La buccia della Terra (Prologo)

“Da qui, messere, si domina la valle

ciò che si vede, è.

Ma se l’imago è scarna al vostro occhio

scendiamo a rimirarla da più in basso

e planeremo in un galoppo alato

entro il cratere ove gorgoglia il tempo”

In volo, Banco del Mutuo Soccorso

Se è vero che tutto ciò che si vede, e quindi è, è già stato detto, scritto e raccontato, tanto vale avventurarsi nelle terre ancora non del tutto esplorate del non è, o del non è ancora, o finanche del non sarà mai. Perché anche se alcune tessere del puzzle del futuro possono già essere facilmente incasellate, l’immagine femminea che apparirà quando il sarà potrà essere declinato al presente e il tempo cesserà di gorgogliare è oggi irrimediabilmente scarna, se non del tutto indecifrabile.

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Pianta che ti passa

Il momento migliore per piantare un albero è vent’anni fa. Il secondo momento migliore è adesso.

(Confucio)

Il divario abissale che separa l’immensità dei problemi dell’ambiente globale dalla capacità dei singoli di incidere su di essi è in grado di annichilire gli sforzi di ciascuno, demotivando finanche le persone più consapevoli e più inclini a non arrendersi di fronte alle minacce che incombono sul genere umano. Cosa possono realisticamente sperare di ottenere il predicamento e le azioni concrete di alcune centinaia di migliaia di donne e di uomini di buona volontà in tutto il mondo di fronte alla micidiale spinta distruttiva di sette miliardi di individui, mossi per la maggior parte da un irrefrenabile desiderio di migliorare i propri standard di vita attraverso il consumo di beni e risorse? Non è un po’ come pretendere di contenere l’innalzamento del livello dei mari rimuovendo l’acqua con dei secchi?  Continua a leggere

Doppio brodo Terra

Terroristi islamici, emulatori di terroristi islamici, squilibrati, deviati, disadattati, emarginati, violenti qualunque di mezza tacca. E poi, dittatori democraticamente eletti, apprendisti dittatori camuffati da aspiranti presidenti USA, disunioni europee nel pieno di una crisi di nervi. C’è di tutto e di più nella cronaca di questa bollente estate duemilasedici d.C., nella quale in particolare il susseguirsi incessante di avvenimenti segnati dal dramma e dal dolore lascia attoniti e senza respiro. Ammesso che possa essere di aiuto individuare un’idea, un concetto che funga da comune denominatore di eventi tanto diversi, il termine che viene alla mente è ebollizione. Continua a leggere

Fiamme bituminose

L’inferno sulla terra. Proprio come ci si immagina che sia. Come altro si può definire un vasto, possente e indomabile incendio alimentato da forti venti e sostenuto da temperature fino a 32°C in un’area del pianeta dove normalmente in questo periodo dell’anno il termometro è ancora spesso e volentieri sotto lo zero?

Benvenuti all’inferno, o se preferite alle prove generali del futuro prossimo venturo (più prossimo che venturo, per come la vedo io), in cui uno dei protagonisti indiscussi e incontrastati sarà il fuoco. Benvenuti a Fort McMurray, nella provincia dell’Alberta, in Canada, moderno agglomerato urbano circondato da immense distese di foreste di conifere, ai margini di un’area caratterizzata, almeno fino ad ora, da un clima sub-artico. Continua a leggere

Chi ha aperto lo sportello del freezer?

Gli sforzi divulgativi sui cambiamenti climatici si scontrano con molteplici e diversificati ostacoli, che concorrono a spiegare come è stato possibile giungere ad una situazione di tale gravità senza che la comunità internazionale sia riuscita a trovare l’energia per cambiare traiettoria allo sviluppo economico mondiale. Il primo e più evidente problema è stato ed è tuttora la non immediatezza della relazione causa-effetto fra emissioni di gas serra e riscaldamento globale. La piena comprensione del meccanismo richiede infatti nozioni di carattere scientifico che molti non hanno, così come richiede di accettare l’idea – che appare inconcepibile a molti – che le modificazioni di un sistema naturale così imprevedibile ed apparentemente insondabile come il clima possano essere originate dall’attività umana. Continua a leggere

