Fermate il mondo, voglio piangere! (Prima parte)

Siete amanti dell’avventura? Bene, immaginate di essere stati imbarcati su una navicella spaziale con l’incarico di raggiungere un pianeta lontano anni luce popolato da alieni. Si tratta di una missione ad alto rischio, e giustamente ve la state facendo sotto per la paura. Siete infatti consapevoli che potreste tirare le cuoia per uno dei seguenti motivi: a) c’è il rischio che le scorte di cibo e acqua non siano sufficienti; b) l’aria nell’abitacolo potrebbe ad un certo punto diventare irrespirabile; c) il quadro comandi della navicella è così dannatamente complicato che è sufficiente un piccolo errore di manovra durante la fase di atterraggio per farvi schiantare sul pianeta alieno.

Nell’augurare buona fortuna al coraggioso esploratore, torniamo ora sulla nostra ben più ospitale e confortevole (per ora) navicella, la Terra, e proviamo a traslare la storiella spaziale di cui sopra dalla dimensione individuale a quella collettiva. Conosciamo bene, anche se ci ostiniamo a sottovalutarne la portata, le esiziali minacce esemplificate dai casi a) e b). Sappiamo infatti che il nostro pianeta non è in grado né di soddisfare indefinitamente la voracità di risorse naturali di sette miliardi e mezzo (in aumento) di esseri umani né di assorbire all’infinito i prodotti di scarto da questi rilasciati nell’ambiente. Ma le contraddizioni su scala globale che investono qui ed ora la nostra avventura sulla Terra non si limitano alle due appena citate: la religione totalizzante del Progresso condita con l’abbondante flusso di energia fornito dalle fonti fossili ci ha infatti portato in un paio di secoli a sviluppare una civilizzazione sofisticata ed inestricabilmente complessa la cui gestione, come il quadro comandi della navicella, diviene più ardua da sostenere ogni giorno che passa.

Dalla dichiarazione dei redditi alle procedure per la rescissione di un contratto, dalle bollette dell’energia elettrica fino all’iter autorizzativo di un impianto fotovoltaico, tutti noi viviamo quotidianamente sulla nostra pelle la fatica crescente di comprendere la realtà, di esercitare la nostra libertà di scelta e di stare al passo con la miriade di adempimenti richiesti da una società avanzata. Dobbiamo dunque fare i conti non più solo con i due limiti per eccellenza – la finitezza degli input e l’accumulo degli output – tipici dei sistemi chiusi, ma sempre di più anche con quella che è stata efficacemente definita la terza ganascia dell’insostenibilità, ovvero la crescente complessità della società contemporanea, che facciamo fatica a tenere sotto controllo e che si sta rivelando sempre di più un peso insopportabile.

In effetti questi tre fattori di crisi sistemica con cui ci stiamo scontrando sembrano potenziarsi vicendevolmente, acuendo le difficoltà dei singoli come delle nazioni ed evidenziando l’incapacità dei sistemi di governance di guidare il genere umano lungo un cammino di sostenibilità. Oltre un certo limite, la complessità assorbe più risorse di quelle che è chiamata a gestire, richiede fabbisogni crescenti di energia (spesso misconosciuti in quanto mascherati dall’immaterialità), emette gas serra e restituisce servizi qualitativamente scadenti alla collettività. La complessità sociale nelle sue varie declinazioni – la varietà delle condizioni individuali, le iperspecializzazioni, la burocrazia, l’innovazione tecnologica, la finanziarizzazione dell’economia, la gestione delle informazioni, i sistemi educativi e sanitari – spesso fa sì che la risoluzione di un problema ne faccia germogliare di nuovi con un micidiale effetto moltiplicatore, e in tutto ciò la politica che dovrebbe farsene carico diviene sempre più impotente, con gli inevitabili corollari di scollamento crescente con gli umori dell’opinione pubblica e manipolazione ad arte della verità per fini di propaganda.

