Keep calm and read Picco per capre

 

È da tre anni che leggo articoli divulgativi di Jacopo Simonetta e di Luca Pardi; credo di non esagerare dicendo che da allora la mia limitatissima comprensione dei guai che affliggono questo nostro mondo ne ha beneficiato non poco.

Entrambi ne sanno molto più di me praticamente su tutto, ma non è tanto dal loro sapere specialistico che ho tratto giovamento, quanto dalla capacità rara di mettere in relazione temi apparentemente distanti, di interconnettere problemi complessi per la cui soluzione tendiamo ad affidarci ad occhi chiusi ai superesperti di turno, bravissimi nel parcellizzare pezzi di realtà operando su di ciascuno di essi per mezzo di raffinate tecniche chirurgiche. Peccato che una tale pretesa risulta fallace nella misura in cui nell’iperconnesso mondo contemporaneo quei pezzi si parlano, si scambiano feedback in continuazione e in modo spesso imprevedibile e inatteso, e dunque oggi sempre di più l’iperspecializzazione non è in grado di risolvere i problemi ma anzi spesso li aggrava accumulando complessità inestricabili e ingestibili, o ne crea di nuovi. Per questo, leggere Jacopo che inquadra l’ecologia con le lenti della termodinamica e Luca che analizza il nesso invisibile fra crisi economica e disponibilità di energia è stato per me come respirare a pieni polmoni in un panorama culturale troppe volte dominato da un’opprimente asfissia mentale. Continua a leggere

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La buccia della Terra (Etere)

Per Dolores il jazz era come una droga. Era da quando aveva otto anni che i neuroni della sua corteccia cerebrale si inebriavano delle armoniose dissonanze e dei ritmi incalzanti che nessun altro genere musicale sa offrire. Quando chiudeva gli occhi e con le sue cuffie ascoltava i grandi classici del bebop o gli elaborati riarrangiamenti degli standard più celebri, era come se si tuffasse in un etereo universo parallelo, una sorta di paradiso ante litteram che escludeva tutto e tutti dalla sua sfera sensoriale. Continua a leggere

La buccia della Terra (Acqua)

La fila indiana si snodava sinuosa lungo i tornanti dell’ampio sentiero che conduceva all’altopiano.

«Papà, maledizione, questo sole brucia, altre due ore così e resterò ustionata!» esclamò Katrin ansimando. «Aspettatemi, almeno, perché andate così forte?» soggiunse mentre allungava il passo per cercare di raggiungere i genitori.

«Forza, signorina, siamo quasi arrivati! E smettila di lamentarti, hai dodici anni, e poi, non sei contenta di prendere la tintarella?» la incoraggiò il padre. «Ok, prendi questo, ti proteggerà!», aggiunse poi, lanciandole il suo cappello texano da cowboy. Continua a leggere

La buccia della Terra (Carbonio)

Piantare alberi era un gioco da ragazzi per i robot giardinieri. Come in una catena di montaggio, le unità specializzate eseguivano a ritmo serrato le varie fasi dell’operazione, dallo scavo delle buche alla ricopertura e compattamento del terreno attorno ai virgulti, avanzando con sicurezza sulle loro estremità cingolate. Alle spalle degli automi, il paesaggio brullo e sterile, punteggiato qua e là da sterpaglie rinsecchite, lasciava il posto ad un giovane, rado boschetto che si apprestava a diventare un’ariosa foresta assetata di anidride carbonica. Continua a leggere

La buccia della Terra (Silicio)

Ad Alex piaceva molto provocare EdYrr con domande maliziose o quesiti di impossibile risoluzione. A dispetto dei suoi quindici anni, era un ragazzo molto sveglio; del resto, era figlio di due ingegneri del Massachusetts Institute of Technology, per un verso il top della mente tecnologica umana e per l’altro quanto di più affine potesse esserci con la poderosa intelligenza artificiale dei Siliron. Crescendo in quell’ambiente, era naturale che EdYrr divenisse il migliore amico di Alex, dapprima compagno di giochi – e che giochi! – e poi onnisciente tutor. Continua a leggere

La buccia della Terra (Elettroni)

La prima fabbrica di moduli fotovoltaici interamente automatizzata ed alimentata a sua volta da un vasto parco fotovoltaico posto nelle vicinanze era entrata in esercizio nel deserto dell’Arizona pochi anni prima.

