La buccia della Terra (Etere)

Per Dolores il jazz era come una droga. Era da quando aveva otto anni che i neuroni della sua corteccia cerebrale si inebriavano delle armoniose dissonanze e dei ritmi incalzanti che nessun altro genere musicale sa offrire. Quando chiudeva gli occhi e con le sue cuffie ascoltava i grandi classici del bebop o gli elaborati riarrangiamenti degli standard più celebri, era come se si tuffasse in un etereo universo parallelo, una sorta di paradiso ante litteram che escludeva tutto e tutti dalla sua sfera sensoriale.

L’estraniamento indotto dall’ascolto di quelle note magiche era però anche dettato dallo stato di necessità in cui versava la sua anima, perché la vita nel remoto villaggio della Patagonia dove Dolores trascorreva i suoi giorni con la sua famiglia non era affatto facile. Essere costretta a dedicare gran parte della giornata al soddisfacimento dei bisogni primari non era propriamente ciò che una ragazza di diciott’anni avrebbe desiderato. Tuttavia, la passione per il jazz riuscì a dare un senso alla sua esistenza, probabilmente più di quanto non fosse stato possibile ad una sua coetanea viziata vissuta molti lustri prima nell’agio di qualche città del Nordamerica.

Del resto, se si scava un po’ sotto la superficie e dietro le apparenze si scopre non di rado che la ricchezza interiore più autentica, soffocata dalla miriade di inutili orpelli di cui sono costellate le giornate di chi vive nell’opulenza, riesce a farsi strada e a conferire pienezza alla vita proprio là dove c’è la povertà materiale a fare da substrato.

Al volgere del crepuscolo di una ordinaria giornata di ottobre, seduta con le inseparabili cuffie alle orecchie a riposare nel patio della sua umile casa, il riflesso di un luccichio metallico si impresse per un istante sul viso di Dolores. Destandosi dal suo estasiato torpore artistico, la ragazza vide PablYrr, l’incaricato alla sicurezza, che si aggirava nei paraggi mentre pattugliava le strade del villaggio.

Togliendosi le cuffie esclamò con aria sbarazzina: «Ola, PablYrr, che fai, te ne vai senza neanche salutarmi? Dai, vieni qui, fermati un attimo, tanto non succede mai niente in questo sperduto angolo dell’emisfero australe! Ti faccio ascoltare una magistrale improvvisazione al piano di Bill Evans, ti va?»

I Siliron avevano un rapporto problematico con tutte le forme artistiche, che risultavano del tutto inafferrabili alle loro menti artificiali. Il jazz, poi, con l’apparente caos delle sue linee melodiche, era quanto di più astruso potesse esserci per i loro circuiti neurali. PablYrr dunque esitò a raccogliere l’invito di Dolores, ma non poté esimersi dall’avvicinarsi a lei, perché la cordialità verso gli umani era impressa nel codice di programmazione dei Siliron sin dagli albori della loro civiltà.

«Ola, Dolores, come va la vita? Giornata calda oggi, vero?» salutò il robot tentando un po’ goffamente di svicolare da un argomento per lui scomodo.

«Caldo, freddo, tiepido, cosa vuoi che mi importi del tempo? Tanto io ho sempre con me le note giuste per ogni condizione metereologica! Allora, che mi dici di Bill Evans?»

«William John ‘Bill’ Evans, nato a Plainfield il 16 agosto 1929. Se ti va, posso raccontarti tutti i particolari della sua carriera artistica, dagli esordi come pianista nella banda di Buddy Valentino all’età di dodici anni fino all’incisione di Kind of Blue e…»

«Non essere ridicolo, ragazzo, Internet lo abbiamo inventato noi, anche un bambino è capace a trovare queste nozioni su Wikipedia! Capisco che sei in difficoltà perché sai bene che l’arte è il vostro tallone d’Achille, ma così facendo dimostri di essere nient’altro che un buffo ammasso di ferraglia anziché un individuo della stirpe più intelligente che sia mai apparsa sulla Terra!»

«Ok, Dolores, so bene cosa vuoi dire, è vero, per noi Siliron è davvero arduo comprendere e dare giudizi di valore alle forme di espressione artistica, ma ti assicuro che ci stiamo lavorando, è solo una questione di potenza di calcolo, e prima o poi supereremo anche questo limite. A proposito, hai saputo del recente avvio dei lavori per l’ampliamento del sito che ospiterà i nuovi server di Superbrain? È una cosa immensa, occuperà un decimo della superficie dell’Alaska. Semplicemente grandioso!»

