Greta mani di forbice

Cominciamo con due domandine facili facili. La prima: è più semplice chiudere mille rubinetti o uno solo? La seconda: vi viene chiesto di risolvere rapidamente un problema importante, e avete due opzioni, convincere con le buone qualche miliardo di individui riottosi o obbligarne poche migliaia usando la forza della legge, quale scegliereste? A corollario di queste domande ve ne propongo provocatoriamente un’altra, pregandovi di completare la lettura del post prima di raccomandare un trattamento sanitario obbligatorio per il suo autore: preferite le soluzioni semplici o quelle stramaledettamente complicate?

Ebbene, per quanto assurdo possa sembrare, troppe volte la normalità oggi consiste nell’imboccare strade tortuose irte di ostacoli occultando, per convenienza o viltà, le risposte che vanno al cuore della questione. Per paradosso, potremmo spingerci ad affermare che ricorrere alla complessità è più semplice! In effetti, l’alibi ideale per sfuggire a scelte coraggiose e dirompenti è spesso proprio quello di farsi scudo della complessità dei problemi.

Lo so, questo argomentare un po’ fumoso vi lascia perplessi, e vi state chiedendo dove voglio andare a parare.

Vado al dunque: parliamo di clima. In estrema sintesi, la questione sul tappeto è la seguente: ci sono nel mondo da una parte poche decine di giganti dell’industria petrolifera, del gas e del carbone che estraggono, raffinano e vendono combustibili fossili, e dall’altra diversi miliardi di persone che bruciano questi prodotti, emettendo CO2 che va ad accumularsi in atmosfera finendo col riscaldare pericolosamente il pianeta. Con riluttanza, messa con le spalle al muro dalla scienza, la comunità internazionale è costretta ad affrontare il problema, e cosa fa? Anziché obbligare i produttori delle fossili ad estrarre e mettere sul mercato quantità progressivamente decrescenti dei loro prodotti, o tassare le materie prime alla fonte, va ad impelagarsi in un improbo programma di monitoraggio e limitazione delle emissioni generate dalle moltitudini di utilizzatori sparsi per il mondo. Che poi saremmo tutti noi, i quali naturalmente, di fronte alla richiesta di ridurre la nostra impronta di carbonio, siamo portati ad avanzare mille scuse, obiezioni più o meno sensate, eccezioni più o meno fondate, che possono infine riassumersi nella domanda: perché proprio io e non qualcun altro? Ecco, dopo le rivolte dei gilet gialli in Francia e le proteste di casa nostra per la timida ecotassa sulle auto più inquinanti, chi non vedrebbe che vincere queste resistenze è una missione impossibile?

Eppure è proprio questa la strada che si ostinano a percorrere le migliaia di delegati che da 24 anni affollano le conferenze dell’ONU, le fatidiche COP, l’ultima delle quali tenutasi in dicembre a Katowice, in Polonia. Come è noto, dopo due settimane di defatiganti negoziati la COP24 ha approvato il regolamento attuativo dell’Accordo di Parigi (maggiori info qui). Poiché il focus è tutto sulla riduzione delle emissioni, si è reso necessario stabilire le regole per stilare gli inventari nazionali dei rilasci di gas serra e quelle per la loro contabilizzazione, così da poter rendicontare in modo accurato i progressi compiuti da ogni Paese. Possono sembrare dei tecnicismi, ma non lo sono affatto, perché è solo a partire da regole trasparenti e condivise che si potrà misurare il grado di implementazione dell’accordo lungo un arco temporale di molti anni. Fare chiarezza sulle regole, del resto, è fondamentale per creare un clima di fiducia reciproca fra le nazioni, indispensabile in un assetto in cui l’ONU non ha effettivi poteri, ma si limita a fornire generici auspici alle parti in causa. Il fatto è che anche un bambino capirebbe che redigere un computo attendibile e verificabile delle emissioni di gas serra di una nazione è un esercizio maledettamente complicato, sia per la molteplicità delle sorgenti coinvolte che per l’intrinseca inaffidabilità di dati autocertificati dagli stessi paesi emettitori.

