Il superfreddo di SuperQuark

Egregio Professor Alessandro Barbero,

Non ho saputo resistere alla tentazione di scriverle dopo aver visto la puntata del 30 agosto di SuperQuark. Le pillole di Storia che lei sapientemente dispensa nella sua rubrica “Dietro le quinte della Storia” sono per me l’appuntamento più atteso del programma: il modo gentile e colloquiale con cui lei racconta gli avvenimenti minori e le curiosità del passato mi ha sempre attratto. Sprofondato nella poltrona di pelle rossa, con il suo sorriso sincero e quel gesticolare ampio e variegato accompagnato da continui movimenti del capo, lei riesce a rendere accattivante ogni racconto delle vicende dei nostri avi calamitando l’attenzione dei telespettatori. Insomma, dico davvero, lei mi è simpatico, professore! Continua a leggere

La polvere in fondo al dirupo (Seconda Parte)

Da “Il piede e l’orma” eBook n. 7 ‘Acque’, Pellegrini Editore, gennaio-giugno 2016. Per gentile concessione dell’Editore e dell’amico Alfonso Cardamone.

La Prima Parte del racconto è disponibile a questo link.

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Quella sera, come quasi tutte le sere, Laura inforcò la bici e si recò da una famiglia poco distante. Da giovane aveva studiato da infermiera, ma in realtà aveva dovuto adattarsi ad attività diversificate nel settore dell’assistenza sociale, medica e psichiatrica. Con il disfacimento del servizio sanitario pubblico, c’era un disperato bisogno di professionalità come la sua, variegate e interdisciplinari. Il tempo delle iperspecializzazioni era finito, come del resto tutti i settori a tecnologia avanzata, e questo Laura lo capiva bene specialmente ora che neanche il funzionamento di un dispositivo banale come una pompa idraulica era più garantito.

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La polvere in fondo al dirupo (Prima Parte)

Da “Il piede e l’orma” eBook n. 7 ‘Acque’, Pellegrini Editore, gennaio-giugno 2016. Per gentile concessione dell’Editore e dell’amico Alfonso Cardamone.

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Credeva di aver pensato a tutto. Nel suo paziente e operoso percorso verso la resilienza, Gilberto aveva adottato le scelte che apparivano più sensate per la sopravvivenza sua e di Laura, la sua compagna di vita. Con un equilibrato mix di tecnologia e ritorno al passato, aveva col tempo individuato le strategie a suo giudizio ottimali che consentivano loro di far fronte alle conseguenze del crollo di quella che un tempo veniva pomposamente chiamata Civiltà.

Tutto era accaduto in una decina d’anni, facendo avverare la profezia di Seneca (celeberrima a pochi, in quanto disdicevole ai più) “la crescita è lenta, la rovina precipitosa”, che in altri termini sta a significare che quando qualcosa comincia ad andare storto, tutto andrà via via sempre più storto fino ad appalesare che quella che all’inizio sembrava una lieve discesa era in realtà l’anticamera di un dirupo. Le economie in default, i cambiamenti climatici fuori controllo, la deplezione delle risorse energetiche fossili e la limitata diffusione di quelle rinnovabili, gli sconvolgimenti sociali endemici, le migrazioni di massa, tutto aveva contribuito ad innescare una spirale negativa perversa ed inarrestabile che aveva presto messo tristemente la parola fine all’illusorio mito del Progresso umano illimitato. Continua a leggere

Se la cultura va sott’acqua

Sono reduce dalla lettura di Qualcosa, là fuori, l’ultimo bellissimo romanzo di Bruno Arpaia che narra di una drammatica migrazione, intorno al 2085, di una massa di disperati verso la Scandinavia con una lunga marcia attraverso un’Europa devastata dai cambiamenti climatici. Il libro inoltre ripercorre la vita del protagonista prefigurando il progressivo deteriorarsi delle condizioni di vita nella quasi totalità del mondo civilizzato lungo l’arco di questo secolo. Uno dei passi più significativi del romanzo descrive vividamente l’impressionante degrado in cui si immagina sia piombata Napoli intorno alla metà del secolo: una città resa invivibile dal caldo, con i prezzi di cibo e acqua alle stelle, in cui regnano l’analfabetismo e il caos, sconvolta quotidianamente da scontri fra gruppi di integralisti cristiani e musulmani, nella quale il Comune allo sbando si trova costretto a vendere la celeberrima statua del Cristo Velato al Museo Nazionale di Nuuk, in Groenlandia.

