Ma non dovevamo bucarlo più?

Chi non ricorda il buco dell’ozono? Oggi è un tema desaparecido dal dibattito politico e dai media, ma negli anni ’80 era sulla bocca di tutti come la più nota delle minacce all’ambiente globale, molto di più del riscaldamento globale che solo negli anni a venire sarebbe stato riconosciuto come il problema dei problemi per il futuro del genere umano. La deplezione dell’ozono stratosferico, scoperta negli anni ’70, destò l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale in tutto il decennio successivo. L’assottigliamento dello strato di ozono comporta, come ci veniva spiegato in quegli anni ruggenti che trasudavano ottimismo da tutti i pori, un aumento delle radiazioni nocive UV-B che raggiungono la superficie terrestre e una conseguente maggiore incidenza di tumori della pelle e cataratta, oltre ad una serie di effetti dannosi sull’ecosistema. I clorofluorocarburi (CFC), gas di sintesi impiegati come refrigeranti e come propellenti negli spray e nelle schiume, furono presto messi sul banco degli imputati quali principali responsabili del problema. Col senno del poi, si può dire che filò tutto liscio: gli scienziati lanciarono l’allarme, l’ONU intervenne, finché nel 1987 il Protocollo di Montreal mise al bando i gas ‘nemici dell’ozono’, la cui produzione infatti declinò rapidamente negli anni successivi. Dunque, problema risolto e avanti tutta, the show must go on!

Sembra in realtà una storia a lieto fine, che molti ritengono essere un esempio da seguire per la comunità internazionale alle prese con la drammatica sfida dei cambiamenti climatici. In effetti, i governi mondiali furono all’epoca in grado di comprendere il problema e agire di conseguenza e con determinazione. Ma… ci siamo chiesti che fine ha fatto da allora il buco dell’ozono? Beh, che domande, se è stata eliminata la causa, anche l’effetto sarà venuto meno, giusto?

E invece no. Nel novembre dello scorso anno, quando l’attenzione generale era rivolta all’imminente Conferenza sul clima di Parigi, il NOAA, l’ente statunitense che studia l’atmosfera, il clima e gli oceani, ha diffuso la sconfortante notizia che le misurazioni dell’ozono antartico in ottobre, un indicatore dell’entità dell’assottigliamento, hanno fatto registrare un record negativo, con livelli del 60% inferiori a quelli ‘pre-buco’.

spoOctAve
Variazioni della colonna totale di ozono misurate al Polo Sud nel periodo 15-31 ottobre riferite alla media del periodo pre-1979 (fonte: http://www.noaa.gov)

Non solo, anche l’estensione complessiva del buco antartico nel 2015 è aumentata fino a raggiungere 28,2 milioni di km quadrati, la terza più vasta di sempre. Dunque, tutto vano? Neanche il Protocollo di Montreal, unanimemente osannato come un successo, ha dato i risultati sperati? Possibile che l’intelligenza umana e l’incredibile progresso raggiunto in tutti i settori della scienza e della tecnologia debbano ogni volta gettare la spugna quando si tratta di mettere mano ai danni causati all’ambiente globale?

Come al solito, la realtà è un po’ più complessa, e bisogna provare a raccontarla per intero armandosi di onestà intellettuale. Anzitutto, va detto che c’è una grande variabilità inter-annuale dei dati relativi all’ozono, su cui vi è una influenza determinante delle condizioni metereologiche regionali. Eventi fuori della norma possono quindi sussistere e non devono necessariamente generare allarmi. Complessivamente, sebbene i dati del 2015 dimostrino che lo strato di ozono stratosferico è ancora prossimo al suo picco negativo, il NOAA confida che esso si stia rigenerando, anche se molto lentamente, e che un ripristino dei livelli ante-1970 sia possibile intorno al 2070-2080. Tuttavia, permangono una serie di criticità, di cui mi limito ad elencare le principali:
a) Il declino delle concentrazioni atmosferiche di CFC è reale ma lentissimo, sia per il tempo di permanenza molto lungo di questi gas in atmosfera (50-100 anni), sia a causa della presenza di elevati stock di gas già prodotti ed accumulati p.es. nei frigoriferi e nei condizionatori d’aria di vecchia generazione, che continuano a fuoriuscire man mano che si procede allo smaltimento di quegli oggetti;
b) Le emissioni di altre sostanze che distruggono l’ozono stratosferico, anche se in misura minore dei CFC, sono in aumento: si tratta del protossido di azoto (N2O), degli idroclorofluorocarburi (HCFC) e idrofluorocarburi (HFC) introdotti per rimpiazzare i CFC, e di una serie di composti gassosi di varia origine contenenti cloro o bromo (maggiori info qui).

