Il cielo sopra Parigi

Chissà se qualcuno fra i delegati alla COP21 proverà una vaga sensazione di disagio sapendo di contribuire personalmente, con le consistenti emissioni di CO2 prodotte dal volo aereo che li porterà a Parigi, ad aggravare il riscaldamento globale che la conferenza a cui parteciperanno dovrà cercare di mitigare? Può darsi, o forse gli eventuali cattivi pensieri saranno scacciati via dall’ambizione di sentirsi investiti da una missione, quella di contribuire ad un accordo internazionale che potrebbe rappresentare l’ultima spiaggia per salvare il genere umano dall’apocalisse climatica. Chissà.

Quello che è certo è che il contributo del trasporto aereo alle emissioni totali di CO2 non è trascurabile, essendo responsabile, secondo le stime dell’IPCC, per il 3,5% del cambiamento climatico antropogenico totale. Vi sembra poco? Io penso di no, sia perché non possiamo permetterci di adottare un approccio blando ad un problema così drammatico tralasciando superficialmente l’impatto di questa o quella sorgente di gas serra o esentando alcuni settori dell’economia dal fornire il proprio contributo, sia perché, a differenza di altre fonti inquinanti, non si intravede all’orizzonte una sorgente di energia carbon free e rinnovabile in grado di rimpiazzare il cherosene impiegato per far volare gli aerei. L’energia solare e le altre fonti pulite potranno certamente rivoluzionare il modo in cui produciamo elettricità, le batterie al litio potranno far muovere le auto elettriche e ridisegnare la mobilità di superficie, ma solo una fonte di energia concentrata e a basso costo come il petrolio è in grado di vincere la gravità in modo efficiente e sufficientemente sicuro facendo alzare in cielo un ammasso di ferro di alcune decine di tonnellate fino a migliaia di metri dal suolo. Ecco perché tutti gli osservatori sono concordi nel ritenere che in assenza di misure di contrasto quel 3,5% sia destinato a crescere .

Diciamocelo francamente: la conquista dei cieli, così fortemente e tenacemente perseguita dall’uomo da tempi immemori, rappresenta qualcosa a cui non sarà affatto facile abdicare, anche perché lo sviluppo tumultuoso del trasporto aereo civile e commerciale degli ultimi decenni ha fornito una spinta decisiva alla globalizzazione dei mercati, alla quale il sistema economico-finanziario dominante non potrà mai rinunciare se non vuole rinnegare se stesso. Del resto, la folle frenesia da cui è animata un’economia che sembra non conoscere terze vie fra l’ossessione della crescita e l’implosione violenta va di pari passo con la necessità di accorciare le distanze fra i luoghi della produzione e i luoghi del consumo, e niente come un volo di linea intercontinentale o un cargo aereo può dare l’illusione di vivere in un mondo in cui chi acquista è vicino a chi vende e tutto è a portata di mano.

La spinta verso un ulteriore sviluppo del trasporto aereo è fortissima, specie in Cina, India e nelle economie emergenti. L’ultimo faraonico Piano Quinquennale sbandierato con orgoglio al mondo dalle autorità di Pechino prevede la messa in esercizio di quasi un centinaio di nuovi aeroporti, migliaia di nuovi aerei di linea, jet e quant’altro occorre per fare della Cina la prima potenza mondiale anche nel campo dell’aviazione. Non stupisce allora che proprio la Cina e l’India siano stati fino ad ora fra i più fieri avversari di ogni tentativo della comunità internazionale, per quanto timido, diretto ad introdurre strumenti per contenere le emissioni di gas serra nel settore del trasporto aereo. Stiamo parlando peraltro di un settore che più di ogni altro, proprio in virtù del servizio che offre – collegare nazioni e continenti – necessita di una regolamentazione internazionale efficace basata sull’adesione di tutte le potenze mondiali, pena una pesante distorsione della concorrenza fra compagnie di diversi Paesi.

Ma poi, quale accordo efficace si potrebbe raggiungere per limitare in modo tangibile le emissioni dei voli aerei? L’UE ha introdotto da tempo misure basate sullo scambio di quote di emissioni (tristemente note come “diritto di inquinare”) in accordo con il protocollo di Kyoto: peccato che questo strumento si sia rivelato oltremodo fallace oltre che fonte di gravi ingiustizie, come denunciato fra gli altri da papa Francesco nell’enciclica Laudato Si’ [§ 171]. Resterebbe la mitica carbon tax, quella vera però, non simbolica, effettivamente commisurata alle emissioni prodotte e non annacquata da esenzioni a pioggia, la sola realmente in grado di promuovere la riconversione dell’economia: se si riuscisse ad introdurre una tassazione sui voli aerei vincolante in tutto il mondo sarebbe un vero miracolo, se solo si pensa che i combustibili usati dagli aerei di linea, a differenza dei carburanti per autotrazione, non sono assoggettati alle accise, smascherando così la vera logica di una scelta, assolutamente devastante per l’ambiente, che è quella di incentivare il trasporto aereo.

Se dunque, date le premesse, sul lato dell’iniziativa politica internazionale non c’è da stare allegri, le cose vanno ancora peggio se si rivolge lo sguardo alle azioni volontarie intraprese dalle compagnie aeree per contenere le emissioni: solitamente esse non hanno saputo far meglio che mettere in atto delle squallide operazioni di greenwashing, talvolta con l’ausilio di organizzazioni sedicenti ambientaliste, ad esempio invitando i clienti a compensare la CO2 prodotta dal proprio volo con contributi volontari diretti a non meglio specificate attività di protezione del clima, oppure magnificando in modo ingannevole le potenzialità dei biocombustibili come sostituti del cherosene, come se tutto ciò che contiene il prefisso bio sia di per sé amico dell’ambiente…

Dobbiamo dunque affidarci solo alla speranza di una più diffusa consapevolezza e alla rinuncia volontaria di molti a volare? Temo che neanche questo basterà. Lasciatemi però almeno sognare che un improvviso ciclone tropicale “benigno” o un’inattesa ondata di calore africano su Parigi il prossimo dicembre riesca a dare ai delegati alla Conferenza ONU sul clima quella sferzata di coraggio (paradossalmente dettata dalla paura) che potrà davvero cambiare le cose e restituire un pianeta vivibile ai nostri eredi.