Adattarsi a un Clima Inadatto

Il testo che segue è la trascrizione (con alcuni ritocchi) della mia relazione introduttiva al Convegno organizzato dal Circolo Legambiente di Frosinone dal titolo “Adattarsi a un Clima Inadatto – Strategie locali di resilienza per fronteggiare la crisi climatica”, che si è tenuto a Frosinone il 17 ottobre 2019.

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Anzitutto, vorrei spiegare il perché questo convegno. Il clima è diventato mainstream, finalmente… Quando alcuni anni fa ho cominciato ad approfondire questa tematica, non avrei immaginato una così rapida crescita dell’interesse verso il cambiamento climatico. L’umanità ha di fronte a sé un rischio immenso, mai sperimentato prima. La grande accelerazione (nel consumo di risorse, nell’aumento della popolazione) ci sta portando a cozzare violentemente contro i limiti biofisici del pianeta. Due secoli di uso massiccio e sconsiderato delle fonti fossili hanno portato la CO2 atmosferica a livelli mai raggiunti da quando l’uomo è sulla Terra.

Gli sforzi di mitigazione (riduzione delle emissioni, decarbonizzazione dell’economia) richiedono interventi coordinati e concertati fra le grandi potenze del globo. E allora quando ci chiediamo “cosa possiamo fare noi?”, dobbiamo dirci che sì, la responsabilità etica individuale è importantissima, dare l’esempio è importante, mostrare che stili di vita più sobri e in armonia con la natura sono possibili è importante, ma al tempo stesso non possiamo nasconderci che il nostro contributo come comunità locale è una goccia nell’oceano.

E allora, dopo aver sgombrato il campo da ogni equivoco, gridando forte e chiaro che “adattarsi non vuol dire rassegnarsi”, vogliamo parlare di clima qui ed oggi, a Frosinone, ispirandoci al celebre slogan ambientalista “pensare globalmente, agire localmente”. Che vuol dire guardare al secondo dei pilastri su cui poggia la battaglia per arginare il global warming, quello che punta ad imparare a convivere con quello che ci attende. Siamo guidati in ciò da due consapevolezze: la prima è che molte delle proposte per l’adattamento che scaturiranno dalla discussione odierna avranno una funzione positiva anche in termini di mitigazione del cambiamento climatico, la seconda è che non c’è adattamento che tenga se si rinuncia alla battaglia sul contenimento delle emissioni climalteranti.

L’adattamento è fondamentale perché la scienza ci dice che anche se le emissioni cessassero di colpo il pianeta continuerebbe ancora a scaldarsi, almeno per alcuni decenni, fino forse a stabilizzarsi. E ciò sia a causa dell’inerzia dei sistemi climatici, sia perché i feedback positivi che autoamplificano il riscaldamento, come lo scioglimento del permafrost e l’aumento dell’effetto albedo dovuto allo scioglimento dei ghiacci artici, sono già oggi in azione.

Parlare di adattamento, dal punto di vista dell’atteggiamento mentale, vuol dire fare proprio il concetto che Jared Diamond, studioso e pensatore eclettico di fama internazionale, ha definito di “paranoia costruttiva”, facendone una vera e propria filosofia di vita. Cioè, cercare di visualizzare preventivamente le possibilità negative ed agire per prevenirne le conseguenze. La paranoia costruttiva è un po’ ciò che ha spinto il governo finlandese ad istituire un comitato che si incontra ogni mese per immaginare i rischi più seri che il Paese corre. Del resto il concetto è oggi in qualche misura alla base dei sistemi di qualità delle aziende, laddove si adottano i business continuity plan e i disaster recovery plan.

A questo punto dobbiamo chiederci: di quale adattamento stiamo parlando? E sì, perché nessuno ha la palla di vetro, e gli scenari futuri sono i più vari, compreso quello di un collasso dei sistemi socio-economici che ci sostengono dovuto ad un’accelerazione violenta della crisi ecologica e al caos climatico. Badate, parliamo di scenari di cui si comincia a parlare in ambienti scientifici accreditati, e non solo fra circoli di cupi amanti del catastrofismo. Di fronte a una tale agghiacciante prospettiva c’è chi inizia a studiare vere e proprie strategie di sopravvivenza individuale e a elaborare piani di deep adaptation. Ma voglio rassicurarvi, non è questo l’adattamento di cui parleremo oggi.

