Jurassic Bubble

La designazione di Rex Tillerson, fino a poco fa CEO del colosso petrolifero Exxon, a Segretario di Stato dell’amministrazione Trump ha tutta l’aria di apparire un segno di ritrovata potenza dei giganti delle fonti fossili. La notizia che uno dei massimi esponenti del settore oil&gas assurga a capo della diplomazia della maggiore potenza mondiale può facilmente essere letta come un messaggio muscolare indirizzato ai mercati e all’opinione pubblica dal neoeletto presidente USA. Con quella nomina Donald Trump sembra voler dire a muso duro che la riduzione delle emissioni di gas serra è l’ultima delle sue preoccupazioni, e che con lui alla Casa Bianca petrolio, gas e carbone sono destinati a rimanere ancora per molto gli unici veri motori dell’economia, relegando le fonti rinnovabili ad un ruolo residuale o al massimo complementare. Ovviamente, il negazionismo climatico degli uomini messi ai vertici della nuova Amministrazione USA e dello stesso Trump, sebbene insostenibile sul piano delle evidenze scientifiche, è perfettamente coerente con lo scopo dichiarato.

Ma siamo sicuri che la vittoria di SuperDonald e la nomina di Tillerson indichino una rivincita dei vecchi poteri forti legati al petrolio? Non sarà invece che ci troviamo di fronte ad un colpo di coda di quei poteri dettato dalla disperazione? In effetti, è sufficiente andare un po’ oltre le apparenze per comprendere che la mossa di Trump può essere letta in senso diametralmente opposto, e cioè che la debolezza del campo delle fonti fossili è tale da aver reso necessaria una scelta estrema, quella di mettere un profondo conoscitore del settore petrolifero a negoziare le strategie energetiche con il resto del mondo e a persuadere le cancellerie a non dubitare della centralità del petrolio nei decenni a venire. Trump, insomma, deve aver valutato che l’intento, sbandierato ai quattro venti in campagna elettorale, di rivitalizzare l’industria nazionale dei fossili richiedeva che fosse collocato l’uomo giusto al posto giusto. Ecco perché Tillerson è stato chiamato ad occuparsi di politica estera anziché di altro, come a prima vista sarebbe apparso più consono.

L’esperto di questioni petrolifere Mathieu Auzanneau, in un suo recente articolo apparso su Le Monde, si è spinto ad affermare che la nomina di Tillerson e l’avvicinamento fra Trump e la Russia di Putin sono un segno dell’imminente picco del petrolio e del raggiungimento dei limiti alla crescita economica imposti dalla finitezza delle risorse non rinnovabili. Il ragionamento di Auzanneau è semplice: i principali giacimenti mondiali sono in declino, e nonostante i massicci investimenti tecnologici sui pozzi in esercizio la produzione di petrolio globale langue. Per di più, le nuove scoperte sono ai minimi, anche a causa dei prezzi bassi degli ultimi due anni che hanno limitato fortemente gli stanziamenti miliardari necessari all’avvio di nuovi progetti di esplorazione. Dunque, l’alleanza fra le due ex superpotenze USA e Russia sarebbe funzionale all’esigenza di riportare in alto i prezzi del greggio – operazione impossibile senza il consenso di Putin – e ridare linfa alle nuove scoperte, consentendo ai capitali e al know-how tecnologico americano l’accesso agli immensi territori artici e siberiani il cui potenziale in termini di produzione petrolifera futura (convenzionale e non) è ancora tutto da conoscere.

Del resto, le proiezioni elaborate da agenzie internazionali e banche d’affari parlano chiaro: senza una rapida, massiccia ripresa degli investimenti si corre il rischio di andare incontro nel giro di un decennio, o anche meno, ad un vistoso divario fra domanda ed offerta, che si tradurrebbe in una crisi petrolifera che farebbe impallidire il ricordo di quella degli anni ’70. Ecco perché le major del comparto oil&gas da un lato, e la coppia Trump & Tillerson dall’altro, hanno un bisogno disperato di far risalire rapidamente le quotazioni del greggio per poter riprendere a trivellare in ogni dove, dagli USA (dove il settore del fracking è indebitato fino al collo) fino ai santuari più inaccessibili del pianeta.

