Prosumatori di tutto il mondo, unitevi!

Può essere fermata la rivoluzione delle energie rinnovabili? Probabilmente no, perché come ci insegna la Storia, una volta innescata la miccia è molto difficile tornare indietro. Sicuramente però nelle alte sfere molti ci stanno provando, in vari modi, molto spesso subdoli e occulti. Il più delle volte non a causa di un’ostilità di principio verso il fotovoltaico, l’eolico o la geotermia, ma semplicemente perché sentono che i loro pingui depositi bancari potrebbero risentirne. Come sempre, è una questione di soldi. E di potere. Ma si sa, le due cose vanno a braccetto.

Dunque, per farla semplice, le forze in campo sono essenzialmente due: le fonti fossili e le rinnovabili. Il primo schieramento si trova oggi in grande difficoltà, soprattutto da quando la minaccia degli sconvolgimenti climatici garantiti dalla prospettiva di continuare a bruciare carbone, petrolio e gas ai ritmi attuali viene percepita come esiziale da un numero esponenzialmente crescente di persone. Le rinnovabili, al contrario, sono ormai a portata di mano in tutto il mondo, e il loro costo le rende oggi competitive anche con le attuali quotazioni del greggio ai minimi. Il vero problema del solare e dell’eolico è legato alla “diluizione” dell’energia incidente e alla limitata efficienza della sua conversione in energia elettrica, fattori che lasciano presagire che una completa sostituzione delle fossili con solare ed eolico dovrà essere accompagnata da una diminuzione dei consumi energetici complessivi (oltre che da una loro equa ridistribuzione). Tuttavia, anche in presenza di questi limiti i decisori politici, che ci si aspetta siano guidati dall’unica bussola dell’interesse collettivo, non dovrebbero avere esitazioni a virare la nave facendola trainare dal vento in poppa dell’energia pulita generata dal sole. Non perché debbano tifare per una delle squadre in campo, ma semplicemente perché è lì che deve dirigersi la nave se si vuole evitare che si schianti sugli scogli spinta dai marosi.

Eppure, specie dopo la Conferenza di Parigi sul clima, il dibattito sulla transizione energetica è animato da strane voci, che invece di disquisire su come usare al meglio l’energia disponibile e realizzare nel modo più indolore possibile il passaggio epocale dalle fossili alle rinnovabili, sembrano spingere per far entrare in campo altri giocatori, nonostante la loro evidente inadeguatezza o inaffidabilità. Ad esempio, secondo Bill Gates e i suoi colleghi miliardari della neocostituita Breakthrough Energy Coalition (BEC), il mondo ha un disperato bisogno di nuove fonti di energia, possibilmente inesauribili, che non emettano carbonio in atmosfera. Occorre quindi urgentemente investire ingenti risorse in ricerca e sviluppo per salvare l’umanità dalla penuria di energia che ci aspetta. Ben venga la ricerca, naturalmente, se è fondata su solide basi scientifiche. Ma di quali fonti stiamo parlando? Leggendo i documenti pubblicati sul sito della BEC non si trovano molti indizi. Alcuni però ritengono che l’intento di questi superricchi sia quello di dirottare finanziamenti verso la mitica araba fenice del nucleare pulito e sicuro, nelle due opposte versioni della fissione di nuova generazione e della fusione. Roba per lo più vecchia, su cui si fa ricerca da quarant’anni senza che si siano raggiunti i risultati sperati. Parlare di nucleare fa venire il voltastomaco a molti, me compreso. Fa però riflettere che l’opportunità dell’opzione nucleare nella transizione sia stata recentemente perorata da personaggi del calibro di James Hansen, uno dei più noti e autorevoli scienziati del clima, non foss’altro perché ciò la dice lunga sulla gravità degli sconvolgimenti climatici prossimi venturi percepita dagli studiosi (si veda anche qui per maggiori informazioni su Hansen).

Ma non è di questo che voglio parlare. Quello che mi preme sottolineare è che ogni volta che si vagheggiano nuove mirabolanti fonti di energia emergono delle soluzioni calate dall’alto in cui l’energia viene prodotta da pochi siti ipertecnologici ad alta intensità di capitale, controllati da oscuri potentati economici e dalla finanza internazionale. Vogliono farci credere che questo sia l’unico modo per produrre l’energia che spinge il motore dell’economia globale, relegando le rinnovabili ad un ruolo residuale o al massimo complementare. Ma la realtà è un’altra: controllare centralmente la produzione di energia vuol dire mantenere un potere di dominio sui cittadini e sulle comunità locali, pari a quello che deriva dalla produzione del cibo ottenuto industrialmente, dalla distribuzione dell’acqua potabile o dall’erogazione delle cure mediche (alimenti, acqua, salute, energia, c’è qualcosa di più essenziale per la vita delle persone?). Ecco perché le fonti rinnovabili, e in particolare il fotovoltaico, fanno paura ai poteri forti, perché l’energia che ne scaturisce è diffusa e decentrata, modulare e scalabile, ma soprattutto gratuita, come può esserlo la radiazione solare. Niente petrolio, carbone, gas o uranio da estrarre con sempre maggiore difficoltà dalle viscere della terra o dalle profondità dei fondali marini: al loro posto sole e vento, abbondanti, puliti e disponibili pressoché dovunque e per sempre. Perdere il controllo della produzione di energia è una minaccia mortale per il capitale delle grandi aziende che gestiscono in maniera integrata il ciclo dell’energia. In Italia, la fine dei monopoli e la liberalizzazione dei mercati della produzione e della distribuzione elettrica e del gas hanno intaccato ma non seriamente ridimensionato il potere di gruppi come Enel ed Eni, che non a caso continuano ad essere impegnati sia sul versante della produzione che su quello della distribuzione dell’energia. Ciò che fa loro più paura è l’avvento di una nuova generazione di prosumatori (italianizzazione del neologismo prosumers creato da Jeremy Rifkin nel suo saggio La società a costo marginale zero), ovvero di soggetti allo stesso tempo produttori e consumatori di energia, su scala familiare o di piccole comunità, che è destinata a sconvolgere i rapporti di forza fra pochi grandi e molti piccoli produttori, spingendo i colossi dell’energia a difendere le proprie rendite di posizione in tutti i modi possibili. Compito arduo, anche perché mentre la produzione elettrica rinnovabile aumenterà, le centrali a carbone o a gas vedranno diminuire sempre di più la propria redditività, dovendo sostenere, al contrario dei loro piccoli ma numerosi competitors, costi fissi invariati e percentualmente crescenti rispetto ad una produzione che non potrà più essere spinta a pieno regime.

A mediare fra gli interessi confliggenti di cittadini e grandi aziende ci sono i governi, che si definiscono democratici in quanto legittimati dal voto popolare. Ma se credessero fino in fondo ai valori profondi della democrazia, i nostri rappresentanti nelle istituzioni sentirebbero il dovere di accompagnare e sostenere il percorso verso una effettiva democrazia energetica, nella quale un numero crescente di piccoli produttori sia messo in grado di far valere i propri diritti e di pesare sulle scelte in materia di energia. Non c’è bisogno di essere visionari né particolarmente lungimiranti per attuare questa scelta, perché la rivoluzione rinnovabile è già partita e tutti sanno che il futuro è lì. Tornando all’Italia, cosa impedisce dunque l’attuazione di politiche che favoriscano la decentralizzazione della produzione energetica e sostengano una rapida crescita delle rinnovabili, che come sappiamo è essenziale per l’implementazione degli accordi di Parigi sul clima? Per rispondere a questa domanda a mio avviso non c’è bisogno di sostenere la tesi, che per quanto verosimile suona un po’ ideologizzata, di una connivenza della classe politica con l’establishment economico-finanziario dominante, ma è sufficiente ricordare che il Governo, tramite il Ministero dell’Economia, è il principale azionista di Enel ed Eni da cui riceve cospicui dividendi, ed ha evidentemente tutto l’interesse a che i nostri colossi energetici prosperino e non soccombano di fronte alle dinamiche del mercato e alla dirompente crescita dei piccoli players. La creazione dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas, formalmente indipendente, a cui il legislatore ha affidato il compito di regolare il mercato, l’accesso alle reti e le tariffe, non è in grado di estinguere il conflitto di interessi generato dall’entrata a gamba tesa del governo nella partita dell’energia, perché naturalmente le nomine delle Authorities sono appannaggio dello stesso governo.

Che le cose stiano in questo modo è suffragato dalla vicenda della riforma delle tariffe elettriche per gli utenti domestici appena varata dall’Autorità, su cui si sono levate le vigorose proteste del variegato mondo dei piccoli produttori di energie rinnovabili, che giustamente reputano inaccettabile spalmare in maniera indiscriminata gli oneri di rete e di sistema (che perlopiù coprono i costi di trasmissione dalle linee ad alta tensione che hanno origine nelle centrali a combustibili fossili alle reti locali a media e bassa tensione fino alle abitazioni) sulla totalità degli utenti, penalizzando i piccoli consumatori e i prosumatori. Decisamente non ci siamo, non è questa la riforma in grado di far crescere la diffusione delle rinnovabili come sarebbe necessario.

Ma non disperiamo: verrà presto il momento in cui, a livello di singolo nucleo familiare o di piccola comunità locale, grazie ai nuovi sistemi di accumulo dell’energia autoprodotta e non consumata istantaneamente, potremo finalmente permetterci di tranciare (metaforicamente) i cavi e disconnetterci dalle reti ad alta tensione, lasciando all’asciutto i giganti dai piedi d’argilla delle fonti fossili.

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Un pensiero su “Prosumatori di tutto il mondo, unitevi!

  1. Lo scorso anno , mia moglie ed io abbiamo fatto installare sul tetto di casa un impianto fotovoltaico di 3,9 KW.

    Quello che non giustifico è il fatto che lo stato italiano, in prima persona, non faccia coprire i tetti di tutti gli edifici pubblici con pannelli fotovoltaici.

    Lo Stato Vaticano ha già iniziato : “…. gli ingegneri di Città del Vaticano hanno installato sul tetto della moderna Aula delle udienze (progettata dall’architetto Nervi e voluta da Paolo VI, cui è intitolata), su richiesta del Pontefice, 2.400 moduli fotovoltaici. L’impianto produce circa 300 megawattora (MWh) all’anno, quanto basterebbe per coprire il fabbisogno energetico di un centinaio di famiglie.” (https://www.architetturaecosostenibile.it/green-life/curiosita-ecosostenibili/energie-rinnovabili-vaticano-impianto-fotovoltaico-piu-grande-europa-331/)

    Anche Jimmi Carter, a suo tempo, lo aveva fatto fare : “Carter, ha messo in pratica quello che predicava su fonti energetiche alternative e sostenibili e, nel giugno del 1979, aveva un sistema di riscaldamento solare del costo di 28 mila dollari installato sul tetto della Casa Bianca. Il sistema consisteva di 32 pannelli fotovoltaici che generavano energia sufficiente onde fornire acqua calda per tutta la Casa Bianca. Durante il suo mandato Carter aveva installato anche una stufa a legna ad alta efficienza energetica nei quartieri residenziali della Casa Bianca piena di spifferi. (http://www.infofotovoltaico.com/il-primo-impianto-fotovoltaico-installato-alla-casa-bianca/)

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