Il collasso secondo Stefano

Da “Il piede e l’orma” eBook n. 10 ‘nati dalla terra e dall’acqua’, Pellegrini Editore, gennaio-giugno 2018. Per gentile concessione dell’Editore e dell’amico Alfonso Cardamone.

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A forza di aspettarne l’arrivo, il collasso, alla fine, arrivò.

Averlo pensato, preconizzato, abbozzato, anticipato per tanti anni non servì a niente. Perché il collasso, quando arriva, passa sopra a tutto e a tutti, e tu non puoi scansarti, non puoi osservarlo da uno schermo come un drone mentre filma uno tsunami. Perché il collasso è un pugno nello stomaco, ti leva i sensi e ti obbliga a vivere il qui e l’oggi. Quando arriva, il collasso ti fa improvvisamente smettere di scrutare il futuro, perché il collasso è il futuro.

Già, il futuro… Quando era ossessionato dal futuro, Stefano pensava al collasso come a una ineludibile resa dei conti, una sorta di giorno del giudizio a cui lui si sarebbe presentato a testa alta potendo finalmente recitare a tutti le litanie del ‘ve l’avevo detto’, ‘prima o poi doveva succedere’, ‘visto che avevo ragione?’ senza più essere tacciato di catastrofismo. Provava un sottile piacere sadico nell’immaginare la gente disperata alle prese con l’inatteso collasso mentre lui, avendolo studiato così a fondo, ci si era preparato a puntino.

O almeno così credeva. Da parola d’ordine qual’era in principio, ‘resilienza’ si era trasformata nella sua parola magica: bastava pronunciarla per sentire il petto gonfiarsi dall’orgoglio di aver capito prima e meglio degli altri come cavarsela quando il collasso sarebbe arrivato.

Si sentiva un alieno, Stefano, quando il collasso ancora si limitava ad ingombrare la sua mente: camminava per strada, si imbatteva nei passanti ignari del collasso affaccendati nelle mille frivolezze della vita, e si percepiva diverso, lontano anni luce dal pensiero mainstream, dalle aspirazioni, dai desideri mainstream. Che poi, non è che proprio tutti fossero mainstream, ma a Stefano non bastava non essere catalogato nella schiera dei mainstream, lui si sentiva una minoranza fra le minoranze, appartenente a un partito di cui lui era l’unico appartenente.

C’era un che di snob, di elitario in quell’atteggiamento: in fondo Stefano lo sapeva, ma non poteva farci niente. Il collasso che intravedeva all’orizzonte era per lui come il diluvio universale da cui sarebbe uscito mondato, novello Noè senza macchia e senza paura. Oddio, no, andiamoci piano, Stefano dopotutto non era così presuntuoso da vedersi nei panni di Noè, del resto oltre al carisma gli mancava anche il physique du rôle. Il richiamo ad una doverosa umiltà lo costrinse ad ammettere che a lui sarebbe bastato uno strapuntino sull’arca, o anche solo un posto in piedi. Anzi, sotto sotto la cosa a cui teneva di più non era forse nemmeno salvarsi dal diluvio quanto che a salvarsi non fossero quelli che avevano sempre fatto spallucce quando lui li ammoniva sul collasso incombente. Questo proprio non l’avrebbe mandato giù. Che potesse morire Sansone con tutti i filistei ci poteva anche stare, dopotutto un collasso che si rispetti non guarda in faccia a nessuno, ma i filistei, proprio loro, non avevano alcun diritto di farla franca dopo aver sbeffeggiato e deriso chi il collasso l’aveva visto ben prima che arrivasse.

Per tutto il tempo in cui stette ad aspettare il collasso, la vita di Stefano dovette sdoppiarsi. Era inevitabile: in effetti, non c’era verso di convivere con l’idea di collasso stampata nella mente quando un lavoro lo chiamava alle sue responsabilità e si imponeva cinque giorni su sette alla sua attenzione. Perché il lavoro di Stefano, come pressoché tutti i lavori, avvicinava il collasso ma al tempo stesso era privo di senso se svolto con la prospettiva del collasso. E allora, era indispensabile per Stefano volgere le spalle al collasso durante le ore di lavoro e dimenticare il lavoro mentre elucubrava sul collasso. Il che, a ben vedere, era la dimostrazione più lampante che il collasso si stava avvicinando a grandi passi.

