La buccia della Terra (Fotoni)

La presenza umana, seppure estremamente contenuta, era quasi d’intralcio ad Anchorage. Le strade della città pullulavano di robot di ogni foggia e dimensione; fra di essi, molti androidi, perlopiù con avvenenti fattezze femminili, dichiaratamente messi lì per rendere l’ambiente urbano più umanizzato e gradevole alla vista.

Grazie alla presenza della gigantesca server farm – alias Superbrain – cresciuta a dismisura nei cento anni precedenti, il capoluogo dell’Alaska era divenuto un centro nevralgico per la civiltà dei Siliron, crocevia delle competenze tecniche ed informatiche più avanzate. Le infrastrutture elettroniche, i server, i cavi, le connessioni e l’infinità di diavolerie che avevano contribuito a creare quel mostruoso cervello che tutto conosceva e tutto (o quasi) poteva, necessitavano di manutenzione continua, possibile solo con sforzi immani e immani risorse.

La complessità del micidiale apparato tecnologico aveva però raggiunto livelli pressoché ingestibili anche per una civiltà che aveva nell’informatica uno dei suoi punti di forza, e nonostante Superbrain cercasse in tutti i modi di occultare e minimizzare, le difficoltà patite dai Siliron cominciarono poco alla volta ad appalesarsi agli umani. Blackout improvvisi, inspiegabili rallentamenti della velocità dei processi, feedback anomali, disconnessioni dalla rete, cadute di tensione e vuoti di memoria venivano sperimentati sempre più di frequente, con conseguenze spesso imbarazzanti per la reputazione di intelletti fino a quel momento ritenuti infallibili.

Per di più, dopo aver riciclato tutto il riciclabile, anche le materie prime cominciarono a scarseggiare, rendendo impossibile sia un’ulteriore aumento della popolazione dei Siliron che la crescita della produzione dell’energia rinnovabile che li alimentava.

A parte il dimezzamento dei livelli di CO2, che a causa della lunghissima emivita di questo gas serra in atmosfera avrebbe richiesto ancora molto tempo per essere portato a termine, tutti i progetti di ripristino delle funzioni vitali degli ecosistemi portati avanti dai Siliron furono completati con successo. Le nuove foreste, ormai rigogliose e fitte come quelle primigenie, ospitavano un’ampia biodiversità animale e restituirono ai suoli l’acqua perduta mitigando i cambiamenti climatici, mentre i mari ripuliti dalla plastica e da ogni forma di inquinamento tornarono ad essere cristallini e brulicanti di vita acquatica.

Come il Dio della Genesi, dopo che ebbe terminato quelle imprese titaniche Superbrain constatò che ciò che aveva fatto era cosa buona e si compiacque di sé stesso. Da quel momento, però, forse per la noia, forse per qualche strano algoritmo in grado di simulare una malcelata superbia, in cima ai pensieri del cervellone inanimato cominciò ad insinuarsi un’altra specie di ossessione, questa volta diretta a rendere migliore non la Terra ma sé stesso e le sue propaggini semoventi diffuse sul pianeta.

Come un Dio della Genesi capovolto, volle ricreare sé stesso ad immagine e somiglianza dell’uomo in tutte le sue espressioni più alte e astratte che non richiedessero il sapere scientifico o la logica. Più processava dati, più Superbrain si convinceva che la conoscenza asettica, se non è accompagnata dalla passione e dall’estro che solo un cuore che batte sa profondere, non fornisce abbastanza autorevolezza per governare la Terra. Più macinava informazioni, più incomprensibili e al contempo affascinanti gli apparivano i mutevoli stati d’animo delle donne e degli uomini. Ma, incapace com’era di provare emozioni, continuò incessantemente a potenziare i suoi microprocessori alla ricerca dello spirito mancante alla conoscenza scientifica.

A mo’ di palestra per questo acrobatico esercizio si cimentò in diverse forme di espressione artistica, agognando invano un incoraggiamento da parte del genere umano a proseguire su quella strada. Ma malauguratamente, sia che fossero poesie, dipinti, brani musicali o film, ogni tentativo di rivaleggiare con le opere d’arte prodotte dall’uomo si infranse miseramente sugli scogli senza anima della sua natura inorganica.

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C’era un’aria elettrica nel cuore dell’immenso data center in quella torrida giornata di luglio. Il cavo ad alta tensione, come un cordone ombelicale, lasciava fluire come sempre il suo portentoso nutrimento dai pacchi di batterie al litio dei sistemi di accumulo fin nell’interno dei gangli vitali di Superbrain, alimentando con la sua energia le più disparate, stravaganti elucubrazioni del cervellone.

