Il NIMBY ci seppellirà

Ormai mi è chiaro. Cristallino, direi. Atteggiarsi a consapevoli profeti di sventura, limitarsi ad un attivismo meramente divulgativo delle catastrofi assortite a cui stiamo andando incontro, condito magari da un generico appello a una riconversione degli stili di vita, porta applausi e pacche sulle spalle, ma non sposta di una virgola lo status quo. Le stanche giaculatorie con la lista dei tragici errori di un’umanità da troppo tempo affetta dal delirio di onnipotenza non fanno che arenarsi nelle secche di un’ancestrale riluttanza verso il cambiamento. Ciò che fa la differenza in termini di impatto del ragionamento e di consenso sono i NO e i SI che diciamo.

Partiamo dai primi. Schierarsi contro, quando si tratta delle aberrazioni che ci hanno condotto sull’orlo del baratro, è facile come scivolare sull’olio. Ma la stessa untuosa sensazione la si avverte ascoltando i molti che, pur professandosi ambientalisti (chi non lo è, oggi, a parole?), si frappongono a una serie di tentativi di agire concretamente per cambiare rotta in nome di una visione riduttiva e sfocata dell’ecologismo o, più spesso, di una difesa localistica del piccolo universo-mondo al di là del quale lo sguardo si offusca. La banalità dei no, più che le insidie delle nuove tecnologie, sembra oggi essere il vero freno a quella riconversione culturale, politica ed economica che sola può garantire un’esistenza degna di questo nome alle future generazioni. C’è una sorta di neo-luddismo ad ispirare schiere di vetero-ambientalisti impauriti dalla prospettiva di doversi far carico di esternalità ora lontane o nascoste nelle pieghe di uno sviluppo distorto e ingiusto. Un tale atteggiamento è micidialmente sinergico, da un fronte opposto e speculare, con la resistenza al nuovo dettata dall’indifferenza dilagante o dall’ostinazione con cui si vorrebbero riproporre modelli obsoleti semplicemente perché non si riesce o non si vuole elaborarne di nuovi. È dunque una vera e propria tenaglia quella che stringe in una morsa i coraggiosi che si sporcano le mani declinando i necessari e sforzandosi di cercare vie d’uscita praticabili e desiderabili alla crisi ecologica, vie che sappiamo essere strette come sentieri impervi e inevitabilmente foriere (come tutto, del resto) di rischi.

Se, come faccio da sei anni su questo blog, dico no alle fonti fossili, ho due modi di raccogliere consenso facile: posso scegliere di restare vago su come farne a meno oppure, se non sono un demagogo da strapazzo, posso spingermi ad indicare le alternative che tutti conosciamo (rinnovabili, efficienza energetica, stili di vita ispirati alla sobrietà, ecc.), lasciando però che aleggino nell’aria, come fantasmi che un giorno per magia si materializzeranno. In entrambi i casi, ciò che resterà del messaggio è la generica contrarietà alle fossili. Che è un po’ come dire di essere contro la violenza: bene, bravo, e like a gogo. Ma il consenso misurato dall’applausometro è direttamente proporzionale alla vaghezza del messaggio. Va tutto bene, dunque, purché non ci si schieri contro nomi e cognomi di coloro che traggono profitti dall’uso delle fonti energetiche che stanno irreversibilmente destabilizzando l’ecosfera, e così facendo ne perpetuano l’uso. Oppure, purché non ci si spinga a dichiararsi a favore di quelle precise scelte progettuali che, qui ed ora, vanno nella direzione auspicata di un contenimento delle emissioni e ci sfidano a vincere il conservatorismo innato e la paura di cambiare. Se si tengono questi due paletti ben saldi, tutto fila liscio, il consenso è pressoché unanime, ma nulla cambia.

L’unico cambiamento possibile è invece quello che ai necessari NO fa seguire altrettanti SI. Un tale convincimento non è frutto di elucubrazioni astratte o dell’ennesima constatazione del gattopardismo italico, ma discende dalle esperienze che ho vissuto nell’ultimo anno in cui il mio attivismo è virato da un’attenzione quasi esclusiva ai temi globali a una incarnazione di questi nella specificità del territorio in cui vivo. Questo esercizio di traduzione delle alte istanze planetarie nella lingua parlata dai miei conterranei mi ha fatto scoprire asimmetrie e contraddizioni ingovernabili, in cui la vaga percezione di minacce epocali come quelle che scaturiranno dalla crisi climatica, lontane nello spazio e nel tempo, viene letteralmente soffocata dalle paure irrazionali radicate nell’immaginario di molti, condizionate sovente da un riaffiorante ambientalismo di stampo novecentesco in cui a dettare la linea erano i no. Questa narrazione si nutre di timori atavici evocati da alcune parole-chiave, veri e propri nervi scoperti ereditati da un passato in cui ci eravamo imposti di rimuovere – in senso psicanalitico più che fattuale – gli sgradevoli effetti collaterali del benessere diffuso portato dall’industrializzazione e dallo sfruttamento dell’ambiente.

