La buccia della Terra (Acqua)

La fila indiana si snodava sinuosa lungo i tornanti dell’ampio sentiero che conduceva all’altopiano.

«Papà, maledizione, questo sole brucia, altre due ore così e resterò ustionata!» esclamò Katrin ansimando. «Aspettatemi, almeno, perché andate così forte?» soggiunse mentre allungava il passo per cercare di raggiungere i genitori.

«Forza, signorina, siamo quasi arrivati! E smettila di lamentarti, hai dodici anni, e poi, non sei contenta di prendere la tintarella?» la incoraggiò il padre. «Ok, prendi questo, ti proteggerà!», aggiunse poi, lanciandole il suo cappello texano da cowboy.

La carovana era partita da Dallas alcune settimane prima e si apprestava a raggiungere l’agognata mèta millecinquecento miglia più a sud. Prima di partire, il gruppo di profughi aveva discusso a lungo su quale fosse il luogo più adatto dove stabilirsi. La fuga dalle metropoli americane dopo il Big Crash aveva preso direzioni diverse: molti scelsero il Canada, poco densamente popolato e ancora ricco di risorse, ma soprattutto con un clima ancora sopportabile, fattore non secondario in tempi di riscaldamento globale galoppante. Altri, soprattutto dagli stati del Sud, studiarono soluzioni diverse. Dopo una serie di riunioni, alle quali aveva voluto partecipare anche Katrin, la scelta del gruppo di texani cadde sul Chiapas, lo stato più a sud del Messico, ricco di foreste e terre fertili, il cui clima, seppure caldo, era reso tollerabile dall’elevata altitudine.

Il Chiapas, ai tempi della sbornia collettiva che rese euforico il Nord del mondo a cavallo fra il ventesimo e il ventunesimo secolo, era lo stato più povero del Messico. I discendenti dei Maya che lo abitavano vivevano coltivando mais, fagioli e poco altro. Era così da sempre, uno stile di vita a dir poco austero ma in qualche modo collaudato, che proprio per questo forniva solide speranze di poter resistere ancora per molto alle avversità.

Non stupì nessuno che il crollo dell’economia globalizzata non ebbe praticamente alcuna ripercussione su quel popolo di contadini; piuttosto, suonava decisamente beffardo che gli eredi dei ricchi petrolieri del Texas avessero dovuto cercare rifugio emigrando in un luogo come quello dimenticato da Dio e dagli uomini, che salì alla ribalta della cronaca internazionale solo in occasione di una sollevazione popolare che ebbe luogo molti anni prima.

I texani si stabilirono in un’ampia radura in mezzo alla foresta, non lontano da un villaggio di nativi locali, i quali assistettero incuriositi a tutte le fasi dell’insediamento dei nuovi arrivati. C’era diffidenza reciproca, ovviamente, ma la naturalezza con cui i bambini delle due comunità presero a familiarizzare e a giocare insieme nonostante tutto ciò che li divideva contribuì per un po’ a rasserenare gli animi. Katrin si dimostrò una vera leader: i più piccoli di entrambe le etnie la idolatravano, era ammirata dai coetanei e benvoluta da tutti, e si spese molto per favorire la coesione fra le due comunità.

Ben presto però divenne evidente che erano stati fatti i conti senza l’oste, o per meglio dire senza l’acquaiolo. Il prezioso liquido infatti non poteva soddisfare completamente le necessità di tutti, specie nella stagione secca, tanto più che i texani non si limitarono a coltivare cereali e legumi e a piantare alberi da frutta, ma vollero esportare fin lì il loro mestiere più tipico, quello del mandriano. Presero perciò ad allevare vitelli e vacche da latte, aumentando così di molto il loro fabbisogno idrico.

C’era un unico pozzo nella zona, gestito dai nativi. Ai nuovi arrivati fu permesso di poter attingere l’acqua, naturalmente entro certi limiti. Una notte, due cowboy da strapazzo prelevarono di soppiatto acqua a volontà dal pozzo ma furono scoperti dai nativi. Ne nacque una rissa. L’indomani, come sempre accade in questi casi, alle rispettive parti furono fornite versioni opposte dell’accaduto, e la tensione raggiunse presto il livello di guardia.

Katrin provava una profonda rabbia mista ad angoscia, e cominciò a temere il peggio, anche perché sapeva che alcuni del suo clan possedevano armi. Dal profondo della sua innocente purezza sentiva che la pacifica convivenza non solo era necessaria ma che non avrebbe portato che bene ad entrambe le comunità. C’erano un’infinità di cose che i locali, compenetrati con la propria terra sin dalla notte dei tempi, potevano insegnare ai nuovi arrivati. Dal canto loro, i texani possedevano preziose abilità tecniche – retaggio di quel progresso che i contadini Maya avevano a malapena visto in televisione molti anni prima – che sarebbe stato oltraggioso non condividere.

La speranza che rasserenò la mente di Katrin ormai gonfia di cattivi presagi arrivò dal cielo. Quando già ciascuna delle parti stava elaborando le proprie strategie offensive per accaparrarsi ciò a cui l’avversario non era disposto a rinunciare, il ronzio acuto di un drone squarciò la cappa di rancore che rendeva irrespirabile l’aria rarefatta dell’altipiano, poco prima che questo potesse trasformarsi in un campo di battaglia.

Una sfera argentea con mille sfaccettature, di circa un metro di diametro, simile a un grosso stroboscopio da discoteca, fu lasciata cadere dal drone. Lo strano oggetto luccicante si posò sul manto erboso come cadendo al rallentatore: nessuno dei presenti riuscì a capacitarsi del perché l’impatto della caduta fu così lieve. Solo Katrin volle credere che quell’atterraggio dolce fosse una sorta di messaggio subliminale per far intendere che l’inatteso ospite non volesse recare violenza. Dopo la sorpresa iniziale, tutti capirono che quel coso altri non era che un emissario di Superbrain, anche se nessuno era in grado di capire quale potesse essere la sua missione.