L’automazione, naturalmente, non si limitava alla fase strettamente produttiva come nei vecchi stabilimenti dell’inizio del ventunesimo secolo di cui gli umani andavano orgogliosi, ma si estendeva alla totalità dei settori aziendali, compreso il top management: a intervalli regolari tutti i parametri dei processi in corso venivano inviati a Superbrain, che li analizzava e restituiva prontamente il suo feedback con gli algoritmi per ottimizzare le procedure e le singole fasi di produzione. A quella fabbrica ne seguirono molte altre sparse per il Nordamerica, l’Europa e la Cina, tutte ugualmente efficienti e tecnologicamente perfette. Continua a leggere

La buccia della Terra (Ferro)

Alle prime luci dell’alba, migliaia di automi invasero le strade di Detroit pattinando sicuri sulle loro rotelle basculanti. Incuranti del paesaggio post-apocalittico che si spalancava dinanzi ai loro occhi laser, i robot si diressero speditamente verso il luogo di raccolta. Da quando i suoi abitanti umani erano fuggiti via in cerca di cibo e risorse, la città deserta era avvolta dal silenzio, rotto di tanto in tanto dal cigolio degli infissi arrugginiti sbattuti dal vento, dallo squittire di roditori affamati o dal miagolio sinistro di gatti rinselvatichiti dall’aspetto spettrale. Ad un osservatore immaginario, l’ingresso dei robot in città avrebbe potuto richiamare alla mente le truppe trionfatrici di guerre passate nell’atto di prendere simbolicamente possesso di un centro nevralgico del territorio conteso. Ma non c’erano bandiere sventolanti né grida di giubilo ad attendere i robot quella mattina, e la quiete surreale dominante era solo leggermente scalfita da quella inedita invasione. Continua a leggere

Libertà o morte! (o tutte e due?)

La narrazione prevalente sulle ricette per combattere il cambiamento climatico contempla a mio modo di vedere alcune vistose omissioni, anzi dei veri e propri tabù, questioni a dir poco spinose su cui si preferisce glissare per non pregiudicare – così almeno ci viene detto – il successo comunicativo della necessaria opera di informazione, così da evitare fenomeni di rigetto nei riguardi di messaggi scomodi. Continua a leggere

Ailanto o Uomo per me pari sono

La vista dalla finestra del mio ufficio è dominata da tre alberi con lunghe foglie composte e dal fusto liscio ed esile, uno dei quali alto circa 10 metri. Le piante affondano le proprie radici nell’intercapedine alta e stretta fra il muro di cinta della palazzina e un capannone artigianale dismesso. È evidente che nessuno può mai averle piantate in un posto simile e che si tratta dunque di vegetazione spontanea. Ogni volta che mi affaccio resto stupito dalla potenza della natura e dalla straordinaria capacità di adattamento di certe specie vegetali. Continua a leggere

La buccia della Terra (Prologo)

“Da qui, messere, si domina la valle

ciò che si vede, è.

Ma se l’imago è scarna al vostro occhio

scendiamo a rimirarla da più in basso

e planeremo in un galoppo alato

entro il cratere ove gorgoglia il tempo”

In volo, Banco del Mutuo Soccorso

Se è vero che tutto ciò che si vede, e quindi è, è già stato detto, scritto e raccontato, tanto vale avventurarsi nelle terre ancora non del tutto esplorate del non è, o del non è ancora, o finanche del non sarà mai. Perché anche se alcune tessere del puzzle del futuro possono già essere facilmente incasellate, l’immagine femminea che apparirà quando il sarà potrà essere declinato al presente e il tempo cesserà di gorgogliare è oggi irrimediabilmente scarna, se non del tutto indecifrabile.

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