E allora, prima di venire alle proposte, guardiamo più da vicino cosa ci aspetta, ed esaminiamo quale sarà l’impatto del cambiamento climatico sulle nostre terre. Ebbene, ci sono ormai una serie di studi autorevoli che indicano che il bacino del Mediterraneo sarà una delle aree del pianeta più affette dal clima che cambia. L’aumento di T nella regione è già oggi di +1,5°C rispetto all’era preindustriale contro una media globale di +1°C. Si prevedono siccità più frequenti e intense, accompagnate da una riduzione delle precipitazioni fino al 30% in alcune aree. Gli episodi di piogge torrenziali e alluvioni saranno più comuni, così come i blocchi prolungati della circolazione atmosferica. Abbiamo già sperimentato come d’estate l’anticiclone delle Azzorre, mite e temperato, abbia lasciato il posto all’anticiclone africano e al suo caldo torrido e spesso estremo. Naturalmente tutto ciò non può non avere conseguenze sulla disponibilità di acqua dolce e di cibo. Le principali colture ne risentiranno a causa della ridotta fertilità dei suoli e delle ondate di calore, mentre anche le risorse ittiche saranno messe a rischio dal sovrasfruttamento e dalla perdita di biodiversità dovuta al riscaldamento del mare.

Venendo all’Italia, i mutamenti climatici sono già oggi un fenomeno di notevole impatto. Il 2018 è stato l’anno più caldo per il nostro Paese con un aumento delle T medie secondo il CNR di +1,58°C rispetto al periodo 1971-2000; tra i 30 anni più caldi registrati dal 1800 ad oggi, 25 sono successivi al 1990. Inoltre, gli studi raccontano di vaste aree del centro-sud a rischio desertificazione, ma agli studi si aggiunge l’evidenza, la percezione comune che mostra una crescente erosione del suolo, un abbassamento generalizzato delle falde acquifere e un aumento dell’intensità dei fenomeni meteo estremi come piogge intense, grandinate e trombe d’aria.

Di fronte a questo, e all’evidenza spiattellata dalla buona scienza secondo cui le cose non potranno che peggiorare, i Governi che si sono succeduti in Italia non sembrano essersi allarmati più di tanto, per usare un eufemismo. Dopo l’adozione della Strategia Nazionale di Adattamento ai cambiamenti climatici (2015), il Ministero dell’Ambiente ha elaborato un Piano nazionale di Adattamento che nel 2017 è stato sottoposto a consultazione pubblica. Da allora del piano sembrano essersi perse le tracce, nonostante l’ex Ministro Galletti ebbe a dire che si trattava di uno strumento strategico irrinunciabile per l’Italia. Per fortuna che abbiamo l’ISPRA che continua a monitorare la situazione e a svolgere il suo prezioso ruolo istituzionale. Ebbene proprio l’ISPRA ha fotografato recentemente l’attività delle regioni sul tema dell’adattamento. Da questo lavoro emerge un certo livello di consapevolezza del problema, con molte regioni che hanno predisposto o già adottato degli strumenti pianificatori. Purtroppo, in un tale quadro, va denunciato come la Regione Lazio brilli per la sua assenza. Non pervenuto. Non un documento, una legge, una delibera, uno studio conoscitivo, una linea guida, una buona pratica, niente. E questo nonostante proprio la Regione Lazio, attraverso il suo Dipartimento di epidemiologia del SSR, con un’indagine presentata lo scorso anno da Legambiente, abbia calcolato che tra il 2005 e il 2016 in 23 città italiane le ondate di calore hanno causato 23.880 morti. Solo a Roma sono state stimate in circa 7.000 le morti attribuite al caldo estremo dal 2000.

E allora, parlando di ondate di calore, dobbiamo ricordare che proprio Frosinone, per la sua conformazione geografica e il suo microclima, risulta essere una delle città italiane più a rischio. Quando in estate si leggono gli allerta meteo da bollino rosso diramati dalla Protezione Civile e pubblicati sui media, Frosinone è quasi sempre inclusa nei 10-15 capoluoghi di provincia più a rischio. Del resto, i dati raccolti dalla stazione meteo comunale parlano chiaro: la più elevata delle T massime da quando esistono dati è stata raggiunta nella nostra città nell’agosto 2017 con 41,1°C (42° nella parte bassa), ma anche quest’anno abbiamo registrato un agosto di fuoco con la colonnina di mercurio che praticamente tutti i giorni ha superato i 30°C. Non mi dilungo ora su questi dati perché dopo di me, prima delle relazioni di Gaudioso e Marazzi, ci sarà una breve presentazione che illustrerà le risultanze più significative che emergono dall’elaborazione dei dati meteoclimatici registrati a Frosinone e raccolti dal servizio Meteo della Protezione Civile comunale, per i quali ringrazio l’amico Maurizio Cruciani.