Nel governare le complessità, le istituzioni sono di fronte a un bivio: possono decidere di adeguarsi ad esse, compiendo lo sforzo di produrre norme che sappiano regolare equamente l’intera gamma di situazioni presenti in una società variegata ed iper-sfaccettata, oppure di forzare processi di semplificazione con l’obiettivo di creare regole chiare ed intellegibili. Nel primo caso avremo però bisogno di una burocrazia monstre, costosa e soffocante, mentre nel secondo spalancheremo certamente le porte ad ingiustizie ed arbìtri nei confronti della varietà di soggetti che non vengono inquadrati da norme che disconoscono la complessità. Ciò equivale a passare dalla padella alla brace, anche perché pretendere di semplificare ciò che semplice non è vuol dire prestare il fianco a opposizioni e contenziosi di ogni tipo, con il probabile risultato di far rientrare dalla finestra la complessità che abbiamo fatto uscire dalla porta.

Insomma, non c’è scampo, a tutti i livelli il binomio inscindibile crescita-complessità costa una fortuna e sottrae risorse preziose, cosa che in uno scenario di stagnazione economica non fa che spargere sale sulle ferite di una società che non rinuncia alle aspettative di un futuro più prospero nonostante i mille problemi con cui è alle prese.

Che divincolarsi dalle “complicazioni della complessità” sia un’impresa a dir poco titanica al punto da pregiudicare l’implementazione delle decisioni scaturite dalla volontà popolare lo dimostra la vicenda della Brexit: se una delle ragioni che hanno spinto la maggioranza dei cittadini britannici ad uscire dall’UE era quella di arrestare il cospicuo flusso di denaro pubblico diretto a Bruxelles, è ora probabile che i sudditi di Sua Maestà dovranno ricredersi, visto il conto astronomico presentato a Londra dalla Commissione Europea. Non solo: sembra ormai assodato che i negoziati fra le parti che dovrebbero formalizzare l’uscita del Regno Unito dall’Unione dureranno anni, tante e tali sono le questioni sul tappeto. Del resto, non deve stupire che l’oggetto del contendere sia così sovradimensionato, poiché esso è l’inevitabile conseguenza dell’ipertrofica produzione normativa delle istituzioni europee, che nell’arco di quarant’anni hanno dovuto sudare le proverbiali sette camicie per tenere insieme le volontà contrastanti degli Stati membri attraversando scenari politici ed economici in continua evoluzione.

Nel suo celebre saggio The Collapse of Complex Societies, l’antropologo e storico americano Joseph A. Tainter spiega il collasso di una serie di civiltà passate con i ritorni decrescenti degli investimenti in complessità che una società in crescita non può evitare di sostenere. Nel caso dell’Impero Romano d’Occidente, ad esempio, si citano l’aumento delle spese militari e gli enormi costi per la costruzione di fortificazioni, strade e infrastrutture necessarie man mano che l’Impero si ingrandiva e i suoi confini si allontanavano da Roma: costi insopportabili associati a benefici limitati, che finirono con indebolire le fondamenta del sistema fino a farlo collassare. Secondo Tainter, che ha scritto il suo saggio nel 1988, la civiltà globalizzata contemporanea sta sperimentando nei settori dell’energia, della ricerca e dell’istruzione (ma l’elenco potrebbe allungarsi a dismisura) dei ritorni decrescenti analoghi a quelli che hanno portato al crollo delle civiltà passate. Allo stesso tempo, egli riconosce che determinate innovazioni tecnologiche possono, per un certo periodo, arrestare il declino delle società complesse ed incrementare la produttività marginale del sistema, rendendo quindi temporaneamente sostenibile un ulteriore aumento di complessità.

Nei decenni passati, ci sono stati effettivamente almeno due breakthrough tecnologici fondamentali che hanno permesso di gestire efficacemente la mole di dati in crescita esponenziale che accompagna l’aumento di complessità delle società in cui viviamo: mi riferisco ovviamente all’informatica e al web, sempre di più al centro delle nostre vite e dei sistemi di gestione di ogni tipo di processi. Senonché, di pari passo con il rafforzarsi della centralità dei sistemi informatici nei più disparati settori dell’economia e dell’amministrazione, è aumentata anche la loro vulnerabilità, costringendo la molteplicità degli utenti pubblici e privati ad un incremento cospicuo degli investimenti per assicurarne la sicurezza.