Il Cambiamento climatico secondo Eni

Non so a voi, ma a me fa molto sorridere il modo in cui le aziende e le grandi corporations in particolare fanno uso dei social networks per le loro strategie comunicative. Rispetto alla freschezza e all’immediatezza che sgorga spontanea dai giovani, le multinazionali sono il più delle volte goffe, inadeguate e patetiche nell’approccio ai nuovi media. Quando poi vogliono far credere di voler interagire con il pubblico scendendo dal loro abituale piedistallo, allora diventano davvero imbarazzanti e riescono il più delle volte a sortire l’effetto opposto a quello atteso, mostrando a tutti che un dinosauro, per quanto si sforzi di essere agile, non potrà mai trasformarsi in un fringuello. Continua a leggere

Una montagna di ragioni per amarla

Questo post è dedicato a mio padre, appassionato escursionista e innamorato della montagna, a un anno dalla morte

Per tutti quelli che abitano il Belpaese la montagna è parte integrante del paesaggio, e spesso è essa stessa il paesaggio. Nell’immaginario collettivo dei nostri avi italici, sia che vivessero nella pianura padana da cui si può ammirare la maestosità dell’arco alpino (visione oggi spesso oscurata dalla cappa di smog), sia che abitassero giù lungo lo Stivale fino alle isole, le vette dei monti rappresentavano la frontiera, un po’ come il far-west dei film americani anni ’60, anche se più a portata di mano. Oggi che gli spostamenti sono resi facili dall’asfalto e dai motori a scoppio (derivato del petrolio il primo, azionati dal petrolio i secondi), quella frontiera è stata raggiunta e oltrepassata più e più volte. Continua a leggere

La rana siamo noi

“Se una cricca di psicologi malvagi si fosse riunita in una base segreta sottomarina per architettare una crisi che l’umanità non abbia speranza di risolvere, non avrebbe potuto trovare niente di meglio del cambiamento climatico” (Oliver Burkeman, giornalista)

Una rana immersa in un pentolone di acqua bollente immediatamente salterà fuori per salvarsi. Se però l’anfibio viene immerso in acqua fredda e il contenitore viene riscaldato poco alla volta, egli non sarà in grado di percepire il lento aumento della temperatura e finirà per soccombere non appena l’acqua sarà prossima all’ebollizione. Si tratta della ben nota sindrome della rana bollita, spesso citata come metafora per illustrare come individui che sperimentano piccole modifiche incrementali in un sufficiente arco temporale tendono ad adattarsi al graduale cambiamento e a non rendersi conto delle conseguenze delle modifiche cumulative intercorse rispetto allo stato iniziale.

In un precedente post di questo blog mi chiedevo come mai così tante persone tardano a riconoscere la gravità dei cambiamenti climatici in atto nonostante le innumerevoli evidenze scientifiche, analizzando gli argomenti avanzati dagli scettici e dai negazionisti. Tuttavia, l’oggettiva debolezza di tali argomenti non può evidentemente rendere compiutamente ragione di una simile sottovalutazione del problema, che è invece a mio avviso ben spiegata con gli strumenti della psicologia umana proprio ricorrendo alla metafora della rana bollita. Essendo il riscaldamento del pianeta graduale e di modesta entità, è difficile riconoscerne le conseguenze, e la situazione poco a poco modificata viene semplicemente percepita ogni volta come una nuova normalità.

Rispetto alla rana, l’uomo ha peraltro una difficoltà in più non da poco, ed è il fatto che a differenza dell’acqua nel pentolone il clima è soggetto ad ampie fluttuazioni che nascondono i suoi lenti mutamenti di fondo e fanno sì che sia oggettivamente difficile senza l’ausilio della scienza discernere l’aumento medio della temperatura all’interno del naturale alternarsi delle stagioni e dell’incessante succedersi degli eventi metereologici. La lentezza del cambiamento in cui siamo immersi, inoltre, induce molti di coloro che pure sono consapevoli del problema a pensare che se ne possa procrastinare la soluzione e che l’impatto dell’inazione non sarà cumulativo o irreversibile.

