Laudato Si’ per lo tuo verbo pretioso et forte (#1)

L’appello giusto al momento giusto dalla persona giusta. La Laudato Si’ di papa Bergoglio è troppo importante per chiunque per passare inosservata o per liquidarla con un’alzata di spalle. Per quanto mi riguarda, essendo tutto fuorché un esegeta, non mi avventurerò in un improbabile sapiente commento dell’enciclica, ma mi limiterò a condividerne alcuni brani “negletti” che ho invece trovato significativi e in qualche caso anche toccanti. Fra parentesi il numero del paragrafo nel testo integrale.

Sulla testimonianza di Francesco d’Assisi e sulla sua “ecologia integrale”:

(11) Se noi ci accostiamo alla natura e all’ambiente senza questa apertura allo stupore e alla meraviglia [quella che emana dal Cantico delle Creature di Francesco, ndr], se non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo, i nostri atteggiamenti saranno quelli del dominatore, del consumatore o del mero sfruttatore delle risorse naturali, incapace di porre un limite ai suoi interessi immediati. Viceversa, se noi ci sentiamo intimamente uniti a tutto ciò che esiste, la sobrietà e la cura scaturiranno in maniera spontanea.

Sul contrasto fra gli alienanti ritmi imposti dal nostro vivere e i ritmi della natura:

(18) La continua accelerazione dei cambiamenti dell’umanità e del pianeta si unisce oggi all’intensificazione dei ritmi di vita e di lavoro, in quella che in spagnolo alcuni chiamano “rapidación” (rapidizzazione). Benché il cambiamento faccia parte della dinamica dei sistemi complessi, la velocità che le azioni umane gli impongono oggi contrasta con la naturale lentezza dell’evoluzione biologica. A ciò si aggiunge il problema che gli obiettivi di questo cambiamento veloce e costante non necessariamente sono orientati al bene comune e a uno sviluppo umano, sostenibile e integrale.

Sulla perdita di biodiversità:

(33) Ma non basta pensare alle diverse specie solo come eventuali “risorse” sfruttabili, dimenticando che hanno un valore in sé stesse. Ogni anno scompaiono migliaia di specie vegetali e animali che non potremo più conoscere, che i nostri figli non potranno vedere, perse per sempre. La stragrande maggioranza si estingue per ragioni che hanno a che fare con qualche attività umana. Per causa nostra, migliaia di specie non daranno gloria a Dio con la loro esistenza né potranno comunicarci il proprio messaggio. Non ne abbiamo il diritto.

Sull’intima connessione fra difesa dell’ambiente e giustizia sociale:

(49) Spesso non si ha chiara consapevolezza dei problemi che colpiscono particolarmente gli esclusi. Essi sono la maggior parte del pianeta, miliardi di persone. Oggi sono menzionati nei dibattiti politici ed economici internazionali, ma per lo più sembra che i loro problemi si pongano come un’appendice, come una questione che si aggiunga quasi per obbligo o in maniera periferica, se non li si considera un mero danno collaterale. Di fatto, al momento dell’attuazione concreta, rimangono frequentemente all’ultimo posto. Questo si deve in parte al fatto che tanti professionisti, opinionisti, mezzi di comunicazione e centri di potere sono ubicati lontani da loro, in aree urbane isolate, senza contatto diretto con i loro problemi. Vivono e riflettono a partire dalla comodità di uno sviluppo e di una qualità di vita che non sono alla portata della maggior parte della popolazione mondiale. Questa mancanza di contatto fisico e di incontro […] aiuta a cauterizzare la coscienza e a ignorare parte della realtà in analisi parziali. Ciò a volte convive con un discorso “verde”. Ma oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri.

Sul dominio incontrastato dell’economia e della finanza:

(54) La sottomissione della politica alla tecnologia e alla finanza si dimostra nel fallimento dei Vertici mondiali sull’ambiente. Ci sono troppi interessi particolari e molto facilmente l’interesse economico arriva a prevalere sul bene comune e a manipolare l’informazione per non vedere colpiti i suoi progetti. […] L’alleanza tra economia e tecnologia finisce per lasciare fuori tutto ciò che non fa parte dei loro interessi immediati. […] qualunque tentativo delle organizzazioni sociali di modificare le cose sarà visto come un disturbo provocato da sognatori romantici o come un ostacolo da eludere.

