Il nome dell’iceberg

Qualcosa si muove nelle cupe tenebre della lunga notte antartica. Lontano da occhi umani indiscreti, un presagio sinistro di tragedie future è prossimo a materializzarsi nell’ultimo lembo di terra da cui chi abita questa parte del mondo potrebbe aspettarsi cattive nuove. Santuario remoto e scrigno inaccessibile, luogo estremo in cui la purezza perduta del mondo ancora regna sovrana (eppure sempiterno oggetto delle brame di irriducibili conquistatori), l’Antartide è oggi la sentinella che non ti aspetti, chiamata a registrare con le sue sensibili antenne i destabilizzanti mutamenti dell’ecosfera generati dall’Antropocene. Se è vero che il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano dall’altra parte del pianeta, come dubitare che gli sconvolgimenti causati da due secoli di frenetica attività umana nell’emisfero boreale abbiano un riflesso in quella sorta di mondo capovolto incastonato in una spessa coltre di acqua dolce allo stato solido?

Quel qualcosa che avanza inesorabile, preparando il terreno ad una separazione senza ritorno, ha il suono spettrale di un crack e l’aspetto di una voragine che si fa strada su un immenso tappeto di ghiaccio. Dopo un cammino di pochi anni, la frattura apertasi nella piattaforma Larsen C nella Penisola Antartica sta per rilasciare uno dei più grandi iceberg di cui si ha memoria, modificando per sempre le carte geografiche di quella regione remota. Mancano solo una decina di chilometri al termine dell’avanzata della spaccatura, quando il crack si arresterà dinanzi al mare aperto: ormai non è più da chiedersi se, ma solo quando ciò accadrà. Settimane, forse mesi, poco importa. Il distacco dell’iceberg, grande come la Liguria e con un’altezza di circa 350 metri, non è di per sé motivo di allarme (trattandosi di ghiaccio galleggiante, il suo scioglimento non provocherà un aumento del livello dei mari), ma fa temere la destabilizzazione dell’intera piattaforma, la cui funzione è quella di contenere i ghiacciai situati sulla terraferma prevenendone il collasso.

crack-larsen-c

Sia chiaro, la formazione di iceberg in entrambe le calotte polari è un fenomeno naturale, essendo parte integrante del ciclo idrologico che si manifesta a quelle latitudini, e non può quindi essere direttamente ascritto al riscaldamento del pianeta. Tuttavia, le dimensioni gigantesche del blocco che sta per andare alla deriva e l’accelerazione con cui il distacco si sta completando rappresentano delle inequivocabili tessere di un puzzle che sta disvelando con sempre maggiore evidenza la realtà di un continente in trasformazione, non più immune dalle conseguenze dell’aumento della temperatura media di oceani ed atmosfera.

Se è l’Artico a suscitare sgomento per la rapidità con cui si sta rendendo irriconoscibile come conseguenza di un riscaldamento che è circa tre volte superiore a quello del resto del pianeta, ciò che accade in Antartide non può lasciarci indifferenti. Sapere che il Global Warming fa sentire i suoi effetti anche in un continente di 14 milioni di km quadrati, reso intrinsecamente stabile da un gelo da incubo e da uno spessore medio di 1600 metri di ghiaccio, non è una buona notizia. Apprendere che il ghiaccio antartico secondo la NASA si è ridotto di 125 gigatonnellate l’anno dal 2002 al 2016, o che muschi e licheni stanno conquistando aree sempre più vaste lungo le coste antartiche, sottraendole a ghiacci e pinguini, non fa che accumulare evidenze scientifiche che spazzano via l’ultimo residuo argomento ai negazionisti climatici, rendendo palese che anche il Sesto Continente accusa i sintomi della febbre che avvolge la Terra.

Nell’attesa che gli occhi supertecnologici del satellite dell’Agenzia Spaziale Europea Sentinel-1, squarciando l’oscurità dell’inverno australe, annuncino al mondo la nascita del bambino troppo cresciuto, c’è già chi pensa al suo battesimo. L’ONG ambientalista americana 350.org ha lanciato in questi giorni una singolare petizione per chiedere all’organismo responsabile per l’assegnazione dei nomi geografici nel continente antartico, lo UK Antarctic Place Names Committee, di chiamare il mega-iceberg che sta per formarsi #ExxonKnew. L’intento dei promotori è quello di ricordare al mondo che chi, come il gigante petrolifero Exxon (Esso in Italia), ha ostinatamente negato per decenni l’esistenza del riscaldamento globale pur sapendo sin dagli anni ’60 che continuare a bruciare combustibili fossili avrebbe condotto allo scioglimento dei ghiacciai, si è di fatto reso responsabile del collasso del ghiaccio marino a cui assistiamo attoniti oggi. Il testo della petizione recita:

Exxon sapeva dei cambiamenti climatici mezzo secolo fa. Hanno ingannato l’opinione pubblica, mentito ai loro azionisti e derubato l’umanità del tempo di una generazione per porre un argine al riscaldamento globale. Nel momento in cui uno dei più grandi iceberg mai esistiti al mondo sta per distaccarsi dall’Antartide, esso dovrebbe essere chiamato come Exxon. Dobbiamo accertarci che il suo ruolo nel causare la crisi climatica non venga dimenticato.

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Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus (“La rosa primigenia [ormai] esiste [soltanto] in quanto nome: noi possediamo nudi nomi”): la celebre chiusa del capolavoro di Umberto Eco Il nome della rosa calza a pennello al nostro iceberg, che per quanto grande è destinato prima o poi a svanire proprio come la rosa. Con la sua liquefazione, del blocco di ghiaccio grande quanto la Liguria rimarrà, appunto, solo un nome scritto sulle mappe. E’ bene dunque che esso ricordi ai posteri chi si è macchiato della colpa più grande, quella di aver mentito a sé stessi e al mondo intero trascinando ciò che c’è di più bello e sacro verso il rischio mortale della dissoluzione.

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3 pensieri su “Il nome dell’iceberg

    • Ho firmato la petizione di 350.org, mi sembra una provocazione intelligente. Considera che negli USA è in corso una serrata battaglia legale che vede la Exxon sul banco degli imputati proprio per aver occultato i risultati delle ricerche sull’impatto climatico delle emissioni di CO2 condotte dai propri stessi scienziati.

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