Se però di tanto in tanto, come un astronauta in orbita attorno alla Terra, ci sforzassimo di vedere le cose dal di fuori e passassimo in rassegna come in un time-lapse la vicenda umana degli ultimi due secoli, ci sarà più facile confrontare la situazione di partenza con quella attuale, riconoscendo l’enorme impatto sulla biosfera causato dalla impetuosa crescita economica mondiale e ammettendo che l’immenso e incessante pompaggio di miliardi di tonnellate di CO2 e di altri gas serra nell’atmosfera non poteva non avere le micidiali conseguenze che sappiamo sui complessi sistemi di regolazione climatica.

Ma torniamo alla rana, ovvero a noi: per quanto lento e graduale sia l’aumento della temperatura, arriverà un punto in cui la gradevole sensazione di essere immersi in acqua tiepida lascerà il posto ad una spiacevole percezione di caldo eccessivo e insopportabile, e tuttavia a quel punto la rana, indebolita dai prolungati sforzi necessari all’adattamento, non avrà più le energie per saltare fuori dal pentolone, finendo tristemente i suoi giorni nell’acqua bollente.

E qui sta il punto cruciale: se vuole evitare la catastrofe climatica l’umanità deve essere in grado di passare energicamente all’azione quando è ancora economicamente in grado di farlo, vale a dire prima che altri fattori quali la crisi del debito e l’esplosione di bolle finanziarie, l’accrescersi dei conflitti regionali, la deplezione delle risorse, il terrorismo e quant’altro impediscano l’allocazione delle immani risorse necessarie ad una rapidissima transizione su scala globale dalle fonti fossili alle rinnovabili.

E allora, scuotiamoci dal torpore che ci avvolge e, alla faccia di psicologi e folletti malvagi, saltiamo fuori da questo opprimente pentolone prima che sia troppo tardi!

E tu che clima-scettico sei?

E’ davvero difficile trovare una minaccia globale più drammatica e al tempo stesso straordinariamente difficile da risolvere del riscaldamento del pianeta. Se solo si ha la pazienza di spendere qualche ora del proprio tempo per documentarsi un po’ sulla base di fonti scientificamente fondate, ci si accorge facilmente di quanto serio sia il problema. Non serve essere scienziati, l’argomento è tutto sommato facilmente divulgabile e chiunque, dotato di media cultura, ragionevolezza e obiettività, dovrebbe essere in grado di giungere alla conclusione che se i governi mondiali non prendono immediatamente iniziative drastiche il rischio di consegnare ai nostri figli un pianeta invivibile è terribilmente elevato.

Eppure, anche in questi giorni di afa prolungata e asfissiante di cui non si ha testimonianza a memoria d’uomo, il tema del cambiamento climatico non campeggia quasi mai sui mass media né nelle chiacchierate fra i comuni mortali, a dispetto del luogo comune che vede le condizioni metereologiche come il più classico degli argomenti di conversazione. Come si può spiegare dunque questa pericolosa sottovalutazione collettiva del problema?

Lungi dal voler azzardare spiegazioni sociologiche o antropologiche (di cui peraltro ci sarebbe a mio avviso bisogno), vorrei provare ad analizzare schematicamente alcune delle più comuni tipologie di “scettici climatici” (climate skeptics), suddividendoli grossolanamente in due categorie di fondo che definirei gli scettici consapevoli (al cui interno si annoverano i negazionisti climatici) e gli scettici inconsapevoli. Mentre i primi vorrebbero confutare la tesi del riscaldamento globale di natura antropogenica con argomenti scientifici o pseudo-tali, i secondi neanche provano ad obiettare alcunché ma semplicemente accantonano il problema o non vogliono sentirne parlare a dispetto di ogni evidenza.

