L’evanescente mano che dà il metano

Back to basics: “Un gas non ha un volume proprio ma tende ad occupare tutto lo spazio a disposizione, e assume la forma del contenitore che lo contiene, riempiendolo”. Può suonare banale, ma di tanto in tanto le nozioni scientifiche basilari imparate a scuola tornano utili. Teniamo dunque bene a mente questa fondamentale caratteristica delle sostanze gassose, che differenzia questo stato della materia da quello liquido in cui invece la sostanza possiede un volume proprio. Non è una differenza da poco: se il contenitore non c’è o perde l’ermeticità, un gas si disperde in atmosfera senza alcuna possibilità di poterlo confinare in qualche modo.

E’ ciò che sta accadendo da più di due mesi a Porter Ranch, vicino Los Angeles, dove una enorme fuoriuscita di metano da un pozzo usato a scopo di stoccaggio in un impianto gestito dalla società californiana SoCalGas ha sconvolto la vita della comunità residente nei paraggi, richiedendo l’evacuazione di più di 1800 famiglie con molte altre in lista d’attesa. Si tratta di una perdita immane, pari a 1200 tonnellate di metano al giorno, con un potenziale climalterante (il metano è un gas serra molto più potente della CO2) pari al 25% delle emissioni dell’intera California. Ma quello che è più grave è che non c’è una soluzione immediata in vista, e nonostante l’incessante lavoro dei migliori esperti in circolazione, per contenere la fuoriuscita di metano potrebbero essere necessari più di tre mesi. Sebbene invisibile ai nostri occhi (per visualizzare la colonna di gas che fuoriesce dal terreno sono necessarie telecamere a raggi infrarossi), l’incidente di Porter Ranch è da considerarsi uno dei più gravi occorsi negli USA fra quelli legati all’estrazione di combustibili fossili.

Questa vicenda assume particolare rilievo in un contesto nel quale molte corporation del settore oil & gas fra cui Eni, duramente colpite dal crollo delle quotazioni del greggio e dall’appeal sempre più scarso delle fonti fossili, stanno spingendo verso un più largo sviluppo del gas naturale a scapito del petrolio e soprattutto del carbone. Secondo le major del settore, ma anche secondo alcuni governi proni ai loro interessi, il metano, il combustibile fossile con il minor contenuto di carbonio a parità di energia prodotta, avrebbe tutte le carte in regola per giocare il ruolo di fonte energetica “ponte” nella transizione verso un’economia decarbonizzata. Vale dunque la pena di vederci chiaro e analizzare più a fondo la sensatezza di questa posizione.

La prima domanda da porsi è: di quale gas stiamo parlando? Il gas naturale è la più geograficamente concentrata fra le risorse energetiche: i più grandi giacimenti di gas convenzionale sono situati in soli tre Paesi: Russia, Qatar e Iran, che insieme contano quasi il 50% delle riserve mondiali stimate. Tanto per cominciare, non sembra un’idea magnifica per paesi importatori come l’Italia dover continuare a dipendere da un limitato ventaglio di paesi produttori e dalle potenziali minacce di chiusura dei rubinetti di tutti i paesi attraversati dai gasdotti… Ci sono poi i depositi di gas non convenzionali, su cui gli USA hanno puntato molto con lo sviluppo delle tecnologie di perforazione orizzontale e fratturazione idraulica (shale gas), che però non sono affatto additabili come un esempio da seguire se pensiamo al loro pesante impatto ambientale, all’elevato consumo d’acqua, alla sismicità indotta, alla scarsa produttività dei pozzi e al basso ERoEI. E poi, certo, ci sono le nuove scoperte come quella recente di Eni al largo delle coste egiziane, di cui è ancora prematuro valutarne la reale portata e l’effettivo ritorno energetico.

Ma proseguiamo con ordine: cosa si può fare con il gas e quali combustibili possono essere efficacemente rimpiazzati? Anche qui emergono alcune criticità: sostituire il petrolio e i suoi derivati con il metano è possibile o economicamente conveniente solo per alcuni usi finali, perché a differenza degli idrocarburi liquidi il metano, proprio in quanto gas, ha una bassissima densità energetica per unità di volume, e quindi non può essere preso in considerazione come tale per tutti gli usi che richiedono una fonte concentrata di energia quali ad esempio il trasporto aereo, il trasporto pesante su gomma e via mare, i mezzi d’opera. Le alternative sono quelle di utilizzare il metano in forma liquefatta a bassissime temperature o in forma gassosa ad elevate pressioni, ma in entrambi i casi si tratta di opzioni di dubbia economicità, con problemi non da poco di tipo logistico e di sicurezza. D’altra parte, se guardiamo alla produzione elettrica e ipotizziamo di sostituire le inquinanti centrali a carbone con impianti a gas a ciclo combinato, il beneficio c’è, specie se il calore residuo prodotto viene utilizzato ad es. nelle reti di teleriscaldamento.

Ma qui nasce un’altra, ben più importante domanda: quali sono le applicazioni del metano che non possono oggi essere rimpiazzate dalle fonti rinnovabili? Perché se transizione deve essere, ha poco senso passare al gas laddove sono già disponibili delle alternative mature fossil free. La crescita impetuosa delle energie rinnovabili nell’ultimo decennio ha riguardato, come sappiamo, in primo luogo la produzione di elettricità. Nonostante gli assurdi freni regolatori opposti dagli ultimi governi, l’Italia copre ormai il 40% del suo fabbisogno elettrico con le rinnovabili, e la crescente economicità dei moduli fotovoltaici, il cui costo è diminuito di 7 volte negli ultimi dieci anni, sta rapidamente ridisegnando il mercato dell’energia rendendo obsoleti i piani energetici nazionali elaborati solo pochi anni fa. Parallelamente, lo sviluppo delle smart grids basate su tecnologie digitali e la disponibilità di efficienti sistemi, anche su scala domestica, di accumulo dell’energia prodotta permettono oggi di superare il problema della naturale intermittenza della produzione da fonti rinnovabili e rendono possibile raggiungere l’obiettivo, cosa impensabile fino a pochi anni fa, di stabilizzare la rete elettrica bilanciando la potenza fornita con la domanda anche durante i picchi.

Ma non è tutto: l’esplosione delle rinnovabili elettriche e la maturità di tecnologie come l’eolico e il fotovoltaico si accompagnano al trend probabilmente inarrestabile dell’elettrificazione del sistema energetico globale, che vedrà un numero sempre maggiore di usi finali dell’energia soddisfatti dalla produzione di elettricità: pensiamo solo alla imminente rivoluzione dell’auto elettrica o alla diffusione dei condizionatori a pompa di calore per il riscaldamento domestico. A proposito di riscaldamento, l’uso del gas non potrà che ridimensionarsi man mano che si procederà con la indispensabile riqualificazione energetica del patrimonio edilizio, essenziale per abbattere le emissioni di CO2 nel settore civile. In virtù di tutto ciò, la prospettiva di un impiego più spinto del metano nel prossimo futuro appare quantomeno anacronistica.

In un simile scenario a così rapida evoluzione nel quale le fonti rinnovabili stanno conquistando un ruolo sempre più rilevante, si ricava l’impressione che lo spazio per un uso crescente del metano nel quadro di una soluzione ponte che copra un arco temporale di 20 o 30 anni si stia rapidamente erodendo. Anche perché se si vuole rendere economicamente conveniente il gas dei nuovi giacimenti c’è bisogno di gasdotti che congiungano i luoghi di produzione con quelli di utilizzo (l’alternativa è il trasporto navale del gas liquefatto seguito dalla rigassificazione, che aumenta di molto i costi e diminuisce sensibilmente l’ERoEI), ma la realizzazione di gasdotti implica tempi lunghi e rischi rilevanti di conflitti per ragioni geopolitiche (vedi le recenti gravi tensioni fra Russia e Ucraina).

Ma dopotutto, il problema principale del gas è proprio il fatto di essere un gas: il caso dell’incidente di Porter Ranch ci sta a ricordare che le fuoriuscite grandi e piccole di metano durante ciascuna delle fasi di estrazione, lavorazione, stoccaggio e trasporto, fino alla distribuzione capillare nelle condutture delle nostre città, aggiungendo altre emissioni a quelle derivanti dalla combustione, di fatto riducono sensibilmente, se non quasi completamente, il beneficio teorico del gas naturale rispetto alle altre fonti fossili. D’altra parte, ridurre drasticamente le dimensioni delle fuoriuscite non intenzionali di gas lungo l’intera filiera significa far lievitare i costi di manutenzione delle infrastrutture ed effettuare cospicui investimenti, che da un lato renderebbero il metano ancora meno conveniente delle rinnovabili, e dall’altro configurerebbero il passaggio al gas naturale non più come una soluzione transitoria ma come un’opzione di lungo termine, il che è inaccettabile perché sposterebbe troppo in là nel tempo l’uscita dalle fonti fossili.

Insomma, il fortunato slogan pubblicitario secondo cui “il metano ti dà una mano” suona oggi un po’ datato: la sensazione è che “la mano” che il metano è in grado di dare ad una civiltà che ha tutto l’interesse a virare bruscamente nella direzione delle energie rinnovabili si stia rapidamente indebolendo, anzi stia metaforicamente e letteralmente evaporando. Proprio come un gas.

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8 pensieri su “L’evanescente mano che dà il metano

  1. E che dire della miriade di centrali turbogas installate in fretta e furia nella pianura padana a partire dagli anni ’90? Non le stiamo usando, e spendiamo i soldi delle bollette per tenere aperti impianti termici in notorio soprannumero. Industrialmente parlando è un disastro, soldi buttati via fidando su previsioni errate. Non perdiamo mai l’abitudine di cercare di impedire i cambiamenti inevitabili.

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    • A conferma di Fausto 16 Genn.
      In Italia doppio Potenza installata.Soprattutto Turbogas ciclo combinato.Tenute spente parecchi messi anno.I cui costi come ben noto pagati mensilmente dagli utenti dei 32 milioni di contatori.
      Rino.

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