Quando l’aumento aumenta

Immaginate di trovarvi sul fondo di una piscina vuota molto profonda. A un certo punto qualcuno comincia a versare dentro acqua con un secchiello, prima poco alla volta, poi ad intervalli più ravvicinati. Per un po’ la piscina rimane pressoché vuota, perché una mattonella del rivestimento sul fondo è saltata, e l’acqua viene in gran parte trattenuta dal terreno sottostante. Ma il suolo è argilloso e non riesce ad assorbire l’umidità oltre un certo limite. Dunque il livello dell’acqua nella piscina poco alla volta aumenta, ma la cosa non vi dispiace affatto, perché così potete sollazzarvi giocando con l’acqua e schizzandovela addosso l’un l’altro. Anzi il divertimento aumenta ancora quando l’acqua dalle caviglie pian piano sale fino ad arrivare all’altezza del bacino. Siete così presi dallo svago che quando viene rimossa la scaletta nessuno ci fa caso.

A quel punto però qualcuno vi ricorda che non sapete nuotare, e osserva sommessamente che se il livello dovesse continuare a salire le cose non si metterebbero troppo bene. Ma voi non date peso alle cassandre di turno e continuate a spassarvela, anche perché l’acqua sale lentamente, e ci vuole tempo per riempire una piscina con un secchiello. Passano le ore, l’acqua vi arriva all’ombelico, ma voi vi siete ambientati e state da dio. Qualche apprensione comincia però a serpeggiare qua e là, e mentre la maggioranza continua a divertirsi alcuni di voi guardano sempre più insistentemente in alto cercando di scorgere se le dimensioni del secchiello sono rimaste le stesse. A forza di scrutare il secchiello dimenticano però che l’acqua sale ancora, ed ora vi arriva al collo… Ebbene, in una siffatta situazione, come vi sentireste se all’improvviso doveste accorgervi che il secchiello è stato sostituito da un secchio più grande?

Accantoniamo ora l’improbabile metafora e parliamo di CO2, l’anidride carbonica, il re dei gas serra. Come è noto, negli ultimi 150 anni lo sviluppo della popolazione mondiale in rapida crescita ha fatto aumentare esponenzialmente le emissioni di CO2. La frazione più importante della CO2 rilasciata in atmosfera è quella dovuta alla combustione di carbone, petrolio e gas per la produzione di energia, che si stima essere dell’ordine di 32 gigatonnellate l’anno. Una quantità stratosferica. Ma la buona novella, annunciata solennemente dall’IEA, è che per la prima volta queste emissioni negli ultimi due anni non sono aumentate, pur in presenza di una crescita economica globale. La grancassa mediatica non ha esitato a sottolineare questo risultato, che dimostrerebbe che è possibile disaccoppiare l’aumento del PIL con la crescita delle emissioni. Se ciò è vero, il mantra del mitico sviluppo sostenibile può continuare ad essere sbandierato ai quattro venti dai potentati politici ed economici, alla faccia dei profeti di sventura. Ma insomma, di cosa ci preoccupiamo? Abbiamo invertito la tendenza, dopo un secolo di aumento le emissioni si sono stabilizzate semplicemente assecondando i trend economici correnti, dunque questa è la dimostrazione che siamo sulla buona strada, e la diffusione graduale delle energie rinnovabili farà sì che le emissioni presto inizieranno a calare.

Peccato che questo ragionamento tralasci di ricordare che stabilizzare le emissioni non vuol dire affatto stabilizzare la quantità di CO2 presente in atmosfera, perché malauguratamente questo gas ha la brutta abitudine di accumularsi nell’involucro aeriforme che circonda il nostro pianeta, ed è proprio il valore delle emissioni cumulate di CO2 che determina l’aumento della temperatura media del pianeta. Perciò, anche se il secchiello che getta acqua è sempre lo stesso, il livello nella piscina sale senza sosta. Non è difficile da comprendere, vero?

Ma poi, siamo proprio sicuri che le emissioni si sono stabilizzate? Perché limitarsi ad elucubrare sulla base della stima tutt’altro che certa di quanto abbiamo sputato in atmosfera bruciando combustibili fossili, quando la scienza ci fornisce un modo molto più semplice e significativo per capire come siamo messi, ovvero, banalmente, la misurazione delle concentrazioni di CO2 atmosferica? Ora, i livelli di questo gas in atmosfera sono cresciuti fino agli attuali 405 ppm dai 280 ppm dell’era preindustriale, e come è noto questo è un grosso guaio perché più anidride carbonica c’è in atmosfera più si intensifica il riscaldamento globale a causa dell’effetto serra. Ma le cattive notizie, ahimè, non vengono mai da sole: negli ultimi due anni (cioè, guarda un po’, proprio nello stesso periodo nel quale secondo l’IEA le emissioni sarebbero rimaste costanti!) la CO2 è cresciuta di 3 ppm l’anno, ovvero a un ritmo senza precedenti, come sottolineato dal NOAA.