Tutto chiaro, dunque? Niente affatto, perché lo scenario dipinto finora non tiene in minima considerazione l’apocalisse climatica che minaccia di affondare la fragile navicella della civilizzazione umana: ostinarsi ad attuare politiche basate sulla spericolata equazione ‘combustibili fossili uguale crescita economica’ vuol dire essere doppiamente miopi, rifiutando di guardare in faccia sia gli impatti micidiali del riscaldamento globale che l’ineluttabile realtà della progressiva deplezione delle risorse di idrocarburi. La strategia elaborata dalla nuova amministrazione USA appare allora un folle gioco d’azzardo truccato in cui a vincere potranno forse essere nel breve termine le loro sorti personali e quelle delle élite mondiali, ma a perdere sarà alla lunga l’umanità intera. Il dramma è che la scommessa dei due novelli tirannosauri avvinghiati alle fonti fossili – mai nome di battesimo (Rex) fu più appropriato per un magnate del petrolio! – discende da un approccio antiscientifico e da una visione obsoleta dell’economia che cozzano con l’esigenza ineludibile di cambiare radicalmente registro, e di farlo al più presto.

Ma c’è dell’altro che i nostri due residuati di ere geologiche passate sanno benissimo, e che non può non turbare i loro sonni. I conti della Exxon e degli altri giganti petroliferi non sono minacciati solo dall’imminente picco del petrolio e dall’attuale bassa redditività, ma da una serie di altre dinamiche interne al sistema capitalistico e ai meccanismi che regolano i mercati globali. Si tratta di una lista da far tremare i polsi. In estrema sintesi, eccola:

  • l’auspicato aumento del prezzo del petrolio non va affatto d’accordo con la perdurante crisi dell’economia mondiale, che ogni giorno che passa si rivela come qualcosa di strutturale e non congiunturale. Il commercio internazionale, già asfittico, non può sopportare l’aumento dei costi dei carburanti senza subire pesanti conseguenze, che sono destinate a ripercuotersi negativamente sulla salute delle economie dei paesi importatori, in un quadro in cui il potere d’acquisto delle classi lavoratrici si erode sempre di più;
  • fortunatamente, l’impiego di fonti di energia alternative a petrolio, gas e carbone si fa strada rapidamente, e i loro costi scendono ad una velocità impressionante: già oggi il costo del chilowattora da solare fotovoltaico al netto dei sussidi è paragonabile a quello da centrali a gas o a carbone in un’ampia gamma di Paesi, e l’accoppiamento con i nuovi sistemi di accumulo permette di ridimensionare i problemi legati all’intermittenza dell’energia solare. Per di più, la competitività delle rinnovabili non potrà che rafforzarsi ulteriormente man mano che la tecnologia renderà queste fonti energetiche ancora più efficienti e versatili. In un tale scenario, i paesi in via di sviluppo, in maggioranza a forte insolazione, nei quali è localizzata gran parte della crescita prevista per i prossimi decenni, non hanno più alcuna valida ragione per scegliere di investire in nuove centrali a combustibili fossili in presenza di un’alternativa più economica, pulita, decentrata e non soggetta ai capricci di potentati oscuri e lontani;
  • l’avvento dell’era dell’auto elettrica di massa, ormai alle porte grazie alle economie di scala che si stanno rapidamente configurando, si appresta ad infliggere un colpo durissimo, forse esiziale, all’industria petrolifera, a cui verrà presto a mancare il mercato finale più importante, quello del trasporto leggero, che anche solo un paio di anni fa sembrava non poter fare a meno di benzina e gasolio;
  • il processo di disinvestimento dalle fonti fossili, iniziato timidamente ad opera di pochi visionari preoccupati per le conseguenze del riscaldamento globale, ha condotto in poco tempo ad una significativa fuga di capitali che dalle casse delle aziende operanti nell’estrazione e nell’impiego di carbone e petrolio sono migrati verso approdi più sicuri. Secondo un recente rapporto, il valore degli assets disinvestiti dalle fonti fossili o in procinto di esserlo ha raggiunto il valore di 5 trilioni di $, il doppio di soli 15 mesi prima. In queste condizioni, non è difficile immaginare che sarà sempre più arduo per Big Oil reperire fondi sui mercati per i progetti di esplorazione e sviluppo di nuovi giacimenti;
  • anche ammesso che il rubinetto dei finanziamenti non si chiuda, le turbolenze dei mercati finanziari non promettono nulla di buono per un settore che deve la sua immane capitalizzazione al valore delle riserve stimate di petrolio e gas situate sottoterra o sotto i fondali marini. E allora se, com’è ormai accertato, l’80% di quelle riserve non potrà mai essere estratto né tantomeno utilizzato se vogliamo sperare di contenere i cambiamenti climatici entro livelli accettabili, quel capitale è destinato presto o tardi ad evaporare, facendo deflagrare una nuova micidiale bolla finanziaria – la Carbon Bubble di cui parlano ormai apertamente gli addetti ai lavori – che è in grado di trascinare verso il collasso l’intera economia globale. Trump potrà forse rassicurare per un po’ i mercati convincendoli che con la sua amministrazione investire nelle fonti fossili è ancora garanzia di profitti futuri, ma l’inganno non può durare a lungo laddove l’antistorica narrazione del tycoon statunitense si scontra con la scelta senza ritorno di puntare ad un’economia a bassa intensità di carbonio messa in campo dal resto del mondo coerentemente con l’Accordo di Parigi del dicembre 2015.