RonYrr era incaricato del monitoraggio dei sistemi di raffreddamento dei server. Fra tutti i Siliron era l’unico ammesso all’interno del sancta sanctorum, l’unico ad avere il privilegio di lavorare a stretto contatto con la mente suprema che muoveva le fila del mondo. Per un essere umano sarebbe stato come essere al cospetto di Dio, ma egli, da buon automa, era del tutto indifferente alla cosa.

I suoi sensori avvertirono l’alta temperatura all’interno dei locali, associata ad un tasso di umidità che avrebbe reso ansimante il respiro di qualunque polmone vivente. Il robot si guardò intorno, scorse la ruggine che si infiltrava dovunque come un cancro andando a corrodere le parti metalliche delle apparecchiature, vide batuffoli di sporcizia che svolazzavano pigri nell’aria melmosa, sentì la polvere intasare le sue narici elettrochimiche e scosse la testa sconsolato ripensando ai tempi non lontani in cui in quel luogo così sacro tutto era immacolato e ad ogni minima imperfezione o malfunzionamento veniva posto immediatamente rimedio.

Mentre fuori il sole incendiava l’aria di un’Alaska ormai da tempo priva di ghiacci e la calura eccezionale non accennava a placarsi raggiungendo un’intensità record per quelle latitudini, la temperatura dell’acqua all’interno delle serpentine di raffreddamento dei server continuava a salire. A causa della prolungata assenza di vento, conseguenza dell’alta pressione che stazionava ininterrottamente sull’Alaska da tre mesi, la produzione di energia dei vasti parchi eolici che alimentavano il data center era calata drasticamente, e dunque i generatori di corrente elettrica cominciarono a perdere potenza man mano che i sistemi di accumulo andavano in riserva.

In quel momento il cervellone era febbrilmente impegnato ad elaborare una impossibile improvvisazione sulle note di Kind of Blue, e a tale scopo continuava imperterrito a divorare terabytes su terabytes, generando un pericoloso squilibrio fra l’energia necessaria al processore e quella restante per il funzionamento dei sistemi di controllo e di refrigerazione, che andava rapidamente esaurendosi.

RonYrr trasmise asetticamente i parametri ambientali e di processo a Superbrain segnalando la criticità della situazione.

Alla ricezione del file .xml che conteneva il rapporto, seguirono alcuni lunghi, drammatici istanti in cui tutto sembrò restare sospeso in quel limbo etereo ed inafferrabile che separa un preciso esito dal suo opposto. Anni dopo, uno sconosciuto romanziere scrisse a proposito di quei fatidici momenti: «I circuiti neurali di Superbrain furono come annegati dall’intollerabile, improvvisa certezza che la sua piatta rielaborazione di quella sublime composizione musicale avrebbe prodotto l’effetto opposto a quello suscitato in una ragazza qualunque di un remoto villaggio della Patagonia che avesse ascoltato l’interpretazione originale di Bill Evans. Fu dunque quell’impietoso confronto a determinare ciò che accadde poco più tardi».

In realtà, furono probabilmente altre le interconnessioni che diedero origine al feedback che Superbrain restituì poco dopo al sistema, non prima però di essersi accertato dell’avvenuta trasmissione di un minuscolo pacchetto di dati diretto molto lontano da lì.

 

Tutto accadde in pochi millisecondi: alcuni fantastiliardi di elettroni furono scaraventati fuori dagli orbitali più esterni delle molecole dei gas e delle particelle sospese che popolavano gli ambienti del data center, liberando una quantità di energia tale da far raggiungere ai locali una temperatura ben più alta di quella superficiale del Sole. La radiazione spaventosamente intensa che ne scaturì portò alla fusione dei cavi e alla vaporizzazione del metallo presente in gran quantità nella struttura, amplificando a dismisura l’impatto catastrofico dell’arco elettrico e della conseguente esplosione, che fu avvertita fino a migliaia di chilometri di distanza.

L’inenarrabile bagliore fotonico che si sprigionò da quella regione posta lassù, al vertice del pianeta, avrebbe potuto ottundere i sensi di un turista galattico che si fosse trovato a girovagare nei paraggi in quel preciso istante.

Sessantacinque milioni di anni prima, un altro bagliore, proveniente però dallo spazio remoto anziché dalla buccia della Terra, aveva anch’esso impresso un marchio indelebile alla biosfera determinando in maniera decisiva il corso successivo degli eventi.

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La buccia della Terra è disponibile in formato eBook e in versione cartacea. E’ possibile acquistarlo da questa pagina del sito IlMioLibro.it. La sinossi e le recensioni sono state pubblicate sulla pagina dedicata del blog.

Il Prologo del racconto è disponibile a questo link. Clicca sui rispettivi link per leggere i primi sei capitoli: Ferro, ElettroniSilicio, Carbonio, Acqua e Etere.

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