Ma se nonostante le poderose difese messe in campo assistiamo all’intensificarsi di attacchi cibernetici da far tremare i polsi come quello operato nei giorni scorsi dal virus WannaCry (Voglio Piangere, nome quanto mai eloquente) sui computer di mezzo mondo, allora c’è da chiedersi seriamente se per caso la morsa dell’insostenibilità stia cominciando a stritolare anche i sistemi virtuali ai quali abbiamo conferito senza esitare una delega in bianco alla gestione di ciò che abbiamo di più prezioso, i nostri dati, senza i quali il collasso paventato da Tainter probabilmente avverrebbe in un batter di ciglia.

(la seconda parte del post sarà pubblicata prossimamente su questo blog)

 

Annunci

2 pensieri su “Fermate il mondo, voglio piangere! (Prima parte)

  1. Sono d’accordo con Joseph A. Tainter riguardo al legame che lega l’aumento vertiginoso della complessità (o più precisamente ai costi di gestione delle infrastrutture) e il collasso delle civiltà (la nostra inclusa). Ritengo però che questa sia una mezza spiegazione. Per l’Impero Romano così come per noi ciò ce fa levitare la complessità interna alla civiltà non è nè la tecnologia nè la politica nè i sistemi produttivi in sé. Ciò che spinge all’aumento di complessità è l’elité di comando che sfrutta le disfunzioni socio/economiche in prossimità dei momenti storici in cui sarebbe richiesto un radicale cambiamento e rinnovamento per proteggere ed accrescere oltre ogni limite il proprio potere a scapito di tutto e di tutti.

    Per i romani si trattò di proteggere all’estremo gli schiavisti e gli affaristi legati all’apparato militare dell’Impero. Per noi “uomini moderni” cambia assai poco. Dettagli a parte infatti ciò che spinge al suicidio la civiltà complessa è l’uso del denaro e dei sistemi mercantilistici di scambio di merci e servizi.

    Il problema non riguarda solo le elité di comando. L’intero corpo sociale è culturalmente così attaccato a questi strumenti (denaro e mercato) che non è neppure in grado di immaginare un’economia priva di essi (e lo stesso valeva anche per i romani dell’Impero). Ed è proprio questa assurda rigidità ( proprio nel momento in cui sarebbe invece necessario un radicale cambiamento) a uccidere le civiltà.

    Avvicinandosi al cambiamento le elité sfruttano il loro crescente potere relativo (ossia quello che loro stessi vantano rispetto alle altre classi sociali) per aumentare ancor più il proprio potere e lo fanno cannibalizzando l’economia morente. Il collasso che ne segue (la morte economica della civiltà che finisce con lo spazzare via tutti e tutto, elité incluse) non è inevitabile. E’ una scelta.

    Se vi sembra che il mio ragionamento abbia qualcosa di darwiniano è perchè lo è. Le civiltà, non meno degli individui o delle specie devono essere adatte alle circostanze, se vogliono sopravvivere. Scelte sagge come crescenti livelli di collaborazione (che conducono a miglioramenti nell’economia reale) allungano la vita della civiltà che li compie. Scelte di sciacallaggio a breve e brevissimo termine (che oltretutto spingono il conflitto sociale ai massimi livelli) accorciano la vita della civiltà che le compie.

    il virus virus WannaCry, lo schiavismo e l’espansionismo militare romano, la Brexit e l’iper-legiferazione sono tutti sintomi. La causa sottostante (che li accomuna) è l’uso del denaro e del commercio. Qual’è lo scopo ultimo di WannaCry? E quello degli schiavisti? E quello della speculazione finanziaria? E quello delle lobby? E quello dell’iper-burocrazia che finisce per rendere ogni regola talmente complessa da divenire arbitraria?

    La tecnologia fa crescere il grado di complessità di una civiltà. Non intendo certo negarlo, ma è una frazione insignificante rispetto alle logiche monetaristiche e commerciali. Basta vedere dove sta il potere: nei laboratori di ricerca avanzata o nelle banche? A Wall Street oppure a CERN?

    Un saluto a tutti

    Liked by 1 persona

  2. Per Stefano Ceccarelli. Ho letto art.Su suo impianto con Accumulo. Per cortesia. Mi contatti.Ho dei suggerimenti che le possono essere utili.Inoltre vorrei incontrarla.Sto a Sora..Mi occupo di risparmio ed efficienza energetica oltre che di Cogenerazione e Fotovoltatico OFF-GRID. Sig.Gregorio Eboli. Cell.349-8756837.Saluti

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...