Sole sul tetto dei palazzi in costruzione

Cari appartamenti dei palazzi in costruzione,

Vi vedo, grezzi e acerbi, adornati di badili, secchi e cazzuole, con i vuoti a perdere delle Peroni ammucchiati in un angolo; posso annusare i vostri effluvi di intonaco fresco e resine poliuretaniche.

Orgoglio di carpentiere, parto plurigemellare di studio di architettura, non-luoghi open space ante litteram, metri cubi sottratti all’avifauna, tristi celle di alveare vuoto e grigio.

Non vi ho mai amato, devo ammetterlo, ma oggi, nonostante l’età mi renda incline alla benevolenza, non riuscite proprio a suscitare in me alcuna pietà. Lo so, vi fregerete della classe energetica “A”, sarete certificati come avveniristici templi antisismici indifferenti alle furie della scala Richter, forse vi doteranno persino di qualche simbolico pannello solare sulla copertura (poco importa che contribuiranno solo in piccola parte al fabbisogno energetico delle vostre colonie umane, del resto ciò che conta oggigiorno è solo apparire green), ma tutto questo non basta a mutare i biechi sentimenti che provo per voi.

Il fatto è che voi siete, in questi tempi untuosi che scivolano verso l’indicibile e l’impensabile, in questi luoghi crepuscolari che trasudano apatia e rassegnazione, in cui chi non emigra a nord suda per preservare il patrimonio edilizio degli anni del boom, la quintessenza dell’anacronismo, la cieca prosecuzione inerziale dell’Era del Calcestruzzo Grigio, la rappresentazione ostentata del business as usual. Siete, in qualche modo, il passato da seppellire che non ci sta e ce lo spiattella con arroganza, violentando i nostri occhi mentre si levano speranzosi al cielo, siete la plastica narrazione dell’eterno gattopardismo italico.

E allora, lasciate che esterni liberamente i miei auspici su di voi:

possiate rimanere invenduti e ammuffiti in eterno, oppure (a voi la scelta) essere occupati abusivamente da moltitudini di migranti senzatetto;

possano le ringhiere dei vostri balconi e le vostre facciate in cortina essere avviluppate da meravigliose piante rampicanti fino a stritolarvi;

possa l’anidride carbonica emessa durante la produzione del cemento che vi sostiene concentrarsi inopinatamente nelle vostre stanze rendendole irrespirabili;

possa il titolare dell’impresa edile che vi ha costruito essere costretto dai suoi stessi manovali in nero a elargire tutti i suoi averi a Extinction Rebellion e a riconvertire la sua attività in azienda vivaistica no profit;

possa l’ex proprietario dei terreni su cui sorgete rimpiangere un giorno il dolce sapore delle rape che avrebbe potuto coltivare se non avesse deciso di vendere;

possa il Comune che ha incassato gli oneri concessori redimersi ed espropriare le strade di accesso e i parcheggi sotto di voi, piantumandovi impenetrabili foreste pluviali;

possano le radici degli alberi tagliati durante gli scavi di cantiere ricacciare e nuovi tronchi frondosi risalire prepotenti dalle trombe delle scale;

possa il calore estremo delle estati arroventate dal riscaldamento globale scoraggiare i vostri ultimi potenziali acquirenti che, stremati dall’arsura di città rese agonizzanti dall’asfalto fondente, finiranno col preferire uno squallido tugurio di una meno torrida campagna;

possano le piogge torrenziali aizzate da un clima impazzito, non più drenate da soffice suolo, far marcire i vostri scantinati e i box auto e tramutarli d’incanto, a rivisitazione di antiche fiabe, in insolito usbergo di anfibi prossimi all’estinzione;

possiate infine, approssimandosi la fine del mondo che avrete contribuito ad avvicinare, sgretolarvi e collassare l’uno sull’altro con tutte le vostre suppellettili, ad imperitura memoria della vacua vanità che vi ha forgiato.

Con i migliori auguri di un futuro radioso.

2 pensieri su “Sole sul tetto dei palazzi in costruzione

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