E ancora:

(56) Nel frattempo i poteri economici continuano a giustificare l’attuale sistema mondiale, in cui prevalgono una speculazione e una ricerca della rendita finanziaria che tendono ad ignorare ogni contesto e gli effetti sulla dignità umana e sull’ambiente. Così si manifesta che il degrado ambientale e il degrado umano ed etico sono intimamente connessi. Molti diranno che non sono consapevoli di compiere azioni immorali, perché la distrazione costante ci toglie il coraggio di accorgerci della realtà di un mondo limitato e finito. Per questo oggi «qualunque cosa che sia fragile, come l’ambiente, rimane indifesa rispetto agli interessi del mercato divinizzato, trasformati in regola assoluta».

Sullo spettro di un collasso prossimo venturo:

(61) […] sembra di riscontrare sintomi di un punto di rottura, a causa della grande velocità dei cambiamenti e del degrado, che si manifestano tanto in catastrofi naturali regionali quanto in crisi sociali o anche finanziarie, dato che i problemi del mondo non si possono analizzare né spiegare in modo isolato. Ci sono regioni che sono già particolarmente a rischio e, aldilà di qualunque previsione catastrofica, è certo che l’attuale sistema mondiale è insostenibile da diversi punti di vista, perché abbiamo smesso di pensare ai fini dell’agire umano: «Se lo sguardo percorre le regioni del nostro pianeta, ci si accorge subito che l’umanità ha deluso l’attesa divina».

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Il curioso caso degli spaghettini al piombo

E’ di pochi giorni fa la notizia che la Nestlè, dopo l’intimazione dell’authority indiana per la sicurezza alimentare, è stata costretta a portare a distruzione 27.000 tonnellate di ‘noodles’ Maggi, degli spaghettini a cottura istantanea molto popolari in India, a causa della presenza non dichiarata di glutammato e soprattutto per i tassi elevati di piombo riscontrati a seguito delle analisi condotte sul prodotto. Per avere un’idea dell’impatto dell’accaduto, è un po’ come se in un’ipotetica Italia moltiplicata per venti fosse stato ritirato dal commercio l’intero stock di pasta Barilla in circolazione. E’ stato stimato che per completare la distruzione di un tale quantitativo di merce saranno necessari 10.000 autocarri per il ritiro di 4 milioni di scatoloni di merce da quasi 3,5 milioni di punti vendita. Per la distruzione verranno utilizzati sei cementifici dislocati in varie parti dell’India. Il costo stimato di questo immenso recall è di circa 44 milioni di euro, che tuttavia andranno bellamente ad aggiungersi al PIL indiano trasformando come per miracolo una enorme perdita in ricchezza!

Questo evento, di per sé incredibile per le sue dimensioni, mi ha indotto ad alcune riflessioni. In primo luogo, vengono i brividi a pensare all’immane dissipazione di risorse e di energia (in gran parte fossile) richiesta per la coltivazione delle materie prime e per la produzione industriale prima, per il trasporto della merce nei punti vendita e per il ritiro del prodotto poi, fino all’energia necessaria allo smaltimento. E tutto senza aver sfamato nessuno.

Intendiamoci, non c’è dubbio che l’azione di richiamo sia stata necessaria per impedire effetti nocivi alla salute dei consumatori indiani: probabilmente si saranno così evitati molti casi di avvelenamento da piombo o altre patologie più subdole nella popolazione. La questione però è un’altra, ed ha a che fare con la sostenibilità del modello di produzione industriale dei cibi che ingeriamo. Questi alimenti, e specialmente quelli prodotti da multinazionali come Nestlè, più sono prodotti su larga scala tanto più richiedono energia per il trasporto delle materie prime negli stabilimenti, per la produzione in sé e per la distribuzione del prodotto finito fino ad arrivare al consumatore finale. Si assiste a sprechi in tutte le fasi del ciclo di vita del prodotto, non ultimo a livello della grande distribuzione (dis)organizzata, come è stato evidenziato di recente a seguito delle misure intraprese dalla Francia per evitare la distruzione di alimenti prossimi alla scadenza. Si tratta, va da sé, di sprechi ancora più inaccettabili quando si ha a che fare con prodotti destinati a consumatori di Paesi come l’India in cui vi sono ancora vaste sacche di miseria e si soffre la fame.

