Fratelli uccelli

“Consegnare gli uccelli all’oblio significa dimenticare di chi siamo figli”
(Jonathan Franzen, La fine della fine della terra)

Quando uno dei miei figli era piccolo, mi divertivo a fingere di saper tradurre il cinguettio degli uccelli. Mi piaceva fargli credere che con il loro canto gli uccelli volessero intessere un dialogo con lui, facendolo sentire importante e al tempo stesso parte del magico mondo della natura. Non so in che misura quel dolce inganno facesse presa sul bambino di allora, ma credo che oggi che è un giovane uomo potrà ricordarlo con la tenerezza che si addice alle memorie dell’infanzia perduta.

Ripensavo a quel gioco innocente qualche giorno fa mentre, dal terrazzo di casa che si affaccia su una strada ad alta densità di traffico, mi sono beato del canto degli uccelli che finalmente dominava la scena uditiva, emergendo dal silenzio surreale sprigionato dalla quarantena di massa di queste inedite settimane. Finalmente, ho pensato, il suono ha la meglio sul rumore, l’armonia sul fracasso; finalmente lo stupore sempre nuovo della primavera che irrompe si impone e spezza la monotonia delle nostre vite condannate ad un produttivismo che non conosce stagioni né ragioni. E dopo tanti anni mi sono di nuovo chiesto quale criptico messaggio volessero esprimere gli uccelli del cielo con il loro arzigogolato cinguettio.

Sfidando il baratro evolutivo che ci separa dall’avifauna, credo che si possa abbozzare un tentativo di decifrare quei complessi geroglifici sonori, mettendo sul piatto il giusto equilibrio fra cuore e intelletto. Del resto, dal primo non si può prescindere se è vero che, come diceva qualcuno, gli uccelli cantano per rammentarci che abbiamo un’anima. Quanto all’intelletto, non posso non pensare agli allarmi incessanti della scienza, all’inascoltato grido di dolore di una natura stuprata, rosicchiata da un’umanità famelica, e lo immagino condensato nelle note melliflue ma ahimè sempre più rade e soffuse emesse dalle leggiadre creature dell’aria. Da lassù tutto deve sembrare chiaro, senza ombre: nessuno meglio dei vertebrati alati conosce le ferite mai cicatrizzate inferte dall’uomo contemporaneo al mondo, avendo incessantemente trasvolato su terre e mari sin dalla notte dei tempi. E allora, quelle note paventavano forse un’imminente decimazione di molte fra le loro diecimila specie, inevitabile esito dell’Armageddon degli insetti in atto. Oppure esprimevano un accorato appello per la conservazione degli habitat residui che ospitano le loro rarefatte colonie, scrigni di biodiversità stretti nella morsa dell’espansione dei suoli da immolare al servizio dei sapiens. O ancora manifestavano lo sgomento di chi assiste all’espropriazione del proprio regno da parte dei mostruosi giganti di ferro e kerosene che affollano i cieli.

Ma quei messaggi, seppure diffusi con ammalianti gorgheggi, erano perennemente sopraffatti dall’immondo baccano dei motori e dalle urla scomposte dei padroni del mondo. Fino a pochi giorni fa, quando le strade deserte hanno permesso alle nostre orecchie di risuonare delle avvolgenti colonne sonore primordiali che ci avevano imposto di silenziare. Un cortocircuito senza precedenti, che può lasciare senza respiro, finché non si innescano opportuni meccanismi di difesa. Noi nella natura dopo essere stati coercitivamente indotti per tutta la vita ad essere altro da essa? Per molti è impensabile, inaccettabile per partito preso. E allora, prima di soffocare, costoro erigono muri in tutta fretta, barricano le proprie radicate convinzioni in qualche anfratto dell’encefalo per preservarle da un’evidenza di segno contrario sempre più accecante. Perché the show must go on.

Cantate più forte, fratelli alati, ora che il palcoscenico è vostro, inondate le città liberate dal frastuono con le più armoniose sinfonie che abbiate mai orchestrato, twittate incessanti sopra i nostri falsi tweet, ispirate gli artisti e fatene nascere di nuovi dalle ceneri di un mondo che non vi ha mai compreso. Non stancatevi, vi prego, non lasciate che un cupo silenzio trabocchi sulle nostre vite e ci getti nell’angoscia.

Non smettete mai di spiccare il volo, di stupirci con le vostre evoluzioni aeree, le picchiate e le risalite, e fateci continuare a sognare ciò che solo voi sapete fare: volare.

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