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Non solo: leggendo i dati relativi ai valori di crescita annuale di CO2 atmosferica emerge come il 2016 sia stato, per la prima volta, il quinto anno consecutivo in cui la CO2 è cresciuta di almeno 2 ppm l’anno. L’aumento dell’aumento del principale dei gas serra risulta ancora più evidente se si confrontano le medie decennali degli aumenti annuali dal 1966 ad oggi: come si vede nel grafico (fonte), si è passati in soli cinquant’anni da un incremento di 1 ppm l’anno a 1,5, poi a 2, fino ai 2,3 ppm del decennio 2006-2016. Limitandoci all’ultimo quinquennio, l’aumento è stato superiore ai 2,5 ppm.

annual increase co2

E’ bene ripetere, a costo di apparire pedante, che queste, a differenza dei dati dell’IEA, non sono semplici stime delle emissioni prodotte sulla base delle autocertificazioni non verificate rilasciate dalle singole nazioni, ma dati scientifici ottenuti da misurazioni analitiche validate e mediate con l’ausilio di metodi statistici universalmente accreditati. Dunque, prima di esultare per un successo (la stabilizzazione delle emissioni) che tale non è, è doveroso interrogarsi sul perché il secchiello ha lasciato il posto ad un secchio più grande, ovvero sulle ragioni per le quali a fronte di un supposto non-incremento delle emissioni la CO2 atmosferica aumenta più di quanto non abbia fatto quando le emissioni crescevano. Ebbene, mentre i governi e gli ottimisti per partito preso preferiscono baloccarsi con la storiella del plateau delle emissioni, la scienza, mai tanto bistrattata come in questi tempi bui, ha delle risposte per chi vuole ascoltarle, che possono riassumersi come segue.

  • Non esistono solo i combustibili fossili. Circa un quarto dei rilasci di CO2 deriva da altre fonti, in particolare dalla deforestazione e dal degrado dei suoli. In un pianeta sempre più affollato e affamato, non sarebbe certo una sorpresa se questi fattori assumessero sempre maggior peso nel computo totale delle emissioni.
  • Il cambiamento climatico è già in atto. L’aumento delle temperature, unito al fenomeno dell’amplificazione artica, accresce lo stress della biosfera portando a rilasci di carbonio da incendi, siccità, e scioglimento del permafrost.
  • Proprio come l’acqua assorbita inizialmente dal fondo della piscina male impermeabilizzata, una buona parte della CO2 emessa finora è stata disciolta negli oceani, acidificandoli. Finora, appunto. Perché i modelli climatici indicano che la capacità degli oceani di fungere da serbatoio di CO2 è destinata ad indebolirsi man mano che la temperatura aumenta.

Insomma, tutto lascia pensare che, al punto in cui siamo, non è più possibile tenere a bada la totalità dei fattori che spingono in alto le concentrazioni di anidride carbonica, a meno che qualcuno non pensi di persuadere con le buone il suolo ghiacciato artico a starsene tranquillo come ha fatto finora, o gli oceani a ingozzarsi di CO2 all’infinito. Se dunque i margini di manovra si restringono pericolosamente, possiamo e dobbiamo, questo sì, limitare il più in fretta possibile le emissioni antropogeniche e azzerare senza indugio la deforestazione. Ciò vuol dire mettere in campo una mobilitazione e una coesione internazionale senza precedenti con il fine di ridurre drasticamente i consumi superflui, contenere l’aumento della popolazione, combattere le disuguaglianze incoraggiando dinamiche locali di cooperazione e condivisione, dare un taglio alla globalizzazione e mettere il turbo alla transizione energetica dicendo addio per sempre all’era dei fossili.

Se non lo faremo, e ci accontenteremo di lasciar fare al mercato senza disturbare i manovratori, continueremo a viaggiare spediti verso il terrificante traguardo dei 450 ppm di CO2, che di questo passo verranno raggiunti nel vicino 2032: a quel punto l’umanità potrà dire ciao ciao! alle speranze di mantenere l’aumento della temperatura media al di sotto dei fatidici 2°C disattendendo al giuramento solenne fatto da tutti i governi un anno e mezzo fa, con tanti auguri a chi erediterà la Terra (sperando che impari in fretta a nuotare).

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4 pensieri su “Quando l’aumento aumenta

  1. Semplicemente quello che dici nelle conclusioni non si può fare, se non con una coscienza condivisa da una maggioranza in cui dovrebbero essere inclusi anche potentati economici e think tank etc. E dare un taglio a tutta una serie di processi causerebbe anche danni visto che tanti sistemi si reggono su di essi (pensioni, sanità, etc), con anche lì una spesa in vite umane. Al di là di quelle che possano essere o meno le nostre preferenze si comincerà (forse) a cambiare veramente solo quando gli effetti saranno sperimentati a livelli in grado di minare lo stile di vita occidentale

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    • È probabile che tu abbia ragione, e in effetti è più o meno quello a cui pensavo quando nella metafora ho scritto della scaletta che viene rimossa, intendendo riferirmi alla miriade di interconnessioni che di fatto rendono impossibile scardinare il paradigma della crescita.

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  2. “Gli effetti sperimentati a livelli tali da minare lo stile di vita occidentale” : io credo che gia ci siamo, anche se ancora in modo non sufficientemente rumoroso. Ma l’allerta e’ volutamente smorzata da interessi internazionali troppo interconnessi. Rimane per me incomprensibile come possa l’interesse verso un astratto “potere” possa prevalere su quello dell’esistenza. Il potere economico si evidenzia come il vero obbiettivo della politica, lo abbiamo capito, ma può trovare le sue condizioni solo poggiando sulla vita! Senza questa, niente economia, e niente “potere” – qualsiasi cosa possa significare.
    L’economia ha perduto il senso originario che la costituiva (oikos nomos), arrivando a rovesciarne totalmente lo stato: non indica piu’ il senso del vantaggio domestico, ma quello antiumanamente sovra-domestico. Quello che Frege avrebbe definito “un diverso livello logico” che, per ambiguità espressiva, viene (volutamente) confuso e frainteso con il primo.
    Sig. Ceccarelli, io la ringrazio per l’impegno informativo in cui si prodiga, sia pure divertendosi attraverso un blog. Lo fa in modo serio, ma con uno stile piacevole, e facilmente fruibile anche per i non addetti.
    La leggo sempre con piacere.

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