Aiuto, il cane a sei zampe emette gas!

Diciamolo subito forte e chiaro, a scanso di equivoci: la fortunosa scoperta Eni annunciata domenica di un nuovo mega-giacimento di gas al largo delle coste egiziane NON E’ una buona notizia. Ogni giacimento di combustibili fossili in più che viene scoperto rappresenta una speranza in meno di riuscire nell’impresa già di per sé improba di contenere efficacemente il riscaldamento globale. Perché una volta estratto, quel gas verrà bruciato e pomperà in atmosfera altri miliardi di tonnellate di CO2. E l’atmosfera, purtroppo, è indifferente alla provenienza della CO2 o alle capacità tecniche dell’azienda che ha permesso di produrla.

Gli annunci trionfalistici dell’AD Descalzi e del suo azionista di riferimento Renzi sono davvero indigeribili, perché il più grande errore che si può fare oggi nel commentare una scoperta come questa è proprio quello di inquadrarla esclusivamente in una ristretta ottica italocentrica, blaterando sui vantaggi che essa apporterebbe al Paese. I vantaggi immediati, in realtà, li avranno solo gli speculatori di borsa e gli azionisti Eni: il titolo è infatti ieri schizzato in alto, complice il tono furbamente altisonante del comunicato Eni riguardo alla asserita eccezionalità della scoperta. Per quanto riguarda i benefici a breve-medio termine, li avrà forse l’economia egiziana, sempreché non si scateni nel frattempo una guerra nel Mediterraneo per il controllo delle risorse. Di vantaggi reali a lungo termine per chi dopo di noi erediterà la Terra, francamente non ne vedo. A meno che…

A meno che si provi a ragionare in termini di contenimento del danno globale e soprattutto di sostituzione di future emissioni a maggior tenore climalterante con quelle che scaturiranno dallo sfruttamento del nuovo giacimento, in una prospettiva comunque orientata ad accelerare la transizione verso le fonti rinnovabili.

Indubbiamente, la scelta strategica e comunicativa di Eni di puntare sempre di più sul gas naturale rispetto al petrolio è astuta e intelligente dal punto di vista imprenditoriale e di immagine. Come è noto, a parità di energia prodotta il gas emette meno CO2 rispetto al petrolio; il gas, inoltre, ha una facciata di fonte energetica pulita che il petrolio non ha. Dall’uomo della strada il metano è visto come un combustibile non inquinante, perché le sue emissioni non danno cattivo odore e non apportano particolato, sfuggendo quindi alla comune percezione dell’inquinamento come qualcosa di afferrabile dai nostri sensi. E’ ad ogni modo innegabile che, mettendo petrolio e gas sul piatto della bilancia, il secondo presenta una serie di vantaggi, come è altresì vero che, a certe condizioni, il gas può giocare un ruolo nella transizione verso un’economia decarbonizzata.

Diciamo allora che, se venissero confermate le imponenti dimensioni delle riserve contenute nel giacimento, per poter considerare positivamente questa scoperta occorrerebbe fare in modo che, grazie a questo gas, altre riserve di idrocarburi più inquinanti possano rimanere sotto terra, così che il bilancio complessivo viri significativamente verso una consistente riduzione delle emissioni di gas serra. In assenza di un’autorità mondiale in grado di regolare l’attività estrattiva, questo obiettivo dovrebbe essere realizzato mediante l’adozione di adeguate strategie energetiche da parte dei paesi utilizzatori. Ad esempio, ipotizzando che una parte significativa del gas estratto venga destinata al mercato italiano (cosa tutt’altro che certa, data l’inesistenza di gasdotti che collegano l’Egitto con la sponda nord del Mediterraneo), il nostro governo dovrebbe ripensare immediatamente la sua politica energetica in accordo a chiare linee guida, che proverei a sintetizzare così: 1) immediato stop ai controversi progetti estrattivi in corso di autorizzazione nei mari italiani e in Basilicata; 2) chiusura delle centrali elettriche a carbone ancora operanti o loro riconversione a gas; 3) uso della leva fiscale per incentivare l’impiego del metano per autotrazione in luogo di benzina e gasolio; 4) agevolazioni per l’installazione di impianti di cogenerazione a gas. Il tutto, ovviamente, accompagnato da un forte impulso all’efficienza energetica e alla diffusione delle fonti rinnovabili nell’ambito della ridefinizione di target per le emissioni di gas serra di gran lunga più ambiziosi degli attuali.

Ma non basta. L’Italia e l’Egitto hanno il dovere di obbligare l’Eni a stringenti misure di sicurezza in grado di evitare incidenti (queste installazioni sono ad elevato rischio di esplosioni), nonché ad una rigorosa e verificabile azione di minimizzazione delle fuoriuscite di metano (che come noto è esso stesso un potentissimo gas serra) durante le fasi di esplorazione e messa in produzione del giacimento, pena il possibile azzeramento del vantaggio del gas rispetto a carbone e petrolio in termini di emissioni climalteranti complessive.

Ho esagerato con i se e i ma? E’ probabile. Anzi, ho sicuramente esagerato se guardiamo agli interlocutori che dovrebbero tradurre tutti i se e i ma in politiche virtuose e lungimiranti e ad un intero sistema politico-economico-finanziario che va in tutt’altra direzione rispetto a quanto sarebbe necessario. E allora, forse è il caso di ribadirlo: la scoperta del nuovo giacimento in Egitto NON E’ una buona notizia!

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