Insomma, mettersi di traverso al collasso, ostacolarlo o fare ostruzionismo sembrava impossibile. Perciò, tanto valeva esorcizzarlo, o al contrario accarezzarlo, coccolarlo, come scelse di fare Stefano. In un certo senso, egli voleva arruffianarsi il collasso, accoglierlo con aria complice mentre si avvicinava e tutti gli altri lo maledicevano; gli avrebbe dato una amichevole pacca sulle spalle dicendogli ‘eccoti finalmente, sapevo che saresti arrivato!’. Non che si aspettasse un trattamento di favore dal collasso, ma almeno che lo degnasse di una qualche considerazione, questo sì, l’avrebbe gradito.

A Stefano piaceva antropomorfizzare il collasso, ma per quanto si sforzasse non riusciva a dargli un volto. Lo immaginava come un goffo gigante che calpestava tutto e tutti mentre avanzava, una sorta di invincibile Godzilla con il muso pixellato così da impedire a chiunque di vederne le fattezze. Eppure un’idea di come realmente si manifestasse il collasso Stefano ce l’aveva, del resto i precedenti storici in proposito non mancavano.

Tuttavia egli era più interessato a comprendere da cosa potesse essere generato il collasso, del tutto inedito per dimensioni e gravità, che i rulli di tamburi stavano per annunciare. A suo avviso non c’era però una causa univoca alle sue spalle, quanto un’insieme di crisi sistemiche e disgrazie assortite che si concatenavano autoamplificandosi. Secondo Stefano, il collasso era il risultato di una tempesta perfetta originata dal simultaneo inasprirsi di criticità fino a quel momento tenute a bada alla bell’e meglio: riscaldamento globale, crisi del debito, degrado degli ecosistemi, squilibri socioeconomici, picco del petrolio, estinzioni di massa, inquinamento dilagante, conflitti sociali, migrazioni epocali, depauperamento delle risorse, inaridimento dei suoli, deplezione delle riserve idriche, e poi ancora, e ancora…

Man mano che Stefano leggeva e si documentava, la probabilità che il collasso stesse lì lì per piombare su un mondo impreparato ad accoglierlo si restringeva e si dilatava in continuazione come il mantice di una fisarmonica. Quanto all’elenco di tragedie in atto o incombenti che concorrevano a determinarlo, esso in realtà si allungava sempre di più, anche se, mentre alcune crisi apparivano costantemente in procinto di deflagrare fungendo da miccia in grado di innescare il collasso vero e proprio, altre si rivelavano, ad un’analisi più approfondita, minacce di serie B, pericoli lontani o potenziali declassabili a semplici fattori di rischio.

Il profumo premonitore del collasso, per Stefano, era mutevole come la direzione da cui spirava – o non spirava – il vento. Una volta si trattava dell’odore di banconote marce, denaro troppo facile da smaltire in discarica dopo che il castello di carte di una finanza impazzita sarebbe venuto giù al primo refolo di crisi dell’economia reale non più sorretta dalle banche centrali. Un’altra volta fu l’ingannevole soffio, finalmente privo di polveri sottili, proveniente dalla penuria di petrolio facile, linfa vitale di quell’immenso Circo Barnum chiamato progresso, energia concentrata a buon mercato venuta meno con i costi schizzati alle stelle di processi di estrazione condotti nei luoghi più disparati e disperati con modalità vieppiù improbabili. In altre occasioni egli invece annusava i venti di una guerra innescata dai tentativi brutali di accaparramento di risorse naturali sempre più scarse: combustibili fossili, minerali, cibo e soprattutto acqua dolce. Altre volte ancora, il collasso odorava dell’elettricità rabbiosa sprigionata dall’insopportabile, ingestibile aumento della complessità dei sistemi socioeconomici contemporanei. Più spesso, infine, il collasso incombente aveva il profumo malato di stagioni sconvolte dal repentino cambiamento del clima, a cui era sempre più arduo adattarsi senza ingrippare gli ingranaggi che oliano le nostre esistenze.

Ognuna di queste minacce non poteva che portare al collasso, e la loro sinergica combinazione non poteva che avvicinarlo. Stefano non aveva dubbi in proposito; la domanda, semmai, non riguardava il se ma semplicemente il quando. Stefano sapeva bene che i burattinai che tirano i fili del mondo avrebbero fatto carte false per posticipare il collasso e rimandare costi quel che costi il giudizio universale. Ma sapeva anche che un collasso rimandato è un collasso rafforzato, perché a forza di erodere le fondamenta del sistema il crollo, quando sarebbe avvenuto, avrebbe potuto essere la pietra tombale della civilizzazione umana, di cui quasi nessuno sospettava la vulnerabilità.

