italia ad una popolazione urbana largamente impreparata a gestire l’emergenza climatica. È facile prevedere dunque che la migrazione di massa dalle zone rurali alle città, in atto ininterrottamente dal dopoguerra fino ad oggi, si arresterà e prenderà presto il percorso inverso, sotto la spinta della crescente deindustrializzazione e dalla crisi sempre più palpabile dei modelli di agricoltura e allevamento intensivi non più sostenibili.

L’economia circolare senza produzione di rifiuti, così maledettamente complicata da attuare in una civiltà globalizzata, potrà realmente vedere la luce in un contesto in cui non solo il cibo, ma tutta una serie di beni e servizi saranno “a km zero”.

Nel frattempo, bisogna però arrestare con politiche idonee lo spopolamento dei borghi laddove è ancora in atto (specialmente al Sud), prima che il degrado e l’abbandono condannino questi luoghi all’oblio e prima che la sapienza contadina delle vecchie generazioni vada perduta.

Perché fra gli opposti estremi dell’ormai insopportabile alienazione metropolitana e la follia dell’eremitaggio stile “Into the wild”, da cui più di qualche giovane disperato è attratto, la terza via dei piccoli centri, specie nell’Italia resa grande dai Comuni, appare essere una concreta speranza di futuro.

The dark side of the smartphone

E’ opinione diffusa che la crescita della ricchezza in un mondo con risorse sempre più limitate e sempre più difficili da estrarre sarà assicurata dalla progressiva dematerializzazione dell’economia, ovvero dalla capacità fornita dalla tecnologia di realizzare prodotti con minor contenuto materiale e maggior contenuto informativo. In altri termini, la tendenza ad aumentare sempre di più il valore aggiunto dei prodotti utilizzando meno risorse materiali ed energia potrà salvarci dal collasso economico ed ecologico. O almeno, questo è quanto pensano i tecno-ottimisti. Ma è proprio così?

Un ruolo importante nel processo di dematerializzazione viene giocato dalla miniaturizzazione di molti oggetti di uso comune. Pensiamo ai computer: i primi “calcolatori” occupavano intere stanze, mentre oggi circuiti stampati e schede di pochi centimetri quadrati forniscono prestazioni incredibili, permettendo di contenere nel palmo di una mano una potenza di calcolo e di elaborazione dati inimmaginabile fino a poco fa.

Parliamo dunque dello smartphone, sicuramente l’oggetto hi-tech più amato e desiderato, senza il quale ormai molti di noi verrebbero assaliti da pesanti crisi da astinenza. In soli cento grammi o poco più di materia inanimata è presente, grazie all’ingegno umano, uno stupefacente concentrato di tecnologia che ci permette di fare cose straordinarie. Ma a che prezzo è stato raggiunto un tale traguardo? E soprattutto, siamo sicuri che la natura non c’entri niente con un simile prodigio?

Per rispondere a queste domande è necessario richiamare alla mente le nostre elementari cognizioni di chimica e rivolgere uno sguardo alla tavola periodica, dove cercando bene troveremo un elemento ancora sconosciuto ai più chiamato indio (In). Si tratta di un metallo non ferroso che, fra le sue peculiari proprietà, possiede quella di bagnare il vetro. Ebbene, l’ossido di indio drogato con stagno (ITO), grazie alla sua buona conducibilità elettrica e alla trasparenza ottica, è il più usato fra gli ossidi metallici con cui sono ricoperti i touch screen dei telefonini e dei tablets, rendendo possibile l’interazione con il dispositivo mediante il semplice tocco con le dita. L’indio, tuttavia, è un metallo raro, presente in forma estremamente diluita nei giacimenti, e il suo isolamento richiede pertanto che vengano processate enormi quantità di rocce, con grande dispendio di energia fossile per la sua purificazione e trasformazione. Inoltre, l’aumento esponenziale del suo fabbisogno evidentemente cozza con la sua limitata disponibilità ed è all’origine di crescenti preoccupazioni da parte delle intelligence delle potenze mondiali che vedono la scarsità di questa risorsa, così come di altre materie prime “esotiche” comprese quelle di cui parleremo più avanti, come un rischio per la sicurezza nazionale alla stregua del terrorismo.

Ritorniamo ora alla tavola periodica: fra i metalli di transizione troveremo il tantalio (Ta), anch’esso raro e anch’esso dotato di caratteristiche uniche, fra cui quella di avere ottime proprietà dielettriche che lo rendono un componente fondamentale dei minuscoli condensatori presenti nei circuiti elettronici che troviamo nei computer e in quasi tutti i dispositivi elettronici portatili come appunto gli smartphone. L’importanza di questo metallo è tale per cui senza tantalio non sarebbe oggi possibile produrre dispositivi mobili miniaturizzati. Alcuni fra i più ricchi giacimenti di coltan, il minerale da cui si ottiene il tantalio, si trovano in Congo: l’estrazione avviene con metodi disumani, con l’utilizzo massiccio di bambini e con grave rischio per la salute dei minatori (queste sostanze sono spesso miscelate con uranio e altri elementi radioattivi), arricchendo i signori della guerra che hanno alimentato per lunghi anni una delle più sanguinose guerre civili africane, nell’indifferenza pressoché totale del mondo occidentale.

Ma la lista dei metalli esotici non finisce qui: uno smartphone può contenere fino a 62 tipi diversi di metalli. Fra essi, un ruolo essenziale è giocato dalle terre rare, collocate nelle file in basso della tavola periodica. Molti dei colori vividi che ammiriamo sui telefonini di ultima generazione sono dovuti a elementi di questa classe quali ittrio (Y), lantanio (La), praseodimio (Pr), europio (Eu), gadolinio (Gd) e terbio (Tb), usati anche nei circuiti e negli altoparlanti, mentre la funzione vibrazione non sarebbe possibile senza il neodimio (Nd) e il disprosio (Dy). A dispetto del nome, le terre rare (la cui produzione è localizzata in gran parte in Cina) sono generalmente presenti in concentrazioni apprezzabili nella crosta terrestre, e tuttavia esse richiedono processi estrattivi ad elevatissimo impatto ambientale e sono inoltre assai difficilmente separabili a causa delle proprietà chimiche molto simili che le accomunano.

Tirando le somme, se consideriamo il rischio di esaurimento a cui vanno incontro molti elementi rari, la dissipazione di energia associata ai relativi processi di estrazione, separazione, purificazione e trasformazione chimica (la metallurgia è uno dei settori industriali più energivori), nonché la difficoltà di attuare efficienti programmi di riciclo, è facile rendersi conto di quanto poco immateriale e sostenibile sia la produzione di oggetti quali i nostri dispositivi elettronici. E’ come dire che, se mettiamo nel conto le migliaia di tonnellate di rocce e terreni setacciati e le risorse fossili impiegate per la trasformazione, il peso reale di un telefonino diventa ben più grande di quello effettivo. In termini termodinamici, si può affermare che la produzione di beni di consumo così sofisticati e smart implica che un enorme contenuto di entropia venga scaricato nell’ambiente, in particolare sotto forma di CO2 emessa in atmosfera e di inquinamento di risorse idriche.

C’è però a mio parere dell’altro su cui riflettere: la realizzazione di oggetti hi-tech, certamente frutto dell’intelligenza umana, non sarebbe stata possibile senza la formidabile “chemodiversità” presente sulla Terra (che pure è niente rispetto alla sua biodiversità), vale a dire dell’armoniosa sinergia fra le proprietà particolarissime dei più disparati elementi e composti chimici che il buon Dio/madre Natura ha generosamente sparso nella crosta terrestre a beneficio dei suoi ingrati abitanti umani.