Una seconda ovvia riflessione riguarda la crescente e in qualche misura inevitabile contaminazione di ciò che mangiamo da inquinanti di tutte le risme dispersi in acqua, terra e aria. Non mi riferisco solo ai rifiuti smaltiti illegalmente, che in qualche modo sono solo la punta dell’iceberg di un fenomeno molto più grande. Se l’attuale modello economico globale non cambia radicalmente, sarà sempre più difficile evitare che i milioni di tonnellate di rifiuti prodotti dall’industria come dai singoli e vomitati nell’ambiente entrino nella catena alimentare e giungano alle nostre bocche. Ma sarà anche sempre più difficile e costoso controllare a 360° la qualità degli alimenti se si vuole ridurre il rischio che casi come quello appena raccontato accadano di nuovo, perché il numero di potenziali contaminanti da monitorare (specialmente di natura chimica) aumenta di giorno in giorno, e l’origine della contaminazione è spesso non facile da determinare quando sono in gioco processi produttivi complessi e materie prime reperite sul mercato globale. In un’economia dominata ovunque dall’imperativo della massimizzazione del profitto, la certificazione dei processi e la qualifica dei fornitori secondo le regole oggi in vigore non bastano più.

Fortunatamente, c’è sempre più consapevolezza delle tante storture del sistema, e diventa sempre più chiaro a molti che la sostenibilità del settore agroalimentare passa per un accorciamento della filiera produttiva e un avvicinamento di questa ai consumatori finali. E naturalmente, per una riduzione drastica a tutti i livelli della produzione di rifiuti.

Da che pulpito…

Cosa farebbe qualsiasi azienda che vedesse seriamente minacciato il proprio business da fattori esterni alla fisiologica concorrenza fra imprese? Cercherebbe ovviamente di difendersi come può, adottando tutte le contromisure del caso, magari confutando gli argomenti di chi tenta di affossarla, o cercando soluzioni di compromesso per tentare di sopravvivere quando la minaccia è inconfutabile. Oppure proverebbe a cambiare pelle.

Ma cosa succede se questa azienda è un colosso petrolifero con un giro d’affari di miliardi di euro con operazioni in tutto il mondo, un vasto e diffuso azionariato e investitori istituzionali di peso, e se la minaccia da cui difendersi si chiama cambiamento climatico? Beh, in questo caso la strategia deve essere molto più incisiva e raffinata, bisogna mettere in campo il meglio delle proprie capacità di lobbying ed essere suadenti, melliflui ed abili nell’assecondare a parole gli interlocutori che contano facendo nello stesso tempo pesare nel modo giusto il proprio immenso potere e il denaro che può muovere.

Stiamo parlando dell’ENI, che insieme alle principali major europee di petrolio e gas (tra cui BP, Shell, Total) ha recentemente diffuso un appello ai governi e all’ONU in vista della COP21 di Parigi. Con questa iniziativa congiunta, da loro stessi definita “senza precedenti”, le Big Oil europee “riconoscono sia l’importanza della sfida che pone il cambiamento climatico sia l’importanza dell’energia per la vita umana e per il benessere generale. Riconoscono che l’attuale tendenza delle emissioni di gas serra sia superiore rispetto a quello che l’IPCC afferma essere necessario per contenere l’aumento della temperatura globale a non più di 2°C, e si dicono pronti a contribuire con delle soluzioni (il grassetto è mio).

Ora, che dei produttori di petrolio ritengano opportuno sottolineare l’importanza dell’energia per la vita umana è francamente ridicolo, oltre che patetico; ma quello che fa più sorridere è che queste aziende dicono di avere delle soluzioni al problema del riscaldamento globale, da loro causato. Quali soluzioni? Si preparano forse a rinnegare la propria ragion d’essere, autoflagellandosi pubblicamente per i disastri ambientali inflitti alla gente nei quattro angoli del mondo, e riconvertendosi alle energie rinnovabili? Ovviamente no. Il seguito dell’appello ci fornisce però qualche indizio su cosa abbiano in mente.

Dicono i sei CEO: “Crediamo fermamente che la tariffazione del carbonio scoraggerà le opzioni ad alto tasso di emissioni e ridurrà l’incertezza stimolando gli investimenti nelle tecnologie a basse emissioni e l’uso delle risorse giuste nei tempi necessari. Ora abbiamo bisogno che i governi di tutto il mondo forniscano questo quadro regolatorio e crediamo che la nostra presenza al tavolo di discussione sarà utile per delineare un approccio che possa essere pratico e fattibile”.