E allora non sapeva bene cosa augurarsi, Stefano: un collasso ricacciato a forza avanti nel tempo, sebbene dipingesse il futuro di un nero funesto, gli avrebbe però permesso, volendo il cielo, di giungere alla vecchiaia ammaccato ma vivo; gli avrebbe inoltre dato modo di continuare a predicare nel deserto le sue infauste premonizioni, comodo pretesto per sentirsi ancora utile in un mondo dove troppo spesso tutto sembra inutile.

Al contrario, un collasso ravvicinato ma non definitivo sarebbe stato sì foriero di privazioni e sofferenze, ma poteva gettare le basi di un nuovo inizio improntato ad un’autentica sostenibilità. Nel quadro di un collasso ‘morbido’ sarebbe stato in effetti più agevole salvare il bambino evitando che fosse trascinato via con l’acqua sporca, laddove il bambino erano le tecnologie buone, quelle pensate per l’uomo e non per il profitto fine a sé stesso, che avrebbero potuto in qualche modo sopperire all’irreversibile aumento di entropia della biosfera iniziato ben prima che il collasso si manifestasse.

Al dilemma che opponeva il collasso prossimo ma parziale con uno tardivo ma tombale se ne aggiunse in seguito un altro più radicale, quello fra collasso in senso stretto e lunga discesa. Che dopo aver raggiunto il picco si fosse destinati a scendere non vi erano dubbi; tuttavia ad un certo punto Stefano cominciò a chiedersi se le modalità dell’andar giù fossero più equiparabili a una ripida discesa libera sostenuta dall’accelerazione di gravità o ad un più lento slalom su un dolce pendio nel quale l’abilità e la forza muscolare dell’atleta sono in grado di tirare efficacemente il freno e scongiurare una caduta rovinosa. Non era affatto facile rispondere razionalmente: neanche gli esperti di dinamiche dei sistemi erano in accordo su questo, e Stefano, che esperto non era, non poteva che affidarsi al suo intuito, mutevole e ingannevole come tutto ciò che esula dalla fredda scientificità. Peraltro, anche giudicare quale dei due scenari fosse più auspicabile era arduo: se da una parte una lenta discesa avrebbe fatto scorrere meno lacrime e sangue, almeno in una prima fase, dall’altra solo un evento traumatico come un collasso poteva fungere da incubatore di un cambiamento radicale nel modo di stare al mondo e di rapportarsi con madre natura.

Ma a prescindere da tali valide argomentazioni, a far pendere la bilancia di Stefano verso il collasso fu un impulso irrazionale, o se si preferisce un istinto animale che affiorava dai tempi lontani in cui la ragione e il torto si identificavano unicamente con il successo e l’insuccesso. Perché era evidente che nessuno della larga maggioranza mainstream si sarebbe mai accorto che Stefano aveva ragione quando preconizzava un futuro infausto se anziché un collasso improvviso si fosse verificato un lento, graduale declino dalle cause indefinite. E allora, Stefano si vedeva quasi costretto a tifare per il collasso, rivestendo opportunamente quel tifo con argomenti razionali.

E infine, come si è detto, venne fuori che Stefano aveva ragione, perché il collasso arrivò per davvero. Peccato che nessuno, nei concitati momenti in cui il collasso si manifestò, si ricordò di quanto Stefano era andato predicando sino ad allora. Ma non solo: a sentire la gente alle prese col collasso che smadonnava a destra e a manca, non c’era traccia delle cause che Stefano aveva individuato essere all’origine del collasso. Secondo il pensiero mainstream, la colpa del collasso era del governo, dei negri, dei troppo ricchi o della massa dei poveri, delle tasse troppo alte o degli evasori, dei vitalizi dei parlamentari o dell’assistenzialismo, delle imprese che fallivano o di quelle che si arricchivano, del settentrione o del meridione, e poi ancora, e ancora…

Neanche in quei frangenti emerse una traccia di una visione sistemica nel pensiero mainstream, come non vi era traccia delle conseguenze di una globalizzazione esasperata che aveva reso le dinamiche dei paesi alla periferia dell’impero quasi irrilevanti in un mondo dove sono sempre di meno coloro che decidono.

E soprattutto, non vi era traccia della consapevolezza che il dominio dell’Uomo sull’ambiente non può che sfociare nel suo opposto, non per vendetta ma perché è l’Uomo stesso ad impedire alla natura di elargire i suoi inestimabili servigi.

 

Nessuno, neanche il collasso, gli diede ragione quando il collasso arrivò, e così Stefano decise di darsi ragione da solo, scrivendo una sorta di racconto in cui si parlava in terza persona di lui e della sua fissazione per il collasso.

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