Ho ripensato a questo episodio, quanto mai verosimile benché frutto unicamente della fervida fantasia dell’autore, leggendo le cronache di questi giorni sulla piena della Senna a Parigi e sulla decisione delle autorità di chiudere il Louvre e mettere al sicuro in via precauzionale le opere d’arte a rischio di inondazione. Continua a leggere

L’insostenibile pesantezza dell’essere longevi

Pubblicato anche sul blog di ASPO Italia Risorse Economia Ambiente

Il mito dell’immortalità è antico quanto l’uomo. Il terribile impatto di ogni essere umano con la morte, la sua ineluttabilità, e il dolore che una vita che si spegne porta con sé hanno rappresentato la sfida per antonomasia all’idea stessa di progresso sin da quando, con l’illuminismo, si faceva strada l’idea che nessun traguardo fosse precluso all’uomo moderno. Perché la morte è in sé stessa il più invalicabile dei limiti che il progresso scientifico e tecnologico ha di fronte. Ma se non hanno potuto sconfiggere la morte, il progresso e la scienza sono riusciti, con sforzi sovrumani, ad alleviare le nostre sofferenze e ad allungare le nostre vite. Con risultati strepitosi, come sappiamo. L’aumento della vita media è stato costante negli ultimi secoli, ed è andato di pari passo con la crescita della ricchezza. Vivere più a lungo è il risultato di una serie di fattori fra i quali un peso via via più rilevante lo hanno avuto le scoperte scientifiche nei campi della medicina e della biologia rese possibili dalla crescente disponibilità di risorse pubbliche e private destinate alla ricerca. Continua a leggere

Una discutibile sentenza di primo grado e mezzo

Tutti dicevano di volere un accordo ambizioso ed erano consapevoli che non si potevano deludere le enormi aspettative che si erano create attorno alla Conferenza di Parigi sul clima. Dunque qualcosa di ambizioso bisognava inserirla nell’accordo, ma l’ambizione non poteva risiedere nei complicati tecnicismi di un testo che comprende molte tematiche complesse, controverse e di difficile comprensione per i non addetti ai lavori. E allora, dal cappello a cilindro dei delegati della COP21 è spuntata fuori ed è stata concordata, già nei primi giorni dei negoziati, la dirompente idea di inserire nell’art. 2 dell’accordo, che riguarda gli obiettivi, il target di contenere l’aumento di temperatura non più entro i 2°C bensì “ben al di sotto dei 2°C, compiendo gli sforzi possibili per raggiungere 1,5°C”. Continua a leggere

Salvate il soldato Rubisco

Spesso mi ritrovo a pensare a come dovevano apparire i luoghi consueti dove si svolgono le nostre vite cento, mille anni fa o qualche era geologica fa. Mi piace immaginare il paesaggio incorrotto, la vegetazione lussureggiante e il crogiolo di specie viventi che si contendevano i raggi del sole e condividevano l’acqua, il suolo e le altre risorse. Poi mi desto, mi guardo intorno, osservo il brulicante viavai delle auto, l’asfalto che ricopre le strade, il cemento dei palazzi, e penso all’immensità del tempo che è stato necessario a quella vegetazione e ai milioni di tonnellate di materia organica prodotta sulla Terra per trasformarsi nelle risorse fossili – petrolio, gas, carbone – che oggi rendono possibili le nostre vite artificiali e frenetiche. Continua a leggere

Pensare localmente, inquinare globalmente

C’era una volta un tempo in cui parlare di ambiente era bello, ed era anche molto trendy. Lo ricordo bene quel periodo, a cavallo fra gli anni ’80 e gli anni ’90, quando da giovane mi avvicinavo con candore alla politica convinto di portare una ventata d’aria nuova nelle fumose e opache stanze dell’amministrazione comunale della mia città (di lì a poco sarebbe arrivata Tangentopoli). In quelle stanze e fra la gente parlavamo di temi come le pedonalizzazioni e la mobilità urbana, l’inquinamento dell’aria e dei corsi d’acqua, i parchi urbani, la raccolta differenziata dei rifiuti, il no al nucleare, alla cementificazione, alla caccia, eccetera. Era il periodo in cui l’Italia, insieme al benessere gonfiato dalla corruzione imperante e dal debito pubblico ma comunque sempre più diffuso, scopriva finalmente i guasti di una crescita industriale caotica e incontrollata. In quegli anni, gli anni rampanti della ‘Milano da bere’ di craxiana memoria, fu istituito il Ministero dell’Ambiente ed entrarono in vigore le prime significative norme per la lotta all’inquinamento, la gestione dei rifiuti e la tutela del paesaggio. Continua a leggere

Andavo a cento all’ora

A margine dello scandalo Volskwagen e di ciò che ne è seguito vorrei provare a riassumere, senza entrare in inutili tecnicismi, quelle che mi sono sembrate le principali lezioni che si possono trarre da quella vicenda. A mio avviso, esse dovrebbero altresì costituire i punti fermi da cui partire per indirizzare la transizione verso una nuova mobilità realmente sostenibile. Continua a leggere

Aiuto, il cane a sei zampe emette gas!

Diciamolo subito forte e chiaro, a scanso di equivoci: la fortunosa scoperta Eni annunciata domenica di un nuovo mega-giacimento di gas al largo delle coste egiziane NON E’ una buona notizia. Ogni giacimento di combustibili fossili in più che viene scoperto rappresenta una speranza in meno di riuscire nell’impresa già di per sé improba di contenere efficacemente il riscaldamento globale. Perché una volta estratto, quel gas verrà bruciato e pomperà in atmosfera altri miliardi di tonnellate di CO2. E l’atmosfera, purtroppo, è indifferente alla provenienza della CO2 o alle capacità tecniche dell’azienda che ha permesso di produrla.

