Apologia del cambiamento climETICO

Questo post anticipa alcuni dei temi (nel titolo e in grassetto nel testo) trattati nel mio romanzo I Gemelli del Cosmo (AltroMondo Editore, 2019).

Si è soliti dire che la vita umana non ha prezzo. Se ciò è vero, e lo è, come può essere quantificata la perdita risultante dall’estinzione del genere umano? Non mi riferisco al valore monetario (non avrebbe senso) ma a quello astratto, immateriale, al valore misurabile, se possibile, con i canoni della filosofia o della spiritualità.

Ci ho riflettuto a lungo. Secondo i seguaci della deep ecology la scomparsa di una specie vivente, qualunque essa sia, non è un evento così eccezionale, anzi è la norma nella storia evolutiva della Terra. L’annientamento dell’Uomo ristabilirebbe alla lunga nuovi equilibri sul pianeta, come è sempre accaduto. Eppure, di fronte alla prospettiva di veder scorrere i titoli di coda della meravigliosa avventura di questo straordinario bipede pensante che è Homo sapiens, anche il più veemente avversario dell’antropocentrismo non può non avvertire un’angoscia infinita.

Infinito. Ecco, è l’aggettivo giusto. Fa girare la testa, ma è il solo che dà l’idea dell’immensità della cosa. Se la vita del singolo individuo non ha prezzo, il valore della sopravvivenza della sua specie, per noi che vi apparteniamo, diventa incommensurabile.

Il senso di questa elucubrazione è presto detto. La novità dell’epoca che stiamo vivendo, l’Antropocene, è che l’evenienza dell’estinzione del genere umano non solo rientra nel novero dei possibili scenari di un futuro neanche troppo lontano, ma è qualcosa che potrà essere determinato dalle nostre stesse scelte, dal nostro stesso modo di stare al mondo. Si tratta con ogni evidenza di un’eventualità assolutamente inedita nella lunga storia della Terra. La biologia ci insegna che le cause delle estinzioni vanno ricercate negli svantaggi competitivi nei confronti di altre specie, nella limitata resilienza di fronte ai mutamenti ambientali, nell’inconsapevole distruzione di habitat essenziali alla sopravvivenza, o in eventi imprevedibili e incontrollabili come l’impatto dell’asteroide che sterminò i grandi rettili. Ora, invece, per la prima volta si affaccia all’orizzonte la concreta possibilità dell’autoannichilimento volontario e consapevole di una specie intelligente, dettato non dal fato cinico e baro ma, in ultima analisi, da come ognuno di noi decide liberamente di rapportarsi con i fragili equilibri ecologici che ci sostengono.

È qui che rientra in gioco l’infinito, non più come aggettivo ma come concetto matematico, rappresentato in modo così suggestivo dal suo simbolo a forma di otto coricato, dormiente, entità finita dilatata a dismisura dal sogno fino allo svanire di ogni limite.

Se dunque la misura rappresentata dall’estinzione della specie umana è uguale a infinito, e se un tale nefasto, raccapricciante esito sarà la risultante delle opere e omissioni di ciascuno, è una semplice formula matematica, che chiameremo Equazione della responsabilità individuale, ad esprimere in prima approssimazione qual è il contributo di cui ogni singolo individuo appartenente alla specie umana si renderà responsabile:

formula0

Suona paradossale, sicuramente ingiusto per vaste moltitudini di innocenti, ma non è altro che l’asettico risultato fornitoci dalla più cristallina delle discipline scientifiche: per quanto contenuta possa essere, la responsabilità che pesa su ciascuno di noi per il danno cagionato alla nostra stessa specie dai comportamenti individuali è infinita. Non piccola, e men che meno trascurabile, bensì senza limiti, infinita, appunto. Volendo ricorrere al linguaggio desueto della catechesi cattolica, potremmo dire che ognuno dei 7,7 miliardi degli abitanti della Terra ha su di sé un fardello che assomma il peccato originale e il più grave dei peccati mortali.

