Pianta che ti passa

Il momento migliore per piantare un albero è vent’anni fa. Il secondo momento migliore è adesso.

(Confucio)

Il divario abissale che separa l’immensità dei problemi dell’ambiente globale dalla capacità dei singoli di incidere su di essi è in grado di annichilire gli sforzi di ciascuno, demotivando finanche le persone più consapevoli e più inclini a non arrendersi di fronte alle minacce che incombono sul genere umano. Cosa possono realisticamente sperare di ottenere il predicamento e le azioni concrete di alcune centinaia di migliaia di donne e di uomini di buona volontà in tutto il mondo di fronte alla micidiale spinta distruttiva di sette miliardi di individui, mossi per la maggior parte da un irrefrenabile desiderio di migliorare i propri standard di vita attraverso il consumo di beni e risorse? Non è un po’ come pretendere di contenere l’innalzamento del livello dei mari rimuovendo l’acqua con dei secchi? 

Del resto, si sa, la capacità di un singolo di incidere su un qualsivoglia problema è inversamente proporzionale alla dimensione del problema stesso, e questo vale in ogni campo. La Storia però ha dimostrato che la molla che tende al raggiungimento di certi traguardi ambiziosi può generare un effetto contagioso moltiplicatore in grado di ribaltare i rapporti di forze e condurre a successi insperati. Un esempio che viene spesso citato a questo proposito è la straordinaria mobilitazione di popolo avvenuta durante la Seconda Guerra Mondiale in Gran Bretagna, che fu fondamentale nella sconfitta della potenza militare nazista che tutti ritenevano invincibile.

È difficile dire se i temi ecologici potranno mai avere un impatto così profondo sulle coscienze della gente comune, tale da far invertire in modo decisivo la rotta di collisione che stiamo collettivamente percorrendo. Al momento, francamente, sembra di no: l’affanno un cui ci si dibatte per sovrastare le mille angustie e complicazioni della vita quotidiana impedisce di convogliare una massa critica di energie su una serie di questioni cruciali per i destini dell’umanità, prima fra tutte il cambiamento climatico. Tanto più che alcune delle opzioni individuali che vengono correttamente raccomandate per contrastare il fenomeno non sono alla portata delle tasche di tutti, e forse in qualche caso non lo saranno mai: ad esempio, l’installazione di energie rinnovabili o l’acquisto di un auto elettrica, per quanto possano risultare remunerative sul lungo termine, richiedono purtroppo un investimento iniziale che scoraggia i più. Incentivare queste scelte virtuose spetta alla politica, come sappiamo, ma limitarsi a delegare il cambiamento ai governi e alle istituzioni internazionali non sarà sufficiente, temo, a scongiurare il peggio se parallelamente non sgorga una mobilitazione spontanea dal basso.

Dobbiamo dunque guardare ad opzioni non dispendiose, fattibili e dirompenti al tempo stesso, che tutti possono far proprie per dare il proprio contributo ad una causa decisiva per le sorti del genere umano almeno quanto lo fu la sconfitta di Hitler settantadue anni or sono.

Ebbene, se c’è un gesto semplice, bello, economico, antico e al contempo oggi più che mai rivoluzionario che può essere compiuto da tutti è quello di piantare alberi. Il più possibile. E dopo averlo fatto, piantarne altri, isolati o in gruppo, e poi altri ancora, anno dopo anno. E averne cura quando è necessario, gioire vedendoli crescere, ammirarli stupendosi ogni volta della bellezza antica, ancestrale del verde dei boschi e delle meraviglie che si scoprono addentrandosi al loro interno. Controindicazioni? Nessuna, che io sappia (oddio, magari non sarebbe male evitare che ombreggino gli impianti fotovoltaici…). Spazio disponibile? Ce n’è in abbondanza, praticamente ovunque, anche per chi vive nelle città. Guardandosi intorno, ognuno di noi potrà trovare un’infinità di luoghi dimenticati, terre di nessuno, spazi residuali, piccoli appezzamenti incolti di terreno, aiuole spartitraffico, prati abbandonati, giardini privati, sponde fluviali, zone marginali in aree a vocazione artigiana o industriale, parcheggi e quant’altro. Anche la più piccola superficie è sufficiente per fare spazio ad un alberello. Non mi dilungherò sulla moltitudine di benefici, a tutti noti, che derivano dall’essere circondati dagli alberi, specialmente per chi vive in città. Il verde fa bene all’ambiente come all’anima, purifica l’aria e trattiene l’acqua, emana bellezza e diffonde serenità. Gli alberi sono un’efficace barriera anti-rumore, rinfrescano le città in estate, diminuendo l’energia richiesta per il condizionamento degli ambienti, ed attutiscono l’impatto dei venti freddi in inverno.

Ma quale può essere il risultato di un’azione capillare di rimboschimento in termini di compensazione delle emissioni climalteranti? Proviamo a fare due semplici conti, restringendo il campo per semplicità all’Italia. Ogni albero di medie dimensioni può assorbire complessivamente nel corso della sua vita grossomodo una tonnellata di CO2 (in realtà le stime pubblicate variano di molto in funzione della specie e di una serie di altri parametri); secondo l’ISPRA, gli italiani emettono in un anno 343 milioni di tonnellate di CO2. Dunque, teoricamente se ognuno dei 60 milioni di abitanti piantasse sei alberi ogni anno, al netto degli abbattimenti, si potrebbero interamente compensare le emissioni prodotte dalle attività umane. Straordinario, vero? Peccato che in pratica le cose sono molto più complicate. La trasformazione di un virgulto in un albero e di un insieme di piantine in un bosco maturo è un processo lungo e irto di ostacoli, che richiede infinita pazienza e altrettanta buona sorte: siccità, parassiti, incendi, vandalismi, tagli indiscriminati sono sempre in agguato, e difendersi da essi non è facile. Certamente una comunità locale che abbia a cuore la sorte degli alberi può far molto per prevenire fuochi e abbattimenti incontrollati. Ma contro le insidie del clima, destinate ad intensificarsi man mano che cambia, si può ben poco: sebbene milioni di anni di evoluzione abbiano reso i boschi dei veri campioni di resilienza mettendoli in grado di sopravvivere alle più disparate avversità, l’alterazione marcata del profilo delle precipitazioni, le modificazioni degli habitat e l’invasione di specie non endemiche, tutti