Abbiamo inquadrato la problematica, vorrei ora passare alle proposte, elencando una serie di spunti, di idee su come affrontare i problemi che abbiamo descritto, alcune di buon senso, valide un po’ per tutte le realtà locali, altre che inquadrano le criticità del territorio frusinate. Cominciamo con la siccità. Non è teoria: solo due estati fa, nel 2017, abbiamo vissuto una crisi idrica pesantissima, con mesi interi senza pioggia. Eppure sembra già dimenticato. La ragione è che si tratta di una minaccia silenziosa, infida, non eclatante come un nubifragio che fa molti danni in poche ore. La siccità può fare, e di solito fa, molti più danni in un arco di tempo più lungo. Colpisce in maniera spesso irreversibile i suoli e la vegetazione, facilita gli incendi, lesiona le fondamenta degli edifici, provoca subsidenza, porta i contadini alla bancarotta, aumenta l’erosione ed il rischio di alluvione; per citare solo alcuni degli effetti. Purtroppo però nessuno, a parte forse le organizzazioni degli agricoltori, sembra interessarsene. Alla gente comune, dopotutto, e in special modo alla gente che vive nelle città, finché vede uscire l’acqua dal rubinetto sembra che tutto vada bene. Anche se non piove da mesi, se c’è una domenica di sole siamo tutti contenti. Il bello è che se poi l’acqua non esce più dal rubinetto, e di tanto in tanto succede anche da noi, la colpa non è delle sorgenti che si prosciugano o delle falde freatiche che si abbassano, ma sempre di qualcuno o di qualcosa più facilmente individuabile. Di solito la colpa va al gestore del servizio, nel nostro caso Acea, che beninteso di colpe ha tante, ma non è certo responsabile del cambiamento climatico.

Il problema, anzi lo scandalo di Acea ATO 5 è un altro, è la dispersione idrica, che nella nostra provincia raggiunge vette ineguagliate facendo lievitare a dismisura le bollette. Con il 75% di dispersione la nostra provincia si colloca infatti al primo posto in questa classifica. Questa situazione è inaccettabile, vogliamo dirlo con forza, come è inaccettabile l’arroganza di Acea che su questo problema tace, e invece di mettere mano al portafogli investendo su una rete ridotta a un colabrodo punta il dito sugli allacci abusivi senza peraltro avere dati a suffragio. Come circolo non solo siamo vicini ai comitati per l’acqua pubblica ma crediamo che la vertenza Acea, che si trascina da anni nel nostro territorio e che ha visto una mobilitazione inedita di cittadini e amministratori locali contro un gestore avido e inadempiente su mille fronti, debba fare un salto di qualità. Sappiamo che la rescissione votata nel 2016 dall’assemblea dei soci è sub judice ma crediamo che gli investimenti sulla rete siano imprescindibili e inderogabili.

Ciò detto, affrontare il rischio siccità vuol dire anche agire sull’efficienza dell’uso della risorsa acqua, in agricoltura (p.es. dotandosi di sistemi irrigui a goccia, o favorendo l’abbandono di colture idroesigenti a vantaggio di quelle seccagne) così come nell’industria. Si potrebbe ad esempio potenziare il sistema depurativo delle acque reflue favorendo il riutilizzo delle acque depurate per alcuni processi industriali. In tema di opere pubbliche, si dovrebbe dire addio alla deleteria pratica dei drenaggi dei corsi d’acqua per rallentare laddove possibile il deflusso delle piogge se e quando ci sono, in modo da favorirne l’assorbimento nei suoli e da ricaricare le falde sotterranee. Ma una politica ambiziosa che punti a salvaguardare la risorsa idrica dovrebbe anche porre un freno agli usi superflui dell’acqua nei periodi più siccitosi (piscine, autolavaggi), limitare rigidamente la trivellazione di nuovi pozzi e, perché no, fare campagne per contenere il consumo di carne (ricordo che gli allevamenti intensivi comportano ingenti consumi di acqua).