Che dire? Che dei produttori petroliferi sostengano l’adozione della carbon tax può in effetti apparire sorprendente, tuttavia con questa mossa Big Oil cerca in qualche modo di riversare sul carbone (che possiede notoriamente un maggiore potenziale climalterante) e sulla Cina che ne fa largo uso la responsabilità dei cambiamenti climatici, sperando che una tariffazione ad hoc disincentivi il carbone a vantaggio di petrolio e gas. Si tratta però con tutta evidenza di una strategia di corto respiro, che concentra l’attenzione sui presunti benefici di una fonte fossile rispetto ad un’altra (un po’ come un bambino monello che per discolparsi punta il dito su chi l’ha fatta più grossa), non guarda all’obiettivo più ambizioso ma necessario della decarbonizzazione dell’economia (fatto proprio almeno a parole anche dall’ultimo G7) e mostra in definitiva l’affanno dei giganti dell’energia fossile nell’affrontare una problematica più grande di loro che rischia di annientarli in breve tempo, spostando enormi capitali dal petrolio e dal gas alle rinnovabili. Ed infatti, è la frase finale che fa capire chiaramente quali siano le loro reali intenzioni: Big Oil a Parigi vuole esserci, vuole partecipare al tavolo e far pesare fino in fondo, con tutti i mezzi, il suo peso. E scusate se è poco.

Stiamo pur certi che lo faranno. Stiamo pur certi che venderanno molto cara la pelle.

Folgorati sulla via di Parigi

Giugno 2014: Nonostante la forte opposizione dei gruppi ambientalisti e delle popolazioni indigene, il governo canadese del primo ministro Stephen Harper approva il progetto di un oleodotto per il trasporto sulla costa del Pacifico del petrolio ottenuto dall’estrazione delle sabbie bituminose dall’Alberta (maggiori info qui).

Novembre 2014: Viene convertito in legge il decreto “Sblocca Italia” con il quale il governo di Matteo Renzi, svuotando le prerogative degli enti locali, facilita il rilascio delle concessioni per le trivellazioni nel Mar Adriatico, nello Ionio e in Basilicata (vedi p.es. qui).

Febbraio 2015: Con il supporto del governo guidato da David Cameron, da sempre un convinto sostenitore del fracking, il parlamento britannico approva una norma che consente alle industrie dello shale gas di effettuare perforazioni orizzontali all’interno di parchi nazionali e di altre aree protette.

Maggio 2015: Il Presidente USA Barack Obama concede a Shell l’autorizzazione alla trivellazione delle acque dell’Artico per l’estrazione di petrolio, provocando l’ira dei movimenti ambientalisti in tutto il mondo (fonte).

4 Giugno 2015: Il Climate Action Network assegna al Giappone guidato dal primo ministro Shinzo Abe il poco ambito premio Fossil of the Day. Nelle motivazioni rese note alla stampa viene citata l’opposizione giapponese alla proposta di adottare rigorosi standard ambientali per la concessione di finanziamenti ai paesi in via di sviluppo da parte della Banca Mondiale e vengono stigmatizzati gli scarsi obiettivi pianificati dal Giappone in termini di riduzione delle emissioni di gas serra (rif.).

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7 Giugno 2015: Al G7 tenutosi in Baviera, Obama, Cameron, Abe, Harper e Renzi (assieme ad Angela Merkel e François Hollande, i quali per la verità potrebbero nutrire un sincero interesse per un accordo ambizioso sul clima, pensando magari di trarre vantaggi economici dall’esportazione delle tecnologie tedesche sulle rinnovabili e di quelle francesi sul nucleare) concordano sull’obiettivo del contenimento dell’aumento di due gradi della temperatura globale, facendo così lievitare le speranze per un accordo in tal senso nella prossima conferenza ONU di Parigi. Wow!

Posso dirlo? Troppe volte i leader politici hanno due facce, a seconda della convenienza del momento, e non fanno convergere gli annunci con le azioni ad essi conseguenti. Mi viene anche il dubbio che costoro non si rendano bene conto delle implicazioni di un accordo mondiale vincolante per contenere entro due gradi l’aumento della temperatura, e dello sforzo titanico che dovrà essere messo in atto a tutti i livelli.