Gli annunci trionfalistici dell’AD Descalzi e del suo azionista di riferimento Renzi sono davvero indigeribili, perché il più grande errore che si può fare oggi nel commentare una scoperta come questa è proprio quello di inquadrarla esclusivamente in una ristretta ottica italocentrica, blaterando sui vantaggi che essa apporterebbe al Paese. I vantaggi immediati, in realtà, li avranno solo gli speculatori di borsa e gli azionisti Eni: il titolo è infatti ieri schizzato in alto, complice il tono furbamente altisonante del comunicato Eni riguardo alla asserita eccezionalità della scoperta. Per quanto riguarda i benefici a breve-medio termine, li avrà forse l’economia egiziana, sempreché non si scateni nel frattempo una guerra nel Mediterraneo per il controllo delle risorse. Di vantaggi reali a lungo termine per chi dopo di noi erediterà la Terra, francamente non ne vedo. A meno che…

A meno che si provi a ragionare in termini di contenimento del danno globale e soprattutto di sostituzione di future emissioni a maggior tenore climalterante con quelle che scaturiranno dallo sfruttamento del nuovo giacimento, in una prospettiva comunque orientata ad accelerare la transizione verso le fonti rinnovabili.

Indubbiamente, la scelta strategica e comunicativa di Eni di puntare sempre di più sul gas naturale rispetto al petrolio è astuta e intelligente dal punto di vista imprenditoriale e di immagine. Come è noto, a parità di energia prodotta il gas emette meno CO2 rispetto al petrolio; il gas, inoltre, ha una facciata di fonte energetica pulita che il petrolio non ha. Dall’uomo della strada il metano è visto come un combustibile non inquinante, perché le sue emissioni non danno cattivo odore e non apportano particolato, sfuggendo quindi alla comune percezione dell’inquinamento come qualcosa di afferrabile dai nostri sensi. E’ ad ogni modo innegabile che, mettendo petrolio e gas sul piatto della bilancia, il secondo presenta una serie di vantaggi, come è altresì vero che, a certe condizioni, il gas può giocare un ruolo nella transizione verso un’economia decarbonizzata.

Diciamo allora che, se venissero confermate le imponenti dimensioni delle riserve contenute nel giacimento, per poter considerare positivamente questa scoperta occorrerebbe fare in modo che, grazie a questo gas, altre riserve di idrocarburi più inquinanti possano rimanere sotto terra, così che il bilancio complessivo viri significativamente verso una consistente riduzione delle emissioni di gas serra. In assenza di un’autorità mondiale in grado di regolare l’attività estrattiva, questo obiettivo dovrebbe essere realizzato mediante l’adozione di adeguate strategie energetiche da parte dei paesi utilizzatori. Ad esempio, ipotizzando che una parte significativa del gas estratto venga destinata al mercato italiano (cosa tutt’altro che certa, data l’inesistenza di gasdotti che collegano l’Egitto con la sponda nord del Mediterraneo), il nostro governo dovrebbe ripensare immediatamente la sua politica energetica in accordo a chiare linee guida, che proverei a sintetizzare così: 1) immediato stop ai controversi progetti estrattivi in corso di autorizzazione nei mari italiani e in Basilicata; 2) chiusura delle centrali elettriche a carbone ancora operanti o loro riconversione a gas; 3) uso della leva fiscale per incentivare l’impiego del metano per autotrazione in luogo di benzina e gasolio; 4) agevolazioni per l’installazione di impianti di cogenerazione a gas. Il tutto, ovviamente, accompagnato da un forte impulso all’efficienza energetica e alla diffusione delle fonti rinnovabili nell’ambito della ridefinizione di target per le emissioni di gas serra di gran lunga più ambiziosi degli attuali.

Ma non basta. L’Italia e l’Egitto hanno il dovere di obbligare l’Eni a stringenti misure di sicurezza in grado di evitare incidenti (queste installazioni sono ad elevato rischio di esplosioni), nonché ad una rigorosa e verificabile azione di minimizzazione delle fuoriuscite di metano (che come noto è esso stesso un potentissimo gas serra) durante le fasi di esplorazione e messa in produzione del giacimento, pena il possibile azzeramento del vantaggio del gas rispetto a carbone e petrolio in termini di emissioni climalteranti complessive.

Ho esagerato con i se e i ma? E’ probabile. Anzi, ho sicuramente esagerato se guardiamo agli interlocutori che dovrebbero tradurre tutti i se e i ma in politiche virtuose e lungimiranti e ad un intero sistema politico-economico-finanziario che va in tutt’altra direzione rispetto a quanto sarebbe necessario. E allora, forse è il caso di ribadirlo: la scoperta del nuovo giacimento in Egitto NON E’ una buona notizia!