È difficile oggi dire se il pacchetto di misure adottate a Katowice costituisca una solida cornice di regole tecniche condivise, e se queste saranno in grado di produrre progressi tangibili già a partire dalla COP25 che si terrà in Cile nel novembre di quest’anno. La mia sensazione è che, di COP in COP, ci si stia avvitando in un intricato labirinto senza vie d’uscita che rischia di portare a ben magri risultati. Anche perché è pressoché certo che da qui alla prossima kermesse dell’ONU il divario fra la farraginosità dei meccanismi messi in piedi dall’Accordo di Parigi e il dramma di una crisi climatica galoppante non farà che accentuarsi.

È inutile girarci intorno: la posta in gioco è troppo alta e il tempo rimasto è troppo poco per poterci affidare unicamente a soluzioni basate sulle promesse da marinaio di una classe politica che non sarà mai chiamata a rispondere di averle disattese. Chi ci governa sa bene che gli elettori hanno la memoria corta, e dunque è troppo allettante proclamare solennemente oggi, supponiamo, di voler ridurre le emissioni del 50% al 2030. In uno schema in cui ognuno di noi è chiamato ad inquinare sempre un po’ meno, se il target non sarà raggiunto sarà praticamente impossibile risalire ai colpevoli. È una vecchia storia: tutti responsabili, nessun responsabile.

Ora, anche il politico più incapace sa bene che ci sono due leve per limitare la disponibilità di un prodotto considerato nocivo: agire sulla domanda o sull’offerta. A seconda dei casi, sarà più saggio usarne una o l’altra, o più spesso una combinazione di entrambe. Nel caso di petrolio, carbone e gas, perché mai ci si è fossilizzati (è proprio il caso di dire) nell’agire solo sulla domanda, sperando in una più o meno spontanea riconversione virtuosa dell’economia mondiale verso le fonti rinnovabili?

Non sembri una boutade estemporanea la mia, né un ingenuo quanto improbabile coniglio dal cilindro: la questione è stata posta in altre ben più autorevoli sedi, ma fatica ad imporsi nel dibattito sulle politiche climatiche. Lo scorso anno due economisti, Fergus Green della London School of Economics e Richard Denniss dell’Australia Institute, hanno pubblicato uno studio in cui vengono valutati i diversi strumenti a disposizione per la mitigazione dei cambiamenti climatici. In particolare, è stata messa a confronto l’efficacia delle politiche indirizzate a limitare l’offerta dei combustibili fossili con quelle oggi di gran lunga prevalenti focalizzate sul controllo della domanda, e quindi delle emissioni di gas serra. Per schematizzare, gli autori hanno creato una griglia con quattro quadranti, come segue.

4-quadrants-okLo studio evidenzia come quasi tutta la discussione sulle politiche climatiche si concentri sulle misure rappresentate nei quadranti da 2 a 4, mentre quelle del primo quadrante (in grigio) sono invariabilmente ignorate. Persino la più blanda di esse, l’azzeramento dei sussidi ai combustibili fossili, appare oggi un tabù. Concettualmente, ciò è privo di senso: in casi come questo, è probabile che un appropriato mix delle diverse strategie possa portare a risultati tangibili in tempi più rapidi. Agire simultaneamente e sinergicamente sul lato della domanda e su quello dell’offerta aggiungerebbe all’azione l’incisività che oggi manca, un po’ come tagliare usando entrambe le lame di una forbice anziché una sola. Sono sempre di più coloro che ritengono che solo così si può produrre quel cambio di passo che viene richiesto a gran voce dalla comunità scientifica per evitare la catastrofe climatica. Insomma, non possiamo in alcun modo permetterci di sorvolare o peggio di irridere il più urlato e appassionato degli appelli per la salvaguardia del clima, quello che propone la risposta più diretta, l’unica che mira alla radice del problema: keep it in the ground, lasciamoli sottoterra!

