Oggi militare, domani solare

Il testo che segue è la trascrizione della mia relazione introduttiva al Convegno organizzato dal Circolo Legambiente di Frosinone dal titolo “Oggi militare, domani solare – energia solare energia di pace”, che si è tenuto a Frosinone il 28 aprile 2022.

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Oggi militare, domani solare… quando è stato diffuso il save the date di questo evento qualcuno ha commentato: domani è tardi. È vero, domani è già tardi. Del resto quando abbiamo presentato alla stampa questa idea, lo scorso settembre, era tutto un rincorrersi di leader mondiali che sulle orme di Greta dicevano “non c’è più tempo”. La sfida immane della crisi climatica sembrava allora che potesse compiere un salto dai blablabla ai fatti.

Poi a marzo è arrivata, inattesa, questa guerra assurda, foriera di sofferenze indicibili, che sembra aver riportato indietro di settant’anni l’orologio della storia, seppellendo sotto le bombe di un regime dispotico e autoritario le fiammelle di speranza su una cooperazione internazionale efficace che mettesse al bando le fonti fossili per costruire un’economia fondata su una nuova alleanza fra l’uomo e la natura che lo sostiene. La guerra in Ucraina ha perfino oscurato l’ultimo rapporto dell’IPCC che pur dipingendo un quadro a tinte fosche su ciò che ci attende in caso di inazione, ha anche sottolineato che possiamo ancora limitare i danni e dare una prospettiva di un pianeta ancora vivibile e godibile alle nuove generazioni. Sempreché si agisca subito, però!

E tuttavia, la guerra di Putin, le sanzioni e la prospettiva di un embargo del petrolio e gas russi hanno messo finalmente in risalto (certo in un modo che nessuno voleva) la centralità della questione energetica, che già dallo scorso autunno stava mettendo in ginocchio famiglie e imprese. Purtroppo però la politica si è scoperta impreparata a fronteggiare il caro bollette, se non con strumenti vecchi, inadeguati e talvolta controproducenti. Abbiamo scoperto allora quanto è costato all’Italia lo stop allo sviluppo delle rinnovabili, inspiegabilmente al palo da 8 anni, mentre nel resto d’Europa le installazioni procedevano spedite.

Ci troviamo dunque oggi in un momento storico in cui è nata una consapevolezza diffusa come mai prima sull’importanza strategica di solare ed eolico per la mitigazione climatica, l’indipendenza energetica e in definitiva per la messa in sicurezza del nostro tessuto economico che tutto concorre a rendere fragile. Il contesto nazionale e internazionale sul tema energia e la posizione del mondo ambientalista saranno raccontati in questo convegno da Francesco Ferrante, vicepresidente di Kyoto Club, grande conoscitore dei nodi politici che ruotano attorno al tema della transizione energetica.

Oggi parleremo dunque della regina delle fonti rinnovabili per il Paese del Sole, l’energia solare fotovoltaica, appunto, che proprio nell’ultimo rapporto IPCC che citavo prima è riconosciuta essere fra le varie opzioni di lotta al riscaldamento climatico quella con il maggior contributo potenziale alla riduzione netta delle emissioni al 2030.

Ma veniamo a noi. L’idea di riconvertire la vasta area su cui insiste l’aeroporto Moscardini è figlia di una convinzione che anima Legambiente fin nel midollo: la transizione ecologica parte dai territori. Del resto è la stessa nostra struttura associativa, che vede un dialogo fitto e una contaminazione reciproca fra i vertici nazionali e la rete dei circoli, con l’intermediazione insostituibile degli organismi regionali, a suggerirci che è questa la strada da seguire. Per una stessa infrastruttura o impianto, nascere dal basso o essere catapultata dall’alto fa la differenza in termini di accettabilità sociale, tempi di realizzazione e ricadute per il territorio. Piuttosto che imbarcarsi in conflitti ed estenuanti contenziosi con i soliti comitati locali pronti a dire di no a tutto, gli investitori preferiscono di gran lunga essere di manica larga in termini di opere compensative per i territori che ospitano i nuovi impianti. Questo anche nel caso di realizzazioni come i grandi campi fotovoltaici o i parchi eolici in cui a fronte di innegabili ricadute positive per la collettività l’unico impatto che può essere evidenziato è per lo più limitato a un’idea di bello o di paesaggio che è soggettiva e quanto meno discutibile. Voglio citare qui il caso di Montalto di Castro, dove la compensazione per i parchi solari necessari alla decarbonizzazione da realizzare nel territorio si è tradotta in impianti FV comunali con un beneficio per le casse del Comune e per i cittadini, che vedono così ridotta la povertà energetica. Si tratta in altri termini di un meccanismo win-win in cui la remunerazione dell’energia pulita immessa in rete dai grandi impianti a terra, oltre a coprire i consumi delle strutture comunali, va a finanziare le bollette delle famiglie più povere.