Gli scettici consapevoli potrebbero a loro volta essere categorizzati in:

  • TUTTO NORMALE: l’evidenza del riscaldamento globale è insufficiente o contraddittoria, e poi fra gli scienziati non c’è consenso, oppure: è un inganno degli ambientalisti o una cospirazione dell’ONU per imporre un governo mondiale di stampo autoritario.
  • TUTTO IGNOTO: i modelli matematici non funzionano, predire il clima è impossibile, non possiamo essere certi di cosa sta accadendo.
  • TUTTO NATURALE: è già accaduto prima, il clima è sempre cambiato, oppure: è colpa del sole, la CO2 non c’entra niente.
  • TUTTO INUTILE: è troppo tardi, tanto vale non fare niente e vedere che succede.

Non mi soffermo a confutare ciascuna di queste tesi (alcune delle quali così bizzarre o fantasiose che è quasi un peccato non poterle condividere…), lo hanno già fatto altri in modo compiuto (vedi p. es. qui); mi basta ribadire che sulla base di un’ampia ed accreditata letteratura scientifica è in ogni caso facile dimostrare che si tratta di fandonie o di vere e proprie bufale. Il problema è che anche quando con gran fatica si riesce a convincere uno scettico che ha torto, è sufficiente la prima sparata di segno contrario dei mass media per farlo regredire alle sue vecchie comode certezze. L’ultima di queste pseudo-notizie scientifiche manipolate ad arte a beneficio degli scettici è quella secondo cui nel 2030 assisteremo ad una mini era glaciale dovuta ad una diminuzione dell’attività solare che arresterà il cambiamento climatico. Naturalmente dietro a questa ipotesi c’è null’altro che il vuoto cosmico, come ben spiegato qui dall’ottimo Ugo Bardi. Del resto, chi a pochi mesi dalla Conferenza di Parigi diffonde queste non-notizie spacciandole per verità scientifiche ha generalmente il solo scopo di diffondere a piene mani il germe dello scetticismo climatico in nome e per conto di interessi oscuri che puntano all’inazione. I mass media, poi, hanno generalmente il pessimo vizio di trattare questioni come questa (nelle rare volte in cui lo fanno) dando lo stesso peso e spazio ai sostenitori delle due tesi opposte, applicando una malintesa par condicio anche ai temi come il global warming su cui la comunità scientifica si è da tempo nettamente espressa in modo pressoché unanime.

Ma veniamo agli scettici inconsapevoli, categoria ampia e variegata di cui non possiamo permetterci di sottovalutare il peso politico: in essa albergano atteggiamenti che vanno dal qualunquismo più disarmante all’egoismo ignorante e irresponsabile. Un campionario di tipiche affermazioni farneticanti che potremmo ascoltare da queste persone va da “Non è affar mio, non mi tocca” a “Io sono freddoloso, a me va bene” o “Non è un problema, ho i condizionatori in tutte le stanze”, fino a “Cosa dovremmo fare, torniamo alle candele?”, e via blaterando.

Solitamente è del tutto inutile discutere con tali soggetti i quali, vuoi per atavica ignoranza vuoi per un quoziente intellettivo prossimo allo zero, non saranno mai in grado di comprendere la gravità del problema né di porre in relazione le peggiori catastrofi climatiche con la corretta causa scatenante. Si tratta di individui che, semmai un governo illuminato dovesse adottare iniziative coraggiose per contrastare il problema, andrebbero certamente a collocarsi fra le schiere reazionarie degli oppositori e dei difensori dello status quo. A prescindere.

L’insostenibile leggerezza del Sig. Nutella

L’intervista pubblicata sabato scorso di Repubblica a Giovanni Ferrero, AD dell’omonimo gruppo, uno dei colossi mondiali dell’industria dolciaria, è un esempio da manuale di giornalismo servile e asservito ai potenti, il cui scopo centrale è quello di lisciare il pelo all’establishment a fini sostanzialmente pubblicitari e di immagine per i beneficiari.

Dal canto suo, l’intervistato ha potuto dire con gran disinvoltura ciò che gli tornava utile, fino ad autoincensarsi proclamandosi “interprete di un capitalismo non rapace ma illuminato” (sic).

Già le prime battute, dopo la breve presentazione del fortunato rampollo della dinastia di Alba, sono come suol dirsi tutto un programma:

D.: Lei si trova oggi fuori Italia. Dove si sta godendo le vacanze?

R.: Non sono in vacanza. Sono al lavoro, in questo momento in Lussemburgo.