Per questo la parola d’ordine è: non abbassare la guardia. Let’s stay connected!

Se dieci miliardi vi sembran pochi

Siamo troppi o troppo pochi? La risposta che viene data a questa domanda è diametralmente opposta se siamo pigramente abituati a non guardare al di là dei ristretti confini nazionali o se siamo invece interessati a comprendere le dinamiche globali in atto. Se dunque, condizionati dal pensiero dominante o dai richiami di certi settori della chiesa, ci limitiamo ad evidenziare il calo delle nascite in Italia, saremo portati a sostenere acriticamente la necessità di politiche che sostengano la ripresa demografica, ma se allarghiamo gli orizzonti all’intero pianeta giungeremo senz’altro alla conclusione che su questo mondo siamo troppi.

Guardiamo ai dati: ci sono voluti centinaia di migliaia di anni affinché la popolazione mondiale raggiungesse il primo miliardo di abitanti, e solo due secoli per passare da 1 a 7 miliardi, livello toccato nel 2011. Secondo le proiezioni dell’ONU (vedi grafico) nel 2050 saremo probabilmente un numero compreso tra 8 e 11 miliardi, a seconda del livello di fertilità che verrà registrato negli anni a venire. Lo scenario intermedio prevede per la metà del secolo circa 10 miliardi di individui.

Population_projections

Nel frattempo, cosa accadrà ai sistemi planetari che rendono possibile la vita? Se guardiamo ai vari aspetti della crisi ecologica in atto (inquinamento crescente, perdita di biodiversità e di variabilità genetica, depauperamento delle risorse, ecc.) ed analizziamo gli attuali trend, la prospettiva è tutt’altro che rosea, in quanto sembra difficile che un mondo come quello che ci troveremo ad abitare nel 2050 sia in grado di supportare 10 miliardi di bocche da sfamare senza generare una diffusa instabilità sociale, migrazioni epocali e ogni sorta di conflitti per l’accesso alle risorse.

Limitandoci a valutare le conseguenze attese dell’aumento della temperatura media terrestre previsto nell’ipotesi BAU (business as usual) sulla disponibilità di cibo è facile rendersi conto che la pressione a cui sarebbe sottoposta una biosfera già sofferente in un pianeta popolato da 10 miliardi di esseri umani sarebbe semplicemente insostenibile. I cambiamenti climatici, infatti, intensificheranno i processi di desertificazione, renderanno più frequenti e durature le siccità e le ondate di calore, provocheranno sempre più spesso alluvioni e frane che dilaveranno i suoli dei pendii, e condurranno in definitiva ad una perdita sempre maggiore di terre coltivabili e ad un generale declino dei raccolti in agricoltura. Del resto, la perdita di nutrienti e il progressivo inaridimento dei suoli agricoli sottoposti a sfruttamento intensivo sono già ora una realtà, e pertanto il surriscaldamento del pianeta non farà altro che amplificare drammaticamente una tendenza in atto, che verosimilmente potrà essere contenuta solo con un maggior uso di fertilizzanti di sintesi e con la continua perdita di aree forestali da destinare a terreni agricoli, cioè con rimedi alla lunga peggiori del male. Se poi guardiamo agli oceani come fonti di nutrimento, le prospettive sono se possibile ancora peggiori, visto il grave sovrasfruttamento delle risorse ittiche che già oggi si traduce in una significativa e generalizzata diminuzione del volume del pescato.

Resterebbero gli insetti, secondo molti il cibo del futuro, ma francamente non sembra una prospettiva molto allettante…

La transizione che verrà

E’ cosa buona e giusta sostenere con forza la necessità di costruire un nuovo paradigma economico sostenibile basato sulle energie rinnovabili. Come discusso in precedenti post di questo blog, sappiamo che la crisi climatica e la progressiva deplezione delle risorse fossili fanno sì che questo obiettivo sia indilazionabile e senza alternative. Tuttavia, non si può nascondere che una siffatta impresa costituisce una sfida titanica, che non ha precedenti della storia dell’umanità.