Questo è un caso scuola significativo, ma io credo che possano esserci altre modalità di compensazione da sperimentare, ad esempio mediante il contributo che chi investe può erogare per favorire, con la regia delle amministrazioni locali, la nascita di comunità energetiche. Si può pensare, ad esempio all’installazione a costo zero per il comune di pensiline fotovoltaiche nei parcheggi comunali, che forniscano energia pulita e a basso costo per l’autoconsumo delle abitazioni situate nei paraggi e per la ricarica di veicoli elettrici a tariffe calmierate.

Apriamo ora un altro capitolo di questa storia: perché abbiamo scelto proprio l’area di un aeroporto militare. Ovviamente, è stata la stessa Aeronautica Militare a fornire l’assist nel momento in cui ha reso noto che la scuola di volo elicotteristica e con essa il 72° Stormo saranno trasferiti a Viterbo. Un altro assist, ad onor del vero, ci è stato messo su un piatto d’argento da parte di chi ha ritenuto che l’abbandono del Moscardini potesse tradursi nella riproposizione, nell’area interessata o nelle sue immediate vicinanze, di uno scalo aeroportuale civile. Di fronte a un’idea del genere, ancorata ad un passato fallimentare benché rivestita di un ben poco credibile green, ci è venuto quasi naturale proporre in alternativa qualcosa che guardasse al futuro, alle sfide globali legate al collasso ecologico e a quelle locali di un territorio che merita di scrollarsi di dosso un passato e un presente fatti di inquinamento atmosferico, di contaminazione pluridecennale dei suoli e delle falde, e di ritardi intollerabili nelle necessarie bonifiche.

Fare un parco fotovoltaico a terra in 90 ettari di suolo non utilizzato, off limits da sempre, da sempre delimitato dal filo spinato e da cartelli minacciosi che proibiscono perfino di scattare foto, toglie argomenti a chiunque non sia pregiudizialmente ostile a Legambiente qualunque cosa dica o proponga. Mettere pannelli senza sottrarre suolo all’agricoltura o occupare aree di pregio paesaggistico non ha, di fatto, controindicazioni. Vorrei fra l’altro ricordare che i moduli degli impianti a terra tecnicamente non consumano suolo: il terreno resta perfettamente in grado di drenare le acque meteoriche, mantiene la sua biodiversità microbica e la capacità di stoccare carbonio, non impatta sull’avifauna e può benissimo ospitare il pascolo di greggi di ovini, come accade in molte realtà di questo tipo.

E poi, produrre energia pulita in un sito finora vocato a un uso militare è per Legambiente storicamente un po’ come promuovere il servizio civile in luogo del servizio di leva, o come lavorare per il disarmo, l’interposizione pacifica e la difesa nonviolenta anziché ricorrere alla potenza di fuoco delle armi. È insomma qualcosa che è nel nostro DNA, da sempre. So di toccare un tema sensibile in questo momento tragico; non mi spingo oltre ma vi invito ad ascoltare cosa avrà da dirci Maurizio Simoncelli di di Archivio Disarmo sul tema “energia solare, energia di pace” che fa da sottotitolo a questo evento.

Con mia grande sorpresa, dopo che la nostra proposta era stata lanciata ho scoperto dal web che l’idea di un riuso a fini di produzione di energia pulita di siti militari dismessi non era affatto nuova. Già più di 10 anni fa in Germania è stata avviata un’opera sistematica di riconversione in parchi FV di vaste aree che l’abbattimento della cortina di ferro e la riunificazione tedesca avevano reso disponibili. Nomi come Eggebek, Rothemburg, Templin, Lieberose, Perleberg, Neuhardenberg, che a noi non dicono niente, sono tutti siti già sede di aeroporti militari o centri di addestramento, diventati immensi parchi solari, qualche volta dopo complesse quanto costose operazioni di sminamento o decontaminazione. Siti peraltro per lo più realizzati quando il prezzo dei moduli FV era almeno cinque volte più alto di oggi, per giunta in aree geografiche che non hanno certo l’insolazione che abbiamo dalle nostre parti. L’ultimo di questa serie è Xanten, dove fino al 1989 c’era una base NATO con missili antiaerei dotati di testate nucleari, ed ora c’è un impianto fotovoltaico che produce elettricità pulita per la regione del Basso Reno.