Passiamo alle ondate di calore. Qui abbiamo un problema sanitario. Sappiamo che ci sono fasce di popolazione a rischio da tutelare, ma sappiamo anche che lavorare all’aperto quando ci sono 40° all’ombra è un suicidio. Ci vorrebbe il coraggio di imporre per legge la sospensione dei cantieri edili e stradali in situazioni di caldo estremo. Ma l’intervento più importante in assoluto è mettere le città e, parzialmente, le campagne all’ombra. Gli alberi sono la più potente arma di cui disponiamo per combattere il caldo. Tutti i comuni dovrebbero essere parossisticamente impegnati a piantarne in ogni angolino possibile, perfino eliminando dei parcheggi per fare posto agli alberi. Cioè, ancora una volta, dovrebbero fare esattamente il contrario di quello che stanno facendo. Anche nel centro urbano, anche nelle aree private, dovremmo incentivare i proprietari a trasformare i prati in piccoli boschi, per ridurre l’effetto “isola di calore” tipico dei centri urbani. Penso ad esempio all’area confinante con la scuola elementare De Mattheis a ridosso di via Aldo Moro.

Quanto al rischio alluvioni, è chiaro che a Frosinone abbiamo se possibile un problema in più (fra gli effetti del riscaldamento globale, ce n’è solo uno che per fortuna non ci riguarda direttamente, ed è l’aumento del livello dei mari). Sappiamo quanto sia grave il rischio idrogeologico in questa città, in cui c’è una parte collinare che lentamente frana a valle. Abbiamo toccato con mano quanto sia vulnerabile il nostro territorio, asfaltato e cementificato oltre ogni limite e oltre ogni decenza. Fra interventi di Regione e Comune, sono state spese cospicue risorse pubbliche per rimediare al cedimento del viadotto Biondi. Ancora una volta, prevenire è meglio che curare: c’è bisogno di un più attento monitoraggio del territorio per individuare e mettere in sicurezza le aree di maggior rischio.

Insomma, le minacce di un clima che cambia, di un clima – come detto nel titolo di questo convegno – inadatto, arrivano da più fronti. Il filo conduttore delle iniziative che dovremmo come collettività mettere in campo per limitare i danni è racchiuso nella parola resilienza. La nuova sfida che deve impegnare tutti coloro che hanno a cuore il futuro di questi territori martoriati dall’inquinamento è quella di fare rete per costruire comunità partecipate, solidali, in cui ci sia consapevolezza diffusa che se cambia il clima, se continuiamo ad erodere i servizi ecosistemici, a perdere biodiversità, ma anche se ci incaponiamo in questa folle corsa verso una crescita economica che a noi ha dato solo schiuma nei fiumi, morie di pesci, aria irrespirabile, polveri sottili, rifiuti da smaltire, nulla sarà più come prima, nulla, e nemmeno l’acqua e il cibo saranno più qualcosa di scontato.

Imparare ad essere resilienti diventa quindi un imperativo prioritario, ma anche qui, dobbiamo saper coniugare la consapevolezza dei problemi globali con la conoscenza dei territori e l’azione locale. Voglio dire che gli shock esterni che possono mettere a repentaglio la vivibilità di queste terre sono anche altri. Oltre al cambiamento climatico, dovremmo ad esempio saper affrontare una crisi energetica, e qui l’unica soluzione è l’autoproduzione e lo scambio di energie rinnovabili, sono le comunità energetiche, oltre naturalmente al contenimento dei consumi elettrici (penso alle estati torride che ci aspettano: quanto sarebbe meglio ombreggiare anziché accendere i condizionatori?) e alla limitazione dei riscaldamenti nelle abitazioni, negli uffici e nelle scuole. E ancora, è importante incoraggiare e diffondere il consumo di alimenti prodotti localmente, facendo conoscere e crescere i gruppi d’acquisto che già esistono nella nostra provincia. Di più, dovremmo invogliare la gente a scambiare piuttosto che a comprare: scambiare e mettere in comune merce, ma anche servizi, luoghi, abilità, tempo. Abbiamo molto da imparare su questo dalle esperienze pionieristiche che si sono diffuse in molti luoghi in Italia come in Europa sulle città in transizione (intesa come transizione ecologica). Ecco, anche questo è resilienza, anche questo è immaginare una città e un territorio vivibili e autenticamente sostenibili.

(NB: le due frasi in corsivo sono tratte dal post “Al volo sul clima” di Jacopo Simonetta, che ringrazio)

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