Cellulosa elettorale

È tempo di elezioni amministrative in molte città italiane. Svariate tonnellate di cellulosa (quasi sempre vergine) contaminata da coloranti e additivi di sintesi stanno inondando in questi giorni come un fiume in piena ogni anfratto delle città interessate dalla competizione sotto forma di volantini, schede facsimile e santini elettorali. La caratteristica peculiare di un tale tsunami di carta è la sua inutile, tracimante sovrabbondanza, simbolo di una cultura dello spreco che ancora trasuda da una larga fetta dell’ampia platea della politica locale.

Presi da una irrefrenabile eccitazione, migliaia di candidati ad uno strapuntino in Consiglio Comunale non lesinano risorse per la stampa di materiale che nelle loro aspettative potrebbe magari dare una svolta all’esistenza conferendo prestigio e permettendo di uscire dall’anonimato. Complici le tipografie – per le quali l’appuntamento elettorale è una vera e propria manna in tempi di rivoluzione digitale – i quantitativi di materiale di propaganda dati alle stampe superano abbondantemente quelli ragionevolmente commisurati allo scopo per cui vengono prodotti. Del resto, stampare duemila volantini costa molto meno del doppio della stampa di mille copie e allora, crepi l’avarizia e olio alle rotative, che sforneranno senza sosta per almeno un mese manifesti, volantini, talloncini formato biglietto da visita (“come si fa a non averli?”) e, vero trionfo dell’inutilità, schede facsimile colorate (“gli elettori le chiedono!”).

La disponibilità di materiale cartaceo è tale per cui, quando un candidato si imbatte in un conoscente potenziale elettore, gli consegna non una ma un nutrito pacchetto di copie di quella merce, nella speranza che costui diffonda il prezioso verbo stampato presso amici e parenti.

Poi magari arrivano gli ultimi giorni di campagna elettorale e non si sa più che farsene di tutto quel bendiddio (si fa per dire) che è avanzato e così, pur di assicurare un po’ di visibilità alla propria candidatura e racimolare qualche voto in più, si è disposti persino a lanciare dall’auto in corsa i facsimile e i talloncini colorati con il proprio nome e il simbolo della lista, alla stregua dei volantini propagandistici lanciati dagli aerei degli Alleati sulle città occupate dai nazifascisti durante l’ultimo conflitto mondiale (lo so, il confronto è impietoso, ma chissà che serva a dissuadere qualcuno dal compiere un simile stupido gesto?).

Si dirà, è la democrazia, bellezza! come può il confronto fra le persone e i programmi fare a meno della diffusione di prodotti a stampa che consentano ad ogni elettore di farsi una sua idea di fronte all’ampia scelta che gli si parla davanti? Ok, posso capire, ma li avete letti gli slogan messi nero su bianco dagli aspiranti sindaci e consiglieri dal faccione sorridente? Tranne qualche meritoria eccezione, nel loro insieme non sono altro che una fiera paesana della banalità, nella quale attributi vuoti e non verificabili quali onestà, competenza, impegno, serietà, trasparenza, dominano la scena, lasciando il più delle volte ai margini ciò che davvero conta, ovvero le linee programmatiche e l’illustrazione dei modi per attuarle.

Ma torniamo alla carta, e ricordiamoci degli alberi che l’hanno generata, che ora non ci sono più, e dell’ossigeno che ci donavano. Proviamo ad immaginare le opere letterarie, la saggistica, gli studi scientifici che avrebbero potuto essere stampati al posto di quei volantini che nessuno legge destinati in brevissimo tempo a diventare rifiuti.

Mi piace pensare che, anziché sporcare le vie cittadine e, dopo, marcire in discarica, quella montagna di cellulosa possa avere una nuova vita reincarnandosi in carta riciclata, sui cui fogli qualche scrittore in erba possa domani vergare a mano poesie o romanzi, come si faceva una volta.

Sarebbe bello, vero? E allora pensiamoci prima di cestinare nella frazione indifferenziata o peggio in strada tutta la cellulosa elettorale di cui non vediamo l’ora di disfarci. Destinarla al riciclo sarebbe oltretutto un bel modo per testimoniare una cittadinanza adulta, che mette in pratica il cambiamento anziché limitarsi a pretenderlo da candidati spreconi dissipatori di risorse.

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