Se si interrogano gli addetti ai lavori sul perché di un approccio così parziale alla risoluzione della crisi climatica come quello basato sul solo contenimento della domanda di combustibili fossili, si riceve di solito la risposta che l’idea di contingentare l’estrazione alla fonte fino a chiudere del tutto i rubinetti dei giacimenti di idrocarburi sia politicamente impraticabile. Dietro questa motivazione c’è la consapevolezza dell’enorme potere finanziario di Big Oil e delle connivenze fra l’industria petrolifera e i governi di mezzo mondo (Trump docet), oppure la malcelata convinzione che la nostra dipendenza dalle energie fossili è tale che una loro rigida anche se progressiva limitazione condurrebbe al collasso immediato dell’economia globale. Come che sia, questa è la posizione di chi non ha il coraggio di mettere in discussione il business as usual, e non sa o non vuole immaginare risposte più radicali, le sole adeguate ad affrontare una minaccia così letale. Perché la praticabilità di una politica ambiziosa deve nascere dalla forza delle motivazioni, dall’energia invincibile che muove i cambiamenti epocali, non dall’ignavo appiattimento sulle condizioni date qui e oggi.

Per dirla con le parole rivolte dalla giovanissima attivista svedese Greta Thunberg ai negoziatori e ai leader mondiali presenti a Katowice: “finché non inizierete a concentrarvi su ciò che deve essere fatto piuttosto che su ciò che è politicamente possibile, non c’è speranza. Non possiamo risolvere una crisi senza trattarla come una crisi. Dobbiamo mantenere i combustibili fossili nel sottosuolo e dobbiamo concentrarci sull’equità. E se le soluzioni all’interno del sistema sono così impossibili da trovare, forse dovremmo cambiare il sistema stesso”.

Brava Greta, sei andata dritta al punto: se tagliare la domanda non è sufficiente, dobbiamo anche tagliare l’offerta dei prodotti che finiranno con l’annichilire il genere umano. Una lama da una parte, una dall’altra. Come le forbici. Semplice, no?

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7 pensieri su “Greta mani di forbice

  1. Greta appartiene a quella parte d’umanità che vuole vivere.
    Il resto semplicemente non vuole morire.
    Pur sapendo di poter solo rimandare di poco la sepoltura.
    Insieme alle cose ormai morenti che stanno impedendo la nascita della vita nuova.
    Esistenze che preferiscono fare della crisalide la propria tomba.
    E pur bramando il volo della farfalla, lo rifiutano.

    Marco.

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  2. Un paio di anni fa ci fu un referendum in cui si chiedeva se bloccare alcune attività estrattive in Italia. Tutto il dibattito si è basato su argomenti tipo inquinamento legato all’estrazione, impatti ambientali di vario tipo, e dall’altro lato sull’assurdità di lasciare sottoterra dei combustibili fossili di cui abbiamo assoluta necessità.

    NESSUNO (a parte qualche isolatissimo pazzo come il sottoscritto) tirò fuori l’argomento che occorre lasciare i fossili sottoterra, se vogliamo rispettare gli obiettivi dei vari COP.

    Mi sembra una strada in salita. Un po’ come quando qualche retata toglie dal mercato una buona fetta del rifornimento di eroina, il mondo dei tossici impazzisce.

    Piace a 1 persona

  3. Ringrazio Roberto per lispirazione.

    Amico tu ed io condividiamo
    rabbia simile cresciuta
    in orti identici e adiacenti
    illusi che divenga nutrimento
    per chi brama rimedi a errori e guasti
    e di questi esemplari esponenti siamo
    sappiamo fortunatamente
    d’essere pressochè impotenti
    il nostro furioso lavorìo di zappa
    ci sfianca per scarso beneficio
    ho posato l’attrezzo ed ascoltato
    nello strano silenzio
    non meno faticoso
    il fruscio di una chiocciola strusciante
    sulle verdure infestanti e coltivate
    il grattare della sua radula
    sul bordo della lattuga umida
    guardo senza alcun timore
    all’abisso che ci divide e sporto
    sul fragile ponte che ci unisce
    il piacere di mangiarci una foglia d’insalata
    ira disumana si converte
    suo morso dopo morso
    mio sguardo dopo sguardo
    in desiderio sorretto dalla forza
    nel mio palmo utili sementi
    non li getterò invano al vento.

    (Sempre che la poesia serva ancora a qualcosa)

    Marco Sclarandis

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  4. Bellisimo post, d’accordo su tutto, sopratutto con la necessità di colpire la domanda con una bella e semplice tassa.

    Una frase mi ha colpito su tutte:
    “In effetti, l’alibi ideale per sfuggire a scelte coraggiose e dirompenti è spesso proprio quello di farsi scudo della complessità dei problemi.”
    Vero in generale, non limitato al problema in oggetto.

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