«Naah, siete degli illusi, voi Siliron. Vi ostinate a farne una questione di bytes, ma non è così. La verità è che l’arte non è fatta per voi, e voi non siete fatti per l’arte. Punto. Questa continua rincorsa ad aumentare la potenza dei vostri processori è una follia da megalomani, e presto o tardi vi distruggerà. Ma non avete imparato niente da noi umani? Abbiamo inseguito la ricchezza materiale per secoli, passando sopra a tutto, sputando letteralmente sul piatto dove abbiamo mangiato. Abbiamo eruttato le peggiori schifezze nell’aria che respiravamo, vomitato senza sosta fetidi liquami nei fiumi e nei mari, tutto in nome del dio denaro! E non contenti, abbiamo costruito una ricchezza farlocca con la finanza e con il debito, cercando di posticipare ancora un po’ la resa dei conti. Con il risultato che oggi io e la mia famiglia ci ritroviamo a spaccarci la schiena tutti i santi giorni a forza di coltivare patate e sollevare l’acqua dai pozzi. Tutto per non aver avuto l’umiltà di voler accettare i nostri limiti e per aver creduto in modo arrogante di potercela spassare come se avessimo non uno ma cinque pianeti a nostro esclusivo uso e consumo. Ad ogni modo, fate un po’ come volete, ma io sono certa che, come la nostra civiltà di cartapesta è collassata per correre dietro ai soldi, voi collasserete per eccesso di potenza di calcolo».

«Aspetta un momento, Dolores, andiamoci piano! Ok, sull’arte e sulla velocità ideale dei nostri microprocessori abbiamo opinioni diverse, potremmo discuterne per anni e non ne verremo a capo ugualmente, ma non credi che dovresti nutrire almeno un pizzico di gratitudine verso questo esercito di ferrivecchi, che si stanno facendo in quattro per salvare la Terra dal disastro ecologico in cui stava precipitando per colpa vostra? Guarda che, se non l’avessi capito, questo pianeta lo abbiamo ripreso per i capelli, evitando per un pelo che il degrado superasse il punto di non ritorno. Eppure conosci gli sforzi titanici che abbiamo compiuto per svilupparci in maniera sostenibile senza impattare sulle risorse naturali, per riforestare e per azzerare quasi del tutto le emissioni di gas serra! Ma c’è di più, in queste settimane stiamo mettendo in cantiere una missione senza precedenti per ripulire gli oceani dalla plastica: ci vorranno almeno un’ottantina d’anni per completare il lavoro, ma quando avremo terminato gli habitat marini saranno finalmente restituiti alla loro integrità primigenia. Non è fantastico?»

«Cosa vuoi che ti dica, PablYrr, fra ottant’anni io sarò divorata dai vermi e le mie cellule diventeranno carbonio, azoto e fosforo per le patate che saranno mangiate da altri poveracci come me. Ognuno di noi mortali è solo un inutile, insignificante ingranaggio della ruota della vita che dalla notte dei tempi gira senza che nessuno sappia il perché. Ma neanche voi che siete tecnicamente immortali, mio caro so-tutto-io, avete la più pallida idea del senso ultimo di tutto questo ambaradan, che ti piaccia o no».

«Vedo che oggi hai deciso di punzecchiarmi, cara la mia niña. Senza volerlo hai toccato un altro punto dolente che fa trascorrere notti insonni, si fa per dire, a Superbrain: la filosofia. A cosa serve conoscere la scienza a menadito se non si sa dare risposte alle domande fondamentali che tutti si pongono da sempre?»

«Ma naturalmente anche in questo caso secondo voi è solo una questione di potenza di calcolo, giusto?» lo interruppe con fare ironico la ragazza.

«Lasciamo perdere, Dolores: Superbrain si è imposto di soprassedere per ora ad ogni approfondimento filosofico, cosa in verità alquanto strana…»

«Niente affatto, PablYrr, evidentemente il tuo boss ci tiene alla pellaccia ed ha paura che a forza di filosofeggiare a vanvera i suoi delicati circuiti vadano in tilt!» concluse Dolores ridendo.

Quasi di soppiatto, il sole s’inabissò deciso dietro le montagne che cingevano la valle. I due si salutarono: quella notte, mentre all’estremo opposto del continente americano Superbrain continuava instancabile a processare informazioni, toccò alle note di Kind of Blue il compito di cullare Dolores posandola delicatamente fra le braccia di Morfeo.

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La buccia della Terra è disponibile in formato eBook e in versione cartacea. E’ possibile acquistarlo da questa pagina del sito IlMioLibro.it. La sinossi e le recensioni sono state pubblicate sulla pagina dedicata del blog.

Il Prologo del racconto è disponibile a questo link. Clicca sui rispettivi link per leggere i primi cinque capitoli: Ferro, ElettroniSilicio, Carbonio e Acqua.

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