Non è tutto legno quello che brucia

Dei quattro elementi primordiali, il fuoco è quello che suscita le sensazioni più ambivalenti fin nei meandri dell’animo umano: tepore o flagello, luce magica che squarcia l’oscurità o calore infernale, mezzo di cottura per il cibo che ci nutre o di annientamento della materia tout court, energia utile o dissipata. Quando, attoniti e impotenti, guardiamo alla devastazione provocata dagli incendi boschivi di questa torrida estate italiana, siamo giustamente portati a nutrire l’odio più assoluto verso le fiamme e la loro capacità di annichilire tutto ciò che di sacro incontrano sul loro cammino. Ma per l’umanità delle origini, compenetrata in una natura così spesso ostile, doveva essere molto diverso: una volta appreso il modo per rendere il fuoco inoffensivo, i benefici apportati dalla legna ardente sovrastarono di molto i suoi rischi. L’incanto poetico del Cantico delle Creature sintetizza mirabilmente come veniva visto il fuoco dal comune sentire nelle lunghe ere che precedettero lo sfruttamento delle fonti fossili: Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu, per lo quale enallumini la nocte, et ello è bello et iocundo et robustoso et forte. Continua a leggere

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Fiamme bituminose

L’inferno sulla terra. Proprio come ci si immagina che sia. Come altro si può definire un vasto, possente e indomabile incendio alimentato da forti venti e sostenuto da temperature fino a 32°C in un’area del pianeta dove normalmente in questo periodo dell’anno il termometro è ancora spesso e volentieri sotto lo zero?

Benvenuti all’inferno, o se preferite alle prove generali del futuro prossimo venturo (più prossimo che venturo, per come la vedo io), in cui uno dei protagonisti indiscussi e incontrastati sarà il fuoco. Benvenuti a Fort McMurray, nella provincia dell’Alberta, in Canada, moderno agglomerato urbano circondato da immense distese di foreste di conifere, ai margini di un’area caratterizzata, almeno fino ad ora, da un clima sub-artico. Continua a leggere

Sognando un’altra California

Nel corso dei secoli, la Storia ha traghettato da oriente a occidente il cuore della civilizzazione umana: dalla Mesopotamia all’antica Grecia e a Roma, spostandosi poi nell’Europa occidentale e in Gran Bretagna, e giungendo infine in America. Dalla costa atlantica degli Stati Uniti, il fulcro creativo e tecnologico mondiale si è poi spostato nella seconda metà del ‘900 in California. Jacques Attali, nel suo saggio Breve storia del futuro (2006), individua in Los Angeles l’ultimo “cuore” di quello che chiama “l’Ordine mercantile”. Naturalmente, non a caso: è in California che hanno trovato rifugio avventurieri, talenti di varia natura e artisti, è qui che è nata l’industria dell’elettronica e quella del cinema ed è qui che si trovano oggi alcune fra le migliori università al mondo. Il dinamismo e il potenziale di innovazione della Silicon Valley, con la presenza di colossi quali Google, Apple, Microsoft, tanto per citare i più famosi, non hanno paragoni nel mondo.

Il sogno californiano, celebrato da intere generazioni di giovani in tutto il mondo fin dagli anni ’60 (chi non ricorda la celeberrima Hotel California degli Eagles?), è però ora seriamente minacciato dalle retroazioni della crescita economica che ha costruito e contribuito a diffondere sul pianeta: i cambiamenti climatici rischiano infatti di trasformare quello che è stato un paradiso temperato unico nel variegato panorama dei climi americani – generalmente piuttosto ostili – in un soffocante arido deserto. La California sta soffrendo da alcuni anni una siccità senza precedenti, accentuatasi oltremisura negli ultimi mesi. In primavera la Sierra Nevada, solitamente ricoperta di un metro di neve, era già all’asciutto; le riserve idriche si sono quindi assottigliate sempre di più e con l’arrivo di questa torrida estate, per limitare l’evaporazione della poca preziosa acqua rimasta, si è arrivati al punto di decidere di ricoprire i bacini con milioni di palline di plastica galleggianti (rimedio dettato evidentemente più che altro dalla disperazione). Le autorità dello Stato sono state costrette a misure draconiane di razionamento dell’acqua allo scopo di fronteggiare la drammatica crisi dell’intero settore agroindustriale (in California si produce quasi la metà della frutta e degli ortaggi consumati in tutti gli USA) e di limitare il progressivo abbassamento delle falde acquifere. Per di più, come se non bastasse, alla fine di luglio la California è stata devastata da una impressionante serie di vasti incendi boschivi, costringendo le autorità a dichiarare lo stato di emergenza.

I benestanti, si sa, non risentono degli sconvolgimenti climatici tanto quanto i poveri. La ricca California, seppure pesantemente affetta dalla siccità, non ha certo registrato le migliaia di morti provocate dalle ondate di calore dei mesi scorsi in India e Pakistan. E tuttavia, qualche dubbio sulla sostenibilità della way of life californiana deve essersi insinuato fra gli abitanti della West Coast. Deve apparire sempre più evidente che i lussureggianti giardini delle ville dei ricchi californiani, i verdeggianti campi da golf in mezzo al deserto, gli sfarzi dei divi di Hollywood, fino allo smodato uso dell’automobile nelle megalopoli come Los Angeles, devono essere radicalmente ripensati per far posto a stili di vita decisamente più sobri. Lo stesso Governatore Jerry Brown, Democratico, che con i suoi 77 anni non è certo il candidato migliore a diventare il paladino mondiale della lotta ai cambiamenti climatici, ha recentemente rilasciato delle dichiarazioni significative, impensabili fino a poco fa per un leader politico di un Paese che ha costruito le sue fortune sulla mitizzazione dell’arricchimento individuale e sullo sfruttamento senza limiti delle fonti fossili. Egli ha sottolineato la necessità di uno stile di vita “più frugale” ed ha paragonato la Terra ad una navicella spaziale dove tutto deve essere riciclato e riusato.

Non deve essersi trattato di affermazioni estemporanee, giacché alcuni giorni fa il Governatore ha solennemente dichiarato, supportato da chiare evidenze scientifiche, che la California sta senza alcun dubbio soffrendo le conseguenze del cambiamento climatico, sotto forma di più elevate temperature e di una siccità devastante, invitando i negazionisti e gli scettici, tuttora prevalenti nelle file dei Repubblicani, ad unirsi agli sforzi per combattere il Climate Change. Brown ha poi deciso di porre il suo Stato in prima linea fra le comunità mondiali nel contrasto ai cambiamenti climatici, ed ha annunciato l’obiettivo ambizioso di una riduzione dell’80% delle emissioni climalteranti al 2050 rispetto ai livelli del 1990.

Come è da attendersi, non assistiamo ancora ad una decisa inversione di rotta, e le ombre nel nuovo corso della politica californiana sono ancora molte, a cominciare dal mancato freno all’industria estrattiva, che continua pressoché indisturbata a trivellare il sottosuolo con il fracking consumando preziosa acqua e inquinando le falde già sofferenti. E tuttavia, è lecito nutrire la speranza che la California possa meritare di restare ancora il cuore della civiltà mondiale riuscendo a trainare gli USA e tutto il mondo ancora riluttante verso i profondi cambiamenti del modello economico necessari a far sì che la navicella Terra non naufraghi miseramente nel vuoto cosmico.

Se riuscirà in questa impresa, gli storici potranno un giorno dire che mai nessuna siccità come quella di questi anni in California fu così provvidenziale per il genere umano…