Il corollario di un tale ragionamento è a dir poco sorprendente, poiché sconvolge il buonsenso e ribalta d’un colpo l’assunto su cui si basa la tragedia dei beni comuni, secondo cui man mano che la platea di coloro che attentano agli equilibri dell’ecosfera si amplia, il peso specifico e quindi la colpa di ognuno diminuisce fino a diventare irrilevante. È dunque proprio la logica perversa che ci ha fatto giungere a un passo dal punto di non ritorno del degrado ecologico ad essere sfidata a muso duro dall’equivalenza matematica appena mostrata. Ciò che fa la differenza, evidentemente, è proprio quell’otto coricato che spicca nella formula, misura immisurabile della più definitiva e inaccettabile delle tragedie potenziali che ci si parano dinanzi.

Prima di portare la tesi appena enunciata alle sue estreme conseguenze, è necessario rispondere a due obiezioni di ordine metodologico di non poco conto. In primo luogo, chiunque converrà che non è accettabile delineare una responsabilità indifferenziata: in un mondo dove le disuguaglianze aumentano anziché diminuire, la colpa di ognuno non può che essere commisurata al suo stile di vita, alla ricchezza materiale, al potere di cui dispone e all’impatto che esercita sulla biosfera. Per tenere conto di ciò, la precedente formula dovrebbe pertanto essere così modificata:

formula2

dove K è un coefficiente che indica, appunto, l’impronta ecologica individuale. Qui, però, subentra la seconda obiezione: se la responsabilità di ciascuno è infinita purché la sua impronta ecologica sia diversa da zero (cosa che potrebbe attuarsi solo con un gesto estremo), a cosa servirebbe impegnarsi per ridurla? La risposta, evidentemente, non può che risiedere nell’entità del danno cumulativo esercitato dalla specie umana nel suo insieme: infatti, se la somma dei coefficienti K di tutti gli abitanti del pianeta si riducesse a tal punto che i limiti biofisici che permettono il mantenimento dello stato stazionario non venissero oltrepassati, la prospettiva di un’estinzione si allontanerebbe e l’equivalenza così formulata non si applicherebbe.

Con questo correttivo e con le condizioni al contorno appena enunciate, l’Equazione della responsabilità individuale mantiene, credo, una sua logica. Il passo successivo, allora, è far sì che essa dispieghi tutto il suo potenziale dirompente. Ma per farlo, il rigore matematico deve necessariamente lasciare il posto all’etica. L’idea di essere corresponsabili di un esito così definitivo comporta un peso insopportabile sulle nostre anime: per non finirne schiacciati, l’impegno individuale verso un’autentica sostenibilità del proprio vivere dovrebbe diventare un imperativo prioritario, oserei dire totalizzante, al pari di quello che per i cristiani è l’amore incondizionato verso il prossimo. Ciò di cui abbiamo bisogno, in definitiva, è una radicale ridefinizione delle nostre scale di valori, nella consapevolezza che nessuno degli ideali etici universali che illuminano la storia sin dalla Rivoluzione Francese – giustizia, fratellanza, libertà, solidarietà – potrà mai realizzarsi se il cammino della civilizzazione umana sarà tragicamente interrotto dalla folle corsa collettiva verso il baratro.

Come i primi cristiani, e tanti altri dopo di loro, dovremmo abbandonarci ad una vera e propria conversione e diventare uomini nuovi e donne nuove, guidati in ogni azione quotidiana dalla stella polare della sobrietà, sollevati nello spirito nel decidere liberamente di camminare sul pianeta con passo leggero, prendendo atto con cosmica empatia di essere solo di passaggio su questo meraviglioso pianeta vivente.

4 pensieri su “Apologia del cambiamento climETICO

  1. Dev’essere che tutti quanti noi
    anche i più semplici esistenti
    giù giù a scendere fino agli elementi
    non siamo realmente scomponibili
    come non lo sono
    il due il tre il cinque il sette
    l’undici il tredici e ancora il diciassette
    ed i seguenti elusivi e illimitati
    sembra che combinando parti
    si possa trarne copie perfette replicabili
    atte a sfidare la forza ineluttabile
    che petali appassisce
    granitiche cime sgretola
    metalli tenaci arrugginisce
    vapore nell’immensità disperde
    ma che si possa rifare identico
    anche un solo punto
    del densissimo creato
    è illusione umana persistente
    seppure degna di sovrumana compassione
    ogni cosa è irripetibile
    unica misteriosamente come
    quando lo zero e l’uno improvvisamente
    si specchiarono l’un l’altro
    e videro d’essere già due
    guardandosi e guardandosi
    s’accorsero di non poter fermarsi
    così permisero che l’infinito fosse.

    Un saluto, Marco Sclarandis

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