Non è tutto legno quello che brucia

Dei quattro elementi primordiali, il fuoco è quello che suscita le sensazioni più ambivalenti fin nei meandri dell’animo umano: tepore o flagello, luce magica che squarcia l’oscurità o calore infernale, mezzo di cottura per il cibo che ci nutre o di annientamento della materia tout court, energia utile o dissipata. Quando, attoniti e impotenti, guardiamo alla devastazione provocata dagli incendi boschivi di questa torrida estate italiana, siamo giustamente portati a nutrire l’odio più assoluto verso le fiamme e la loro capacità di annichilire tutto ciò che di sacro incontrano sul loro cammino. Ma per l’umanità delle origini, compenetrata in una natura così spesso ostile, doveva essere molto diverso: una volta appreso il modo per rendere il fuoco inoffensivo, i benefici apportati dalla legna ardente sovrastarono di molto i suoi rischi. L’incanto poetico del Cantico delle Creature sintetizza mirabilmente come veniva visto il fuoco dal comune sentire nelle lunghe ere che precedettero lo sfruttamento delle fonti fossili: Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu, per lo quale enallumini la nocte, et ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

In effetti, ciò che rende il fuoco così formidabile, ad un tempo portatore di virtù purificatrici e potenza distruttiva, è il calore concentrato sprigionato da una fonte di energia anch’essa concentrata quale la biomassa vegetale. Da questo punto di vista, aver rimpiazzato il fuoco di legna con le centrali a carbone per illuminare le nostre case e con il fornello a gas per cucinare il cibo, se ha rappresentato un progresso straordinario per gli impatti che quelle innovazioni hanno avuto sulla vita quotidiana, non ha mutato la natura chimica del processo che ha fornito il servizio. Che si bruci legna, o carbone, gas e petrolio (che poi non sono altro che biomassa fossilizzata), si tratta ugualmente di combustione di carbonio organico che sprigiona calore rilasciando CO2 nell’ambiente. Seguendo questa logica, le fiamme che divorano i boschi non sono altro che la manifestazione più violenta, scandalosamente dissipatrice e distruttrice della stessa reazione di ossidoriduzione che ha permesso all’uomo delle caverne di diventare altro da sé fino ad essere la specie infestante che è oggi. Insomma, non è solo legno quello che brucia e che produce disastri, perché in ogni scintilla si cela un potenziale disastro, immediato (con gli incendi) o tardivo (con i cambiamenti climatici). Se si condivide questa chiave di lettura, il manifesto programmatico più drasticamente dirompente e rivoluzionario che coloro che intendono seriamente combattere la piaga degli incendi boschivi dovrebbero sottoscrivere è quello che aspira ad una messa al bando della combustione in quanto tale: non solo, dunque, quella gratuitamente offensiva, che annienta la bellezza seminando terrore intorno alle nostre città e paesi senza neanche il substrato di una benché minima, per quanto folle, giustificazione ideologica; ma anche quella utile, che dispensa energia e ci appare inoffensiva solo nella misura in cui sa occultare la scintilla o tenere a bada la fiamma.

Dire addio alla combustione del carbonio organico senza farci ripiombare nel medioevo può essere visto come una utopia irrealizzabile, e forse lo è, ma non dimentichiamo che la strada in questa direzione è già tracciata con l’avvento dell’era delle rinnovabili: grazie al sole e al vento, la produzione di energia si fonda su un paradigma del tutto nuovo ed ha luogo con modalità decisamente più dolci e “gentili” di quelle basate sulla combustione. Si può legittimamente nutrire scetticismo verso uno scenario futuro in cui la biomassa (fossile o meno) presente sulla crosta terrestre resta dov’è; credo tuttavia che se si facesse largo la consapevolezza che all’origine dei mali sistemici che affliggono la biosfera e che vediamo dispiegarsi giorno dopo giorno ci sono le onnipresenti reazioni chimiche ad elevato tasso entropico che accumulano CO2 in atmosfera dilapidando la preziosa energia dei legami C-H e C-C, anche la lotta agli incendi acquisterebbe più vigore e sarebbe condotta con più convinzione.

Ma poiché il problema si presenta in tutta la sua gravità qui ed ora, ed è per giunta destinato – come abbiamo toccato con mano quest’estate – ad intensificarsi man mano che il pianeta si riscalda e le precipitazioni diventano più concentrate nel tempo e nello spazio, gli ideali utopici devono essere accompagnati da risposte efficaci da dare oggi: risposte, come sempre, basate sulla sinergia fra attività di repressione, prevenzione ed intelligence. Riguardo a quest’ultima, pensiamo all’incisività che potrebbe avere il contrasto agli incendi se si mettessero in campo contro i piromani le stesse risorse ed energie investigative che vediamo oggi all’opera contro il terrorismo. Perché in fin dei conti bruciare i boschi non è nient’altro che una forma di terrorismo, per di più dello stesso tipo “molecolare” delle cellule islamiste che spargono sangue in Europa. Un terrorismo, certo, difficile da individuare poiché a prima vista inafferrabile, in grado di occultarsi agevolmente nella vastità degli ambienti boschivi poco o nulla antropizzati, ma che non per questo non deve essere combattuto con la massima determinazione.