Per comprendere ciò dobbiamo avere ben presente che la crescita impetuosa avvenuta negli ultimi due secoli e il conseguente livello di benessere raggiunto da una cospicua fetta dell’umanità e giustamente reclamato dalla restante parte è stato reso possibile grazie all’energia ottenuta da combustibili fossili e dal petrolio in particolare. Si deve ricordare che prima del petrolio e del carbone c’era praticamente solo il calore del fuoco di legna e l’energia muscolare umana e animale. Per avere un’idea di cosa hanno rappresentato i combustibili fossili nella storia recente dell’umanità, si pensi che il contenuto energetico di un barile di petrolio (159 litri) è pari a quello prodotto dall’attività muscolare di un operaio in 11,5 anni di lavoro (considerando 40 ore settimanali). Il petrolio è una fonte energetica concentrata, efficiente e straordinariamente versatile, che ha fornito i joules necessari a supportare praticamente tutti i settori dell’economia, dall’industria manifatturiera all’agricoltura, dai trasporti al riscaldamento. L’intero pianeta consuma 33 miliardi di barili di petrolio all’anno (dati 2013), una quantità immensa: come possiamo dunque pensare di rinunciare in breve tempo a un tale input di energia senza che l’intera economia collassi e ci riporti al Medioevo?

Tutti conosciamo la risposta a questa domanda: saranno le fonti rinnovabili a sostenere l’economia del futuro, principalmente l’eolico e il solare nelle sue diverse declinazioni (fotovoltaico, termico, termodinamico). Il tumultuoso sviluppo delle rinnovabili negli ultimi due decenni sta a dimostrare che la transizione verso un futuro carbon free di fatto è già iniziata e non potrà che proseguire. E tuttavia, non sono tutte rose e fiori: se vogliamo limitare i cambiamenti climatici a livelli ancora sopportabili, la riduzione delle emissioni da fonti fossili deve iniziare subito ed essere cospicua, dell’ordine del 5-10% annuo. Tale riduzione, inoltre, per rispondere a criteri di equità, non può essere uniformemente ripartita fra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo, e pertanto dovrebbe essere il mondo ricco a sopportare le riduzioni più importanti. Ma è realistico pensare di rimpiazzare il 10% annuo di energia fossile con le rinnovabili? Qui il discorso diventa più complicato, perché non tutti gli usi del petrolio sono ugualmente sostituibili con le energie pulite: se infatti la produzione di elettricità da fotovoltaico ed eolico è in grado di prendere rapidamente il posto delle centrali a fonti fossili, lo stesso non può certo dirsi per il settore dei trasporti, basato ancora oggi per il 90% sul petrolio. Certo, i motori elettrici potranno gradualmente sostituire i tradizionali motori termici delle automobili, ma come la mettiamo con il trasporto pesante, con i mezzi d’opera, con il trasporto navale e soprattutto aereo? Nell’ambito dei trasporti terrestri sarà certamente possibile spostare una buona fetta di merci dai TIR alla ferrovia, ma complessivamente, con le tecnologie a disposizione oggi, sarà arduo riuscire a conseguire riduzioni consistenti delle emissioni in questo settore, a meno di non sostituire il modello economico fondato sulla globalizzazione delle merci con un’economia nella quale i beni materiali saranno in prevalenza fabbricati localmente e distribuiti a corto raggio.

C’è poi da considerare un altro aspetto fondamentale della già ingarbugliata questione: una riconversione così massiccia e rapida dalle fonti fossili alle rinnovabili richiederà degli investimenti molto ingenti e uno sforzo produttivo enorme in termini di impianti ed infrastrutture, ma ciò abbisogna a sua volta di tanta energia, che nel breve termine dovrà necessariamente provenire in gran parte dai combustibili fossili. In altri termini, per uscire dalle fonti fossili abbiamo bisogno delle fonti fossili (cit. Sgouridis, Bardi & Csala), il che implica che una frazione non trascurabile delle emissioni che potremo permetterci negli anni a venire dovrà essere destinata alla riconversione dell’attuale modello energetico.

Insomma, ci aspettano anni nei quali l’umanità dovrà incamminarsi su un pericoloso crinale nel quale su un versante ci sarà il baratro della catastrofe climatica e su quello opposto l’implosione della fragile architettura su cui si fondano le nostre società e in definitiva il tracollo dell’economia. Nessuno sa se ce la faremo, sappiamo solo che non abbiamo alternative.