Chi d’inerzia ferisce…

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“Inertia”, scultura sottomarina dell’artista Jason deCaires Taylor

La classica immagine del treno senza macchinista in folle corsa prossimo a schiantarsi sul fianco di una montagna occupa sempre più di frequente i miei inquieti pensieri. La civiltà umana continua a correre senza pensare dove si sta dirigendo e senza chiedersi perché e cosa la fa correre. A tutti i livelli, da quello della psicologia dei singoli a quello delle dinamiche che guidano le collettività, sembra che cambiare traiettoria sia pressoché impossibile, e che la forza d’inerzia che ci spinge come degli automi a ripetere pedissequamente le solite azioni e a pensare secondo i soliti cliché sia incontrastabile. Per di più, i vincoli posti dai sistemi complessi come quelli che l’umanità ha costruito nei secoli sembrano non lasciare spazio a tentativi di autoriforma radicale. Anche coloro che bramano il cambiamento e osservano con speranza le evoluzioni positive in atto nella società sono spesso portati a ricredersi quando allargano lo sguardo ai sistemi planetari e constatano, esaminando i grandi numeri, l’esasperante lentezza con cui certi trend si fanno strada.

Come ha scritto Dave Pollard, “gran parte dell’attività umana si realizza all’interno di sistemi sociali ed ecologici massivi insondabilmente complessi, autoperpetuanti e resistenti al cambiamento”. In altri termini, la forza inerziale appare essere come il motore ultimo che proietta la civiltà umana verso il suo destino, senza lasciare alcuna possibilità alle comunità e tantomeno ai singoli di esercitare un’influenza tale da indurre un cambiamento di rotta significativo, che purtroppo avverrà solo quando con stupore verremo colpiti da un collasso sistemico o da un evento traumatico di proporzioni e di impatto tali da rendere inevitabile un rivolgimento epocale a base di lacrime e sangue.

Ma se l’inerzia caratterizza le dinamiche umane, la Natura non è da meno. Gli ecosistemi che forniscono l’indispensabile supporto alle nostre esistenze sono regolati dall’insieme inestricabile di innumerevoli interazioni che nel breve termine tendono a mantenere l’omeostasi complessiva e a raggiungere per quanto possibile un apparente stato stazionario. Questa potrebbe sembrare una buona notizia, che porterebbe a sostenere che la natura è in grado in qualche modo di minimizzare le perturbazioni apportate dall’uomo. In realtà le cose sono molto più complesse: in generale, l’inerzia dei sistemi naturali in presenza di alterazioni massicce e prolungate come quelle risultanti da due secoli di sfruttamento indiscriminato delle risorse e di rilascio di inquinanti nell’ambiente si manifesta non come una intrinseca riluttanza al cambiamento ma piuttosto come un processo graduale ma irreversibile di adattamento che sposta in là nel tempo le conseguenze più gravi indotte dall’attività economica. Peraltro ciò non vuol dire che non siano possibili delle accelerazioni dei fenomeni e delle tendenze in atto, ma semplicemente che il raggiungimento dell’equilibrio termodinamico può richiedere molto tempo. Il corollario ineludibile anche se sgradevole di questa tesi è che persino la completa ed immediata cessazione dei fattori perturbanti non è quasi mai in grado di far regredire il sistema allo stato preesistente.

E’ quindi di tutta evidenza come la comprensione di questi fenomeni e la previsione degli impatti a lungo termine delle attività umane sia di fondamentale importanza per guidare le scelte della comunità internazionale. Ciò assume una particolare rilevanza nell’attuale dibattito sul clima, dove tutto sembra ruotare attorno all’obiettivo di contenere l’aumento di temperatura entro 2°C. E’ stato ripetuto in lungo e in largo che un aumento non superiore ai 2°C al 2100 rappresenta il target in grado di evitare cambiamenti climatici catastrofici, ma nessuno sa se sia davvero così. Intanto bisogna dire che la temperatura media globale è già aumentata di 0,85°C rispetto all’era preindustriale, e dunque – ma questo chissà perché nessuno lo dice – ci resterebbero “solo” 1,15°C di aumento per rientrare nel limite, il che appare una impresa davvero improba se è vero, come purtroppo sembra, che il riscaldamento globale sta accelerando. Ma il nodo della questione è un altro: qual è realmente la quantità di carbonio che possiamo permetterci di immettere in atmosfera continuando a bruciare combustibili fossili se vogliamo evitare cambiamenti climatici devastanti a lungo termine? E’ qui che entra in gioco l’inerzia dei sistemi terrestri. La Terra, si sa, è in gran parte una immensa distesa d’acqua, e proprio grazie al calore catturato dagli oceani l’enorme quantità di CO2 emessa dall’uomo dalla Rivoluzione industriale ad oggi ha prodotto un aumento di soli 0,85°C. Ma è solo questione di tempo perché il calore accumulato venga rilasciato e si traduca in aumento della temperatura, così come è questione di tempo perché l’aumento di temperatura sviluppi pienamente tutte le conseguenze dei cambiamenti climatici. C’è insomma un duplice meccanismo inerziale che ritarda il dispiegarsi completo degli effetti devastanti delle modificazioni che abbiamo già apportato all’atmosfera e di quelle che apporteremo nel prossimo futuro.

Il climatologo David Wasdell, Direttore dell’Apollo-Gaia Project, ha introdotto il concetto di “Implicit Change” per sottolineare il gap temporale fra il cambiamento osservato e quello atteso e indurre a rivolgere l’attenzione alle conseguenze a lungo termine delle modificazioni antropiche. Secondo Wasdell, a causa dell’inerzia l’aumento di temperatura osservato ad oggi è solo 1/6 dell’aumento all’equilibrio atteso risultante dalla quantità di CO2 emessa fino ad ora in atmosfera. Se così fosse, avremmo già ecceduto il budget di carbonio a nostra disposizione per contenere l’aumento di temperatura entro i 2°C, e le misure che la Conferenza di Parigi potrà realisticamente adottare fra un mese sarebbero largamente insufficienti e dovrebbero pertanto essere ripensate e potenziate prima ancora di dare avvio alla loro implementazione. Può darsi che Wasdell abbia sbagliato i calcoli, ma è indubbio che ci sia stata e ci sia tuttora una drammatica sottovalutazione dell’inerzia dinamica dei sistemi globali, che tra l’altro ha consentito ai negazionisti climatici di avere facile presa sui mass media e sull’opinione pubblica focalizzando l’attenzione sulla situazione presente anziché sugli impatti futuri.

Tuttavia, come ogni medaglia, l’inerzia ha due facce: se da un lato ci ha ingannato, ‘graziando’ le attuali generazioni a scapito delle prossime, dall’altro può darci il tempo necessario, se non per arrestare il riscaldamento globale, almeno per contenerlo e per permettere alle comunità umane di sviluppare opportune strategie adattative in grado di mitigare le sue nefaste conseguenze.

Sempreché, beninteso, non ci si faccia prendere dall’inerzia.

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