Incatenati alla crescita

“…avrà il marmo, e l’angelo che spezza le catene”

Francesco Guccini, Il pensionato

E’ compatibile la crescita economica globale con la lotta al cambiamento climatico? Questo semplice interrogativo, sebbene sia centrale per la comprensione della strada da intraprendere per risolvere il più grave dei problemi che l’umanità ha di fronte, è del tutto marginale nel dibattito pubblico. Continua a leggere

Divorzio alla norvegese

La decisione bipartisan presa a giugno dal Parlamento norvegese di vendere gli investimenti sul carbone del proprio fondo sovrano (Government Pension Fund Global, GPFG) merita qualche riflessione. Prima di tutto per le dimensioni del fondo, il secondo al mondo fra i fondi pensionistici con i suoi 837 miliardi di euro di partecipazioni. Poi, perché non si tratta affatto di un’operazione poco più che simbolica come molte altre dello stesso tenore realizzate fino ad ora (ad esempio, quelle di alcune università statunitensi e britanniche), bensì del più consistente disinvestimento dalle fonti fossili deliberato a tutt’oggi: dalle varie stime circolate il valore complessivo delle partecipazioni che saranno cedute dovrebbe essere compreso in un range che va da 4 a 8 miliardi di euro, impattando su circa un centinaio di aziende in tutto il mondo. E soprattutto, l’operazione lancia un segnale politico chiaro alla finanza globale e ai leader mondiali, costituendo un precedente in grado di spianare la strada ad altri analoghi disinvestimenti da parte di istituzioni e fondi privati, con conseguenze potenzialmente dirompenti. Infatti, dopo soli tre mesi la Norvegia non è più sola: proprio in questi giorni è stata annunciata un’analoga decisione da parte dello Stato della California riguardante i due principali fondi pensionistici dei dipendenti pubblici.

Nel motivare la decisione, il Parlamento di Oslo ha coniugato principi ispiratori etici ed economici, sostenendo da un lato l’immoralità di investire in aziende che con le loro attività contribuiscono pesantemente al riscaldamento globale, e dall’altro mettendo in evidenza l’elevato rischio finanziario a medio-lungo termine associato ad investimenti su un combustibile che è destinato ad essere soppiantato da fonti energetiche più pulite e con minore impatto sul clima.

Certo, suona strano e in fondo anche un po’ ipocrita che il denaro dei norvegesi ottenuto in gran parte dai ricavi del petrolio estratto nel Mare del Nord venga sottratto solo alle aziende che fanno profitti sul carbone salvaguardando le altre fonti fossili. Ma dopotutto è anche contraddittorio che proprio uno dei Paesi all’avanguardia nell’impiego delle energie rinnovabili abbia costruito la propria ricchezza trivellando i propri mari estraendone petrolio e gas. Del resto, le contraddizioni nel settore energetico sembrano essere la regola, come vedremo anche più avanti.

Vale la pena di analizzare con maggior dettaglio le caratteristiche del disinvestimento deciso da Oslo. Anzitutto, esso riguarda non solo le aziende del settore minerario che estraggono carbone, ma anche le utilities, cioè le aziende che lo utilizzano nelle proprie centrali per produrre energia. Il che cambia non poco l’impatto della decisione norvegese, che suona decisamente come un ostracismo a tutto tondo verso questa fonte fossile, indubbiamente la più dannosa per la salute, l’ambiente e il clima. Va poi evidenziata l’intenzione delle autorità norvegesi di condurre in porto l’intera operazione con la massima trasparenza: alla Norges Bank, il gestore del fondo che entro il 1° gennaio 2016 dovrà implementare le raccomandazioni del Parlamento, è stato chiesto di rendere pubblica la decisione finale con la lista delle aziende le cui partecipazioni saranno dismesse. E’ auspicabile che in questo modo la “black list” che scaturirà dall’istruttoria potrà più facilmente essere oggetto di ulteriori disinvestimenti da parte di altri soggetti che vorranno seguire la Norvegia nella sua decisione. I criteri su cui si baserà l’elaborazione della lista sono già noti: verranno ceduti gli assets di quelle aziende che, da sole o tramite loro società controllate, basano più del 30% dei loro ricavi sul carbone o generano più del 30% dell’energia dal carbone. Verranno inoltre svolte valutazioni prospettiche che tengano conto di programmi aziendali già in essere in grado di condurre a variazioni, in più o in meno, delle suddette percentuali. In altri termini, un’azienda che è al di sotto della soglia del 30% ma ha in portafoglio investimenti significativi sul carbone potrebbe non essere “salvata”.

E qui si inserisce un interessante giallo che ci riguarda da vicino. Nell’elenco delle aziende nel mirino diffuso inizialmente da alcuni organi di stampa (si veda p.es. qui) c’era anche Enel, di cui il GPFG detiene ben 600 milioni di euro di quote azionarie, pari all’1,7% del valore dell’azienda. In effetti Enel gestisce molte centrali termoelettriche a carbone sia in Italia che all’estero ed è responsabile di una fetta consistente delle emissioni nazionali di CO2 complessive. Il Sole 24 Ore si è però affrettato a precisare, forse per tranquillizzare i tanti investitori italiani, che la quota di energia elettrica proveniente dal carbone prodotta da Enel è pari al 29%, quindi inferiore anche se di un soffio alla soglia decisa da Oslo. Ma la questione resta apertissima: secondo uno studio condotto dal gruppo ambientalista tedesco Urgewald, applicando i criteri adottati, nonostante l’attuale 29% Enel dovrebbe rientrare comunque fra le aziende oggetto di disinvestimento in ragione di non meglio precisati piani di espansione legati al carbone.

Effettivamente non è chiaro quali siano i dati su cui si è basata Urgewald per giungere a una tale conclusione. Se da un lato è vero che il carbone (irresponsabilmente considerato da Enel una fonte energetica abbondante e competitiva) continua ad essere strategico per l’azienda, dall’altro è innegabile che, a partire dal recente abbandono del contestatissimo progetto di riconversione a carbone della centrale di Porto Tolle, il colosso energetico italiano sembra aver deciso di guardare alle rinnovabili (eolico in primis) meno timidamente di quanto abbia fatto finora, ampliando i suoi investimenti in questo settore. Sarà interessante dunque monitorare gli sviluppi della vicenda sino alle decisione finale delle autorità norvegesi. Se Enel dovesse essere inclusa nella black list, si tratterebbe a mio avviso di un fatto rilevante per la politica energetica nazionale, che dovrebbe dare una spinta di rilievo all’espansione delle fonti rinnovabili e condurre il governo ad anticipare significativamente il decommissioning delle centrali a carbone attualmente operanti, a partire da quella di Brindisi che con i suoi 2640 MW installati è una delle più grandi e inquinanti d’Europa.

Tornando al cuore della questione, credo che il disinvestimento deciso dai norvegesi, sebbene costituisca solo un piccolo passo verso il necessario addio ai combustibili fossili, è in grado di innescare un sensibile smottamento del fragile castello finanziario che tiene in piedi un settore industriale troppo spesso incapace di immaginare un futuro che non abbia, appunto, il colore del carbone.