Una di queste, forse la più divisiva in assoluto, è la parola rifiuti. Per molti, l’imperativo prioritario resta quello di sbarazzarsi il più lontano possibile dalla nostra vista degli scarti del nostro vivere quotidiano, senza voler in alcun modo cimentarsi nella missione difficile ma non più rinviabile di rigenerare la materia consumata trasformandola in nuove risorse che rimpiazzino quelle ottenute perpetuando il modello estrattivista imperante. Per sfuggire a questo ineludibile obbligo civile e sviare ogni ragionamento sul come raggiungere l’obiettivo ogni mezzo è lecito, e la coerenza diventa un optional: l’importante è scongiurare la realizzazione di qualsivoglia impianto di riciclo nel proprio territorio, a qualunque costo. Non è solo sindrome NIMBY, a mio avviso. C’è in fondo a questo atteggiamento diffuso anche una volontà inconscia di non volersi confrontare sul serio con le contraddizioni del modello di sviluppo che ci ha forgiato le menti e che non si è disposti ad abbandonare. Per queste persone, parlare di economia circolare e del nesso profondo che questa ha con la lotta alla crisi climatica e la salvaguardia ambientale diventa un’astrazione intellettuale da rifiutare freudianamente così come il rifiuto stesso. Il quale ovviamente, quando è smaltito in luoghi lontani, diviene a tutti gli effetti invisibile, e dunque è come se non sia mai esistito anche se siamo noi ad averlo originato.

Il conflitto che ha fatto scaturire le considerazioni che precedono è l’opposizione vigorosa da parte di alcuni gruppi locali verso il progetto di un impianto integrato anaerobico/aerobico per il trattamento della frazione organica derivante dalla raccolta differenziata dei rifiuti urbani prodotti nella mia provincia, che prevede la produzione di biometano rinnovabile e compost. La parola d’ordine in nome della quale si lanciano strali contro chiunque come il sottoscritto tenti di evidenziare i vantaggi di tale soluzione in termini di recupero di risorse e lotta allo smaltimento criminale basato su discariche e inceneritori è la tutela della salute che questi impianti pregiudicherebbero in maniera irreparabile. Nessuna evidenza plausibile a suffragio di questa tesi viene fornita dai novelli savonarola anti-biodigestori, né soprattutto viene effettuata alcuna comparazione con l’impatto sanitario di altre ipotetiche soluzioni, che ci si guarda bene dal proporre in alternativa. Quando si parla di salute, altro delicato nervo scoperto acuito dall’attuale crisi pandemica, l’unico rischio accettabile per costoro è il rischio zero, di cui non si può ammettere l’inesistenza senza infrangere un intoccabile tabù. Troppo facile, allora, gridare a squarciagola il proprio no evitando accuratamente di addentrarsi nella valutazione comparata di rischi e benefici, che in tempi dominati dalla necessità imprescindibile di misurarsi con soluzioni tecnologiche a problemi complessi è l’unica analisi possibile.

Come già si vede in altri pezzi d’Italia, un ulteriore terreno di scontro fra un malinteso ambientalismo del no a prescindere, superato dagli eventi e dalla gravità della crisi ecologica, e i coraggiosi cercatori di soluzioni calate nella storia e nei territori, si incentra sul conflitto fra nuove rinnovabili (eolico in testa) e tutela del paesaggio. Conflitto per sua natura irrisolvibile se da un lato non si fa strada una concezione del paesaggio non più incentrata sull’immutabilità dei luoghi ma sulla mutevolezza storica dell’idea di bellezza, e dall’altro non si riconosce la priorità assoluta rappresentata da una repentina transizione energetica.

Si può scommettere che i due esempi che precedono non saranno le uniche tipologie di contrasti ad accompagnare il difficile cammino che ci attende nei prossimi anni nei quali le ingenti risorse del Next Generation EU dovranno essere spese. Dobbiamo esserne consapevoli e agire di conseguenza per costruire il consenso indispensabile alla rivoluzione green mediante uno sforzo informativo onesto e capillare in cui le associazioni ambientaliste storiche sono chiamate a giocare un ruolo fondamentale e a mettere in campo tutta la loro autorevolezza. Si tratta di un passaggio cruciale per il nostro Paese e, come è stato ripetuto fino alla noia, di un’occasione irripetibile per cambiare in meglio l’Italia e dare nuova speranza ai giovani.

L’imperativo, nelle aspre battaglie che si prefigurano all’orizzonte, è muoversi senza esitazioni in direzione ostinata e contraria al più pericoloso dei conformismi odierni, quel grande partito del NO al cambiamento necessario che vede sfilare sotto la stessa incongrua bandiera chi non vede vie d’uscita, chi non le cerca e chi non le vuole.

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