Sul fronte della prevenzione, il discorso è assai più complesso. Certamente nei territori dove più forte e pervasiva è la criminalità organizzata, la lotta agli incendi non può prescindere da una guerra senza quartiere alle ecomafie. Inoltre, è indispensabile spezzare in ogni modo il connubio perverso di interessi fra chi brucia e chi spegne i roghi. Ma c’è dell’altro: la sensazione è che sullo sfondo di questa maledetta estate infuocata ci siano anche, specialmente nel centro sud, sacche diffuse di arretratezza culturale che, ottant’anni dopo le vicende narrate da Carlo Levi in Cristo si è fermato a Eboli, ancora sopravvivono, seppur in forme diverse da allora. All’interno di queste sacche sono a loro agio tutti coloro che di notte bruciano i rifiuti all’aperto anziché differenziarli, o che abitualmente incendiano le sterpaglie, una pratica primitiva priva di senso. Da qui ad appiccare il fuoco nei boschi il passo, tutto sommato, è breve: non meraviglia allora che in tali ambienti trovino rifugio menti che non è azzardato definire lobotomizzate, o affette da devianze più o meno latenti, che si ingegnano in questa pratica oscena e magari provano piacere nel farlo, beneficiando della complice, ovattata omertà del brodo di coltura e incultura in cui sono immersi.

Beninteso, non è facile né rapido sradicare l’arretratezza atavica che priva gli individui finanche della capacità di attribuire il giusto valore al verde dei boschi. Per farlo, servirebbe una nuova alfabetizzazione di massa, un’iniezione di cultura a dosi massicce, insomma servirebbe la Scuola. Purtroppo, è desolante constatare come la scuola pubblica italiana, la cui missione primaria dovrebbe essere l’affrancamento dei giovani dall’ignoranza dilagante, non solo è clamorosamente deficitaria nell’insegnamento dei grandi temi ambientali, ma si sta avvitando in una spirale negativa fatta di carenza di risorse, demotivazione e rassegnazione che la rende incapace di incidere come dovrebbe, specialmente laddove il contesto ambientale non aiuta. Non credo di esagerare in questo giudizio: del resto, come valutare diversamente il dato grottesco che vede il 99,5% dei maturandi superare l’esame di stato?

Ma la prevenzione è anche fatta di altro: è un lavoro capillare che deve durare un anno intero, che ha bisogno di adeguati ausili tecnologici e di competenze (che scelta sciagurata quella di inglobare il Corpo Forestale nei Carabinieri!), pretende una mappatura dettagliata dei territori da proteggere e richiede – cosa di cui raramente si parla – di ampliare la platea degli attori responsabili della vigilanza. Perché il primo complice degli incendi è l’abbandono delle aree rurali e montane, che suona vieppiù anacronistico in una fase storica in cui si sente un gran bisogno di agricoltura di qualità così come di imprenditorialità innovative ecocompatibili mirate alla salvaguardia delle aree interne, attività che dovrebbero accelerare il “controesodo” dalle sempre più alienanti ed invivibili metropoli che è già timidamente iniziato.

Tuttavia, porre un argine allo spopolamento dell’Italia “nascosta”, su cui neanche gli incendi riescono ad accendere le luci della ribalta, non è il solo modo per far sentire il fiato sul collo dei piromani. L’Italia ferita dal fuoco coincide spesso con l’Italia dimenticata dal turismo oltre che dalla politica, poco o nulla frequentata dagli escursionisti, disdegnata dai gitanti della domenica a vantaggio di mete più modaiole. È, insomma, un’Italia ingiustamente relegata in serie B, il cui patrimonio naturale è lasciato alla mercé dell’idiozia di sparuti esseri che di umano hanno solo il nome, squallidi individui contro cui ben poco possono i locali che in quelle terre hanno ostinatamente messo le radici, che continuano ad amarla ma non hanno i mezzi né la voce per proteggerla. È questa Italia, quella delle colline e dei monti che cingono le nostre valli, che abbiamo dunque il dovere di riscoprire, rifrequentare (meglio se a piedi o in bici), ricoltivare per sottrarla al terrore nichilista dei piromani. Perché la regola del chilometro zero non dovrebbe applicarsi solo alle verdure o ai formaggi che mangiamo, ma anche, con sempre maggior consuetudine, alle attività ricreative, al tempo libero, nella consapevolezza dell’insostenibilità del turismo dei voli low cost, prodigo di selfie ma sempre più avaro di scoperte autentiche. Lo so, una tale prospettiva può suonare poco allettante, ma ha poche alternative se ci decidiamo ad accettare l’idea di dover vivere all’interno dei limiti posti dalla biosfera.

Perciò, se vogliamo salvare la wilderness che abbiamo sotto casa dobbiamo imparare a conoscerla, a godere del miracolo della vita vegetale e animale che si perpetua rinnovandosi, a sentirla parte della vita di ciascuno. Per impedire che le fiamme brucino, oltre ai boschi, anche la speranza di cui si nutre la nostra anima.

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