Dunque la missione assegnata dal nuovo inquilino della Casa Bianca al più vorace dei grandi rettili dell’era giurassica si preannuncia tutt’altro che una scampagnata. Capiremo presto se i denti aguzzi di T-Rex riusciranno ad intimidire i mercati, gli investitori, le diplomazie mondiali e l’ONU. I prossimi quattro anni saranno probabilmente decisivi nella dura lotta fra chi spinge per anticipare il futuro e chi vuole invece allontanarlo con ricette tanto anacronistiche quanto sciagurate. Di sicuro c’è che, se si avvererà la profezia di Thierry Lepercq, capo della R&S di Engie, secondo cui per mantenersi competitivo con le fonti rinnovabili il prezzo del petrolio dovrebbe crollare a 10 $ al barile in meno di un decennio, il destino di Big Oil è segnato e la sfida di Tillerson è persa in partenza.

Ci aspettano anni interessanti, nei quali i potenti del mondo dovranno scongiurare la tempesta perfetta che rischia di far naufragare l’astronave Terra con la micidiale combinazione di bolle finanziarie, picchi delle risorse, crisi climatica e parecchio altro. Quanto al petrolio, la sfida è quella di riuscire a guidare il suo inevitabile declino senza eccessivi scossoni, navigando su uno stretto crinale che eviti da un lato un’implosione troppo precoce dei mercati – che metterebbe a repentaglio l’indispensabile transizione verso le fonti pulite di energia – e dall’altro l’anacronistica rinascita del settore ad opera di potentati legati al passato, anzi a mostri come il T-Rex che credevamo estinti.

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Un pensiero su “Jurassic Bubble

  1. Canto del cigno? Il petrolio estraibile è in declino rapido da un ventennio; abbiamo messo nel conteggio robaccia che produce più spese che ricavi. E le cose non vanno bene.

    Posso credere di più al tentativo di rilancio dei rapporti bilaterali: probabilmente gli americani sperano di poter tornare ad investire all’estero, in Russia ma non solo. Ovviamente questo non arresterà il declino nel complesso.

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