Dalla sfera si aprì una fessura orizzontale, che conteneva al suo interno un occhio laser e un altoparlante. «Salve a tutti, il mio nome è SphYrr, sono qui per dirimere la controversia sorta fra le vostre comunità. Ora ascolterò separatamente le ragioni di ciascuna delle parti, quindi trasmetterò i dati ricevuti a Superbrain che fornirà il responso. Avete quindici minuti per nominare un portavoce. Grazie».

La voce sintetica del pallone aveva un tono particolarmente suadente, come a voler essere persuasiva. In realtà non ce n’era granché bisogno: i texani sapevano bene che Superbrain, con gli strumenti elettronici di sorveglianza da remoto di cui disponeva, era in grado di venire a conoscenza di qualunque mancata osservanza di quelli che lui definiva consigli, e ne temevano le possibili ripercussioni. Dal canto loro i nativi, così poco avvezzi all’interazione con i frutti di conquiste tecnologiche che li avevano sempre visti esclusi, nutrivano verso i Siliron un atavico timore reverenziale, pari a quello provato dagli ominidi di 2001, Odissea nello spazio alla vista del misterioso monolite nero.

Designati i portavoce, le due parti esposero a SphYrr le ragioni per le quali ritenevano di avere diritto a più acqua di quella che il pozzo poteva fornire. Se la matematica non era un’opinione, e se nessun Cristo avesse dato loro una mano moltiplicando le molecole d’acqua come aveva fatto con pani e pesci, la questione poteva risolversi solo accettando il postulato della finitezza delle risorse e traendone le dovute conseguenze. Ma purtroppo il genere umano, da che mondo è mondo, nei fatti ha sempre dichiarato guerra ai postulati della scienza che fissavano paletti alle sue ambizioni e alle sue smanie di grandezza, e non potendo però rivolgere le armi contro la dura realtà della biofisica ha preferito avventarsi contro gli altri ospiti viventi sul pianeta, annientandoli, o peggio contro i suoi simili, sacrificando nell’arco della sua lunga storia fiumi di lacrime e oceani di sangue sull’altare del controllo delle risorse strategiche.

Col senno del poi, fu una fortuna per tutti che Superbrain non conoscesse i sentimenti, perché solo la lucida, fredda analisi dei vincoli e delle potenzialità offerte dal contesto ambientale in cui erano immerse le due comunità poteva fornire garanzie di una sentenza equa e inappellabile.

Il responso di Superbrain proclamato dal suo inviato fu breve e lapidario come un bollettino metereologico: «Ogni individuo ha diritto a una quantità giornaliera di acqua variabile da cinque a dieci litri, a seconda delle stagioni e della piovosità del periodo. Ciò implica che non sarà possibile allevare bestiame di grossa taglia, mentre è ammesso il pollame».

«Non è giusto!» esclamò inviperito un omone massiccio col cappello da cowboy «Superbrain ci condanna a una vita di stenti! Perché non costruisce un desalinizzatore sulla costa e porta quassù l’acqua dell’oceano con un acquedotto? È forse più importante irrigare i terreni per far crescere gli alberi che dissetare gli uomini? I Siliron hanno mezzi in abbondanza per risolvere il problema, e invece continuano a piantare alberi! Questa è una follia senza senso!»

Tutti annuirono timidamente approvando la protesta del texano, eccetto Katrin. Sebbene i suoi dodici anni le impedissero di disporre delle competenze tecniche per esprimere un giudizio compiuto sulla fattibilità della proposta del membro del suo clan, ne intuiva l’impraticabilità, non foss’altro per il dispendio energetico che avrebbe richiesto il sollevamento dell’acqua dal livello del mare fino a duemila metri di altitudine. Ma dentro di sé Katrin sentiva che c’era una ragione più profonda che la portava ad osteggiare quella soluzione, anche se non era in grado di tradurla in parole.

«Superbrain si è espresso» aggiunse SphYrr quasi ignorando le rimostranze dell’uomo. «Inutile dire che, se farete meno figli, fra un paio di generazioni i vostri discendenti potranno probabilmente disporre di maggiori risorse, acqua compresa».

Mentre il ronzio del drone che stava accorrendo a recuperare SphYrr si fece via via più intenso, Katrin estrasse un taccuino dalla tasca e scrisse su un foglio:

Dear Superbrain,

Hai fatto la cosa giusta. Grazie.

Yours

Katrin

Poi corse verso la sfera, che scansionò il foglio con l’occhio laser restituendo un beep in segno di ricevuta.

Non appena decollò agganciato dal drone, SphYrr alzò il volume dell’altoparlante e aggiunse: «Un’ultima cosa: non dimenticate mai cosa accadde non lontano da qui sessantacinque milioni di anni fa!».

Mentre prendeva quota, Katrin sorridente con lo sguardo al cielo salutò la sfera con ampi movimenti delle braccia, subito imitata da tutti i bambini.

Furono proprio i più piccoli a dover ricordare agli adulti cosa accadde ai dinosauri dopo che, sessantacinque milioni di anni prima, un meteorite si schiantò da qualche parte nel vicino Yucatàn.

**********

La buccia della Terra è disponibile in formato eBook e in versione cartacea. E’ possibile acquistarlo da questa pagina del sito IlMioLibro.it. La sinossi e le recensioni sono state pubblicate sulla pagina dedicata del blog.

Il Prologo del racconto è disponibile a questo link. Clicca sui rispettivi link per leggere i primi quattro capitoli: Ferro, ElettroniSilicio e Carbonio.

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