Con la scienza fra le nuvole

Impalpabili, evanescenti, fuggitive, le nuvole non si smentiscono mai. Quei morbidi fiocchi bianchi privi di sostanza, oggetti d’arte che tanta arte hanno ispirato con le loro mutevoli forme, un tempo dimore di dèi vendicativi armati di saette e oggi palcoscenici di spot pubblicitari di successo, non ne vogliono sapere di lasciarsi afferrare. Neanche dalla scienza indagatrice che sa spaccare il capello in quattro; neanche nell’epoca dei supercomputer e dei big data, che pure di cloud dovrebbero intendersene. A dispetto della loro banalissima composizione chimica – non dovremmo ormai sapere tutto su accadueò? – restano per molti versi un’entità sfuggente, nota per il suo essere non nota.

Ad occuparsi delle nuvole e a scrutarne i presagi sono, da sempre, gli indovini del tempo che farà. I Babilonesi predicevano il tempo atmosferico proprio osservando la forma delle nubi. Oggi, i discendenti degli stregoni dell’antichità indossano il camice candido delle scienze esatte, o che perlomeno ambiscono ad essere tali. Si fanno chiamare meteorologi e, nonostante non smettano mai di seguire le nuvole, non si perdono dietro ad esse come capita ai sognatori che restano imbambolati ad osservarle col naso all’insù.

Poi sono arrivati i climatologi, sorta di meteorologi 2.0, che hanno alzato l’asticella temporale delle previsioni e allargato la visuale alla Terra tutta intera. Costoro hanno cominciato a misurare le concentrazioni di CO2 atmosferica, le temperature, l’estensione dei ghiacci nelle calotte polari, i trend dei fenomeni meteo estremi, e tante altre cose interessanti, spiattellando infine a una platea sorda la scomoda evidenza del global warming antropogenico. Quanto alle nuvole, la scienza del clima ha capito subito che quegli oggetti fascinosi e birichini dovevano essere studiati a fondo, per finire incasellati come una tessera chiave del puzzle che ci disvelerà il clima che farà. Ma più gli scienziati le studiavano, più rimbalzavano contro un soffice muro… di nebbia.

Il mistero da dipanare fra le nubi si chiama climate sensitivity, ovvero il fattore che correla il riscaldamento del pianeta con la concentrazione atmosferica di gas serra. Per convenzione, è definita come l’aumento all’equilibrio della temperatura media rispetto all’epoca preindustriale determinato dal raddoppio della concentrazione di CO2 (che, di questo passo, arriverà fra 40-50 anni). Comprendere quanto è sensibile il clima all’aumento di CO2 è la chiave di volta per prevedere se quello che ci aspetta al varco è uno sconvolgimento che può essere affrontato, seppure a stento e a prezzo di molti patimenti, con le armi della resilienza, oppure la madre di tutte le catastrofi destinata a sterminare il genere umano. Per dire, uno come Johan Rockström, Direttore del Potsdam Institute for Climate Impact Research, ha definito la climate sensitivity come il Santo Graal della scienza del clima, mentre altri la chiamano “the known unknown“. Insomma, tutt’altro che una bazzecola.

Ebbene, fra gli scienziati dei molti team al lavoro per l’elaborazione del 6° Assessment Report dell’IPCC (praticamente la riedizione della Bibbia per i climatologi e i decisori politici), c’è chi di recente ha passato notti insonni a causa della climate sensitivity: se per 40 anni è stata valutata intorno ai 3°C, decimo più, decimo meno, ora parecchi di loro hanno visto sui monitor dei loro supercomputer schizzare il valore verso i 5°C e oltre. Praticamente, la differenza che corre fra un pianeta ostico ma ancora vivibile e l’inferno. E a sparigliare le carte sono state proprio loro, le nubi, beffardamente imperscrutabili fino a spedire al manicomio chi le studia.

Eppure, la questione è tutta in una semplice domandina: la copertura nuvolosa accentua il riscaldamento o lo contiene? Ma la risposta, ahimè, è sfuggente come le stesse nuvole. La matassa è ingarbugliata e oggetto di interminabili dispute; le variabili in gioco sono diverse, dall’altitudine alla temperatura delle goccioline d’acqua e al loro stato fisico. A quanto pare, le nuvole basse controbilanciano l’effetto serra, mentre quelle alte lo amplificano. Ma ancora non si è capito se un pianeta che si riscalda farà aumentare le prime e diminuire le seconde, o viceversa, o cos’altro ancora. Fino a ieri, tutti i rapporti dell’IPCC hanno salomonicamente considerato nullo il bilancio netto fra feedback positivi e negativi delle nuvole, ma ora i modelli matematici di ultima generazione sembrano indicare che ciò non è affatto scontato e che la sensibilità climatica potrebbe non concederci alcuna tregua e costringerci ad azzerare le emissioni nette di CO2 ben prima di quanto ritenuto necessario finora (come se prima fosse facile…). La validazione di uno di questi nuovi modelli è stata effettuata testandolo nelle previsioni meteorologiche a 6 ore, con un approccio originale tendente ad unificare i modelli meteo con quelli climatici. I risultati del test rappresentano oggi una delle più robuste evidenze che la climate sensitivity può effettivamente essere di 5°C e oltre, ma naturalmente la parola fine su questi studi è ben lungi dall’essere scritta.

Dunque, le nuvole non smettono di comportarsi da nuvole con la loro ambigua mutevolezza, ma non è da scienziati darsi per vinti. Forse un ulteriore aumento di potenza dei modelli computazionali e una migliore comprensione della microfisica dei sistemi nuvolosi potrà diradare le nubi del mistero.

Sperando che il cielo finalmente rischiarato non preluda all’arrivo di nuove, più minacciose nuvole nere sotto il cielo di questo traballante ventunesimo secolo.

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