E allora la domanda è: perché in Germania, in Francia e persino in Danimarca sì e a Frosinone no? Perché lasciar sfuggire questa opportunità che, da quanto abbiamo percepito in questi mesi, può raccogliere un consenso ampio fra la popolazione e gli stakeholders? Acconsentiamo a mettere pannelli all’interno di un’area già recintata su cui nessuno o quasi ha messo mai piede o preferiamo assistere a film già visti? Tipo: un gruppo privato acquista un terreno agricolo abbandonato per fare la stessa cosa, a seguire defatiganti discussioni e polemiche, interminabili conferenze di servizi, confronto estenuante con la sovrintendenza per il nulla osta paesaggistico?

Perché, badate bene, chi dice no ai grandi impianti in nome del “piccolo è bello”, chi dice “mettiamoli sui tetti i pannelli”, o non conosce i numeri, o è in malafede. I numeri, quelli dei GWh necessari alla transizione energetica, agli obiettivi di mitigazione climatica, ci dicono che nel paese del sole gli impianti domestici da soli non bastano. E dunque, apriamo, spalanchiamo le porte ai pannelli sui tetti, certamente, ma i numeri, piaccia o non piaccia, li fanno per buona parte gli impianti a terra di grossa taglia, che fra l’altro beneficiano di economie di scala non altrimenti ottenibili. Invito tutti a riflettere su un altro numero, che è 35.000: si tratta del numero di impianti domestici da 2 kW che dovrebbero essere installati per ottenere la stessa potenza generata dal parco fotovoltaico che stiamo proponendo. Più tardi ci collegheremo con Agostino Re Rebaudengo, presidente di Elettricità Futura. Ebbene, secondo Elettricità Futura, ipotizzando una ripartizione proporzionale dei 70 GW di nuova capacità rinnovabile da realizzare entro il 2030 in Italia in base all’installato attuale (55 GW), per il Lazio la nuova capacità da sviluppare potrebbe essere di almeno 2,5 GW, di cui 0,5 GW di solare su tetto e 1,7 GW di impianti a terra, che richiedono circa 2600 ha. Pochi? Troppi? Non lo so. Stiamo parlando, sempre secondo Elettricità Futura, dell’1,3% della superficie agricola non utilizzata. Sembra poco, ma le insidie sono dietro l’angolo su ognuno dei progetti che potrà essere presentato, perché ostacoli di ogni tipo verranno dai comuni, dai comitati locali, dalla farraginosità delle procedure autorizzative.

Lasciatemi però dire che questa contrapposizione fra solare sui tetti e impianti di grossa taglia deve finire. Abbiamo bisogno come il pane di energia solare, abbiamo bisogno di colmare il gap con gli altri paesi europei accumulato gli scorsi anni, e abbiamo bisogno di riconciliare la spinta verso le realizzazioni diffuse, decentrate, da destinare prioritariamente all’autoconsumo, con i progetti dei grandi investitori finalizzati all’immissione in rete dell’energia dei grandi impianti a terra. Le due cose non devono porsi in contrasto anzi, come già detto, la grande disponibilità di risorse che gli investitori mettono sul tappeto può tradursi in benefici concreti per i territori proprio in termini di agevolazioni verso impianti diffusi e di piccola taglia. Legambiente è attenta come non mai a tutto ciò che stimola la rivoluzione dell’energia rinnovabile autoprodotta, diffusa, democratica e solidale, in modo particolare attraverso la promozione attiva delle comunità energetiche, ma intende anche rimuovere le barriere che rallentano le grandi realizzazioni. Per questo oggi ascolteremo le une e le altre voci. Per le prime, ci dirà qualcosa Andrea Marchegiani, ricercatore per l’Università La Sapienza, mentre per le seconde siamo orgogliosi di ospitare oggi un rappresentante di Enel, ovvero del colosso industriale che con più convinzione sta perseguendo il cammino della transizione verso le rinnovabili. Inoltre, avremo modo di conoscere una realtà di grande significato che si colloca in qualche modo a metà strada fra i due estremi “piccolo è bello” e “grande è meglio”, ascoltando Sara Capuzzo presidente della cooperativa ènostra, che sta promuovendo un’idea innovativa e promettente, quella degli impianti collettivi. Infine, sul piano locale, ospitiamo oggi il contributo di Francesco De Angelis nella sua veste di Presidente del Consorzio Industriale Unico del Lazio, che ci aiuterà a capire quali opportunità la nostra proposta potrà recare alla realtà del tessuto industriale della Ciociaria.

Ma ritorniamo alla nostra idea. L’opzione che noi perseguiamo prioritariamente è quella di un passaggio dell’area di sedime dell’aeroporto militare al demanio civile, che consentirebbe al territorio di riappropriarsi dell’area e di prevedere una nuova destinazione degli edifici esistenti. La nostra proposta è quella della creazione accanto al parco FV di un polo didattico e di ricerca sull’energia che ospiti le università laziali e gli enti di ricerca pubblici e privati, come verrà messo in evidenza nel rendering che presenteremo più tardi. Tuttavia, siamo consapevoli che il sentiero è stretto, perché la Difesa potrebbe essere riluttante a cedere un proprio asset. E quindi c’è un Piano B da considerare, forse meno ambizioso ma più con i piedi per terra, in cui la Difesa si fa parte promotrice della riconversione dell’area che resterebbe al demanio militare. A rendere fattibile questa soluzione, soprattutto in termini di snellimento delle procedure, è venuto il mese scorso l’art. 20 del Decreto Energia che è stato da pochi giorni convertito in legge. Secondo la norma, i beni del demanio militare sono di diritto superfici e aree idonee all’installazione di impianti a fonte rinnovabile. Non solo coperture di hangar, caserme e capannoni quindi, ma anche le aree non edificate. Questo è di grande aiuto perché disinnesca le mine che gli enti locali possono piazzare sul cammino di iter procedimentali già abbastanza complessi. Ma la norma è altresì importante laddove prevede che “le articolazioni del Ministero della difesa e i terzi concessionari dei beni del demanio militare possono provvedere alla fornitura dell’energia prodotta dagli impianti ai clienti finali organizzati in Comunità energetiche rinnovabili”, aprendo quindi la strada ad una collaborazione fra enti militari e il territorio che li ospita. Più in generale, la norma è importante perché chiama il Ministero della Difesa a contribuire a quella che viene definita la “resilienza energetica nazionale”. Insomma, l’apparato militare oggi non può dirsi esente dal fornire il suo contributo a quella che è una trasformazione radicale non più differibile del sistema energetico nazionale.

Tuttavia, il convitato di pietra in questo convegno sono proprio i vertici della Difesa e i comandi dell’Aeronautica Militare. Non ci nascondiamo che è questa oggi la principale incognita sul tappeto. Non ci è dato sapere se vi sono altri progetti sull’area del Moscardini. A differenza che in Germania, il peso politico delle forze armate in Italia è significativo, e la guerra in Ucraina ha ulteriormente rafforzato il loro potere negoziale. Decreto Energia o no, non possiamo certo dire che la sensibilità ambientale delle varie articolazioni del Ministero della Difesa sia particolarmente tangibile. Non si spiegherebbe altrimenti come sia stato possibile consentire l’apertura di una cittadella militare all’interno del Parco Migliarino San Rossore in Toscana, dove tramite un decreto presidenziale e con fondi del Pnrr verrà ospitata la casa dei reparti dell’Arma dei Carabinieri del GIS. Ciononostante, l’auspicio è che la novità rappresentata dall’art. 20 del Decreto Energia possa rendere appetibile la nostra proposta, con modalità in questo caso win-win-win, in cui cioè a guadagnarci potrà essere anche il dicastero della Difesa. Anche perché proprio l’art. 20 prevede che si possa ricorrere per la realizzazione degli impianti alle risorse del PNRR.

Questo è dunque il quadro in cui si inserisce la nostra proposta. È evidente che Legambiente non può e non vuole proseguire questa battaglia da sola. A noi spetta seminare dialogando, spetta diffondere consapevolezza, convincere cittadini, parti sociali, forze politiche e amministratori locali che questa è una buona idea. Facciamo questo dopo aver studiato, approfondito ed esaminato le problematiche e gli ostacoli che si frappongono sul cammino. Non lanciamo slogan estemporanei e non facciamo propaganda.

A giugno a Frosinone si vota per eleggere la nuova amministrazione. Siamo di fatto già in campagna elettorale, e corriamo il rischio di essere stritolati dalle dinamiche di contrapposizione che si generano fra gli schieramenti in campo. Oggi sono stati invitati i candidati a sindaco di Frosinone affinché valutino e si facciano un’idea. A loro chiedo oggi di usare prudenza, di non demolire la nostra proposta con un no pregiudiziale, ma anche di non condire un auspicabile sì con dichiarazioni che in questa fase delicata rischiano di essere divisive e controproducenti.

Concludo augurando a tutti buon convegno. Spero davvero che, al di là del tema specifico, possiate trovare in ciò che verrà detto dai relatori spunti di riflessione e motivazioni forti per supportare la svolta rinnovabile di cui in un momento storico così delicato abbiamo tutti un disperato bisogno.

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