Ora, qualunque giornalista economico a questo punto avrebbe raccolto l’assist inaspettatamente lanciato dall’interlocutore associando il Granducato del Lussemburgo con il trattamento fiscale di favore che questo ricco staterello nel cuore dell’Europa riserva alle aziende che si stabiliscono lì. La domanda d’obbligo per un giornalista con la schiena dritta sarebbe dunque stata: “Ah, capisco, del resto la Ferrero SpA di Alba è interamente partecipata da Ferrero International SA con sede in Lussemburgo. Ma non le sembra immorale trasferire gli ingenti profitti della sua italianissima azienda in un Paese con il fisco leggero come il Lussemburgo, sottraendo quindi un cospicuo gettito al fisco italiano?”

E invece l’intervista prosegue così:

D.: L’imprenditore non va mai in vacanza, è così?

mettendo completamente a suo agio il buon Ferrero che può rispondere con amene banalità:

R.: Questo è un mito da sfatare. Io non credo che sia utile lavorare senza soluzione di continuità. Penso anzi che sia necessaria, ogni tanto, una sana cultura del distacco. Le pause servono a creare un po’ di lontananza critica. Prendendo le distanze da quel che si fa, si finisce per lavorare meglio.

Seguono una serie di domande molto tranquille (probabilmente concordate in anticipo) a beneficio degli addetti ai lavori, sulle recenti acquisizioni della Ferrero, sui progetti di crescita dell’azienda e sui motivi per i quali il gruppo non intende quotarsi in Borsa. E infine, arriva la domanda più attesa, verosimilmente anche questa concordata, anzi forse la vera ragione dell’intervista, perché la Ferrero ci tiene alla propria immagine e deve rispondere agli attacchi provenuti da più parti in questi mesi:

D.: […] Ségolène Royal ha invitato a non mangiare più la Nutella per combattere la deforestazione legata al consumo di olio di palma. Come risponde?

R.: Innanzitutto noi siamo tra le aziende che hanno fatto di più sulla tracciabilità dei prodotti e nel rapporto con le popolazioni delle località di produzione. Abbiamo un welfare che estendiamo il più possibile ai nostri collaboratori nei paesi di produzione delle materie prime.

Ora, anche ammesso che ciò sia vero (cosa su cui è lecito nutrire seri dubbi), cosa diamine c’entra il welfare e il rapporto con le popolazioni dei paesi produttori con la deforestazione? Ma è nella risposta alla successiva domanda che il Sig. Nutella dà il meglio di sé:

D.: Queste scelte eviteranno la deforestazione per utilizzare l’olio di palma negli alimenti?

R.: Con le conoscenze scientifiche di oggi possiamo limitare la deforestazione, non eliminarla. Il potere nutritivo dell’olio di palma è sette volte superiore a quello di altri oli e la popolazione mondiale sottonutrita è di 850 milioni di persone.

Stupefacente! In sole tre righe Giovanni Ferrero ci spiattella con incredibile nonchalance ed efficacia l’insostenibilità del business della sua azienda e più in generale dell’attuale sistema economico orientato alla crescita ad ogni costo. In definitiva, il suo messaggio è molto semplice: ci sono ancora milioni di bocche che non aspettano altro che consumare la mia ipercalorica nutella, e chissenefrega della deforestazione e dell’aumentato rischio cardiovascolare associato al consumo di olio di palma!

Naturalmente, l’intervistatore manca anche il secondo assist ed evita accuratamente di replicare come avrebbero fatto molti di noi: “Ma lei non crede che i consumatori ipernutriti dei paesi occidentali rinuncerebbero volentieri all’olio di palma per salvare le foreste tropicali, la cui superficie è già oggi dimezzata rispetto all’era preindustriale? E non le sembra meschino giustificare le sue scelte aziendali tirando in ballo chi ancora soffre la fame e non potrà mai permettersi di acquistare la sua Nutella con un reddito di pochi euro al giorno?”

Ma tant’è, non è il caso di indignarsi troppo, dopotutto il Sig. Ferrero è l’interprete di un capitalismo non rapace ma illuminato!