Ma attenzione: guarda caso, sia l’N2O che gli HFC possiedono anche un significativo potenziale climalterante essendo entrambi potenti gas serra. Per questi ultimi, prodotti in quantità massiccia dall’industria chimica mondiale proprio per sostituire sostanze dannose per l’ambiente, la cosa suona decisamente paradossale: è come passare dalla padella bucata dell’ozono che svanisce alla brace ardente del riscaldamento globale e del clima impazzito. Ma secondo gli apprendisti stregoni di turno, non c’è da preoccuparsi: presto anche gli HFC verranno a loro volta rimpiazzati con nuovi gas amici dell’ozono e innamorati del clima, naturalmente finché non si scoprirà, probabilmente troppo tardi, che questi sostituti saranno nemici di qualcos’altro o di qualcun altro.

Insomma, porre rimedio a disastri di tale portata inflitti ad un ambiente fragile è un’impresa ardua, ed è sempre bene non farsi prendere da facili ottimismi. Poi, c’è il fattore tempo che non viene considerato mai abbastanza, perché l’inerzia dei sistemi atmosferici terrestri gioca un ruolo centrale nello spiegare il gap temporale fra la correzione apportata e gli effetti che si vogliono ottenere. Ma dopotutto, bisogna pur ammettere che molto di ciò che si poteva ragionevolmente fare per chiudere il buco dell’ozono è stato fatto.

E allora, il Protocollo di Montreal può davvero rappresentare un modello efficace di cooperazione internazionale da riproporre nell’ambito del contrasto ai cambiamenti climatici? Ho paura di no: troppe sono le differenze fra le due questioni, la prima circoscritta a pochi settori industriali e la seconda che invece impatta pesantemente sull’intero assetto dell’economia mondiale. Ma soprattutto, mentre la sostituzione dei propellenti degli spray e dei refrigeranti con altri prodotti aventi la stessa funzione ha rappresentato un business per l’industria e uno stimolo alla crescita del PIL, lo stesso non può certo dirsi per i combustibili fossili, causa prima del riscaldamento del pianeta. Sostituire petrolio, carbone e gas con le rinnovabili non è solo una sfida immane da portare avanti contro gli interessi di potenti lobby, ma è un processo che richiede un radicale ripensamento del modello di sviluppo perseguito fino ad ora, insieme all’accettazione condivisa dell’idea di decrescita per le economie dei paesi ricchi. E onestamente i nostri governanti, a cui la parola decrescita fa venire l’orticaria al solo nominarla, non sembrano affatto preparati a questo triplo salto mortale.

Se poi proviamo a confrontare l’esito del Protocollo di Montreal con i risultati dell’Accordo di Parigi sul clima, il paragone è addirittura impietoso, con il primo vertice che metteva al bando i CFC con tempi certi e misure vincolanti, ed il secondo che praticamente neanche nomina le fonti fossili e lascia alla buona volontà degli stati il compito di rispettare gli impegni che ciascuno, bontà sua, si è dato.

Dunque, se tanto mi dà tanto e dopo 28 anni dalla firma del Protocollo di Montreal il buco dell’ozono è ancora lì vivo e vegeto che sovrasta minaccioso l’emisfero australe, non oso pensare in quali condizioni potrà trovarsi il clima terrestre nel 2043…

Annunci

Un pensiero su “Ma non dovevamo bucarlo più?

  1. Un mio parente acquisito ogni giorno che va a lavorare fa 170 km in macchina, per lavorare agli altoforni di una fonderia.
    Lavoro più vicino non ha trovato, e non si può permettere di non lavorare.
    Quanti kilogrammi di CO2 per ogni viaggio ?

    Il riscaldamento globale si combatte anche non mettendo la gente in queste spiacevoli necessità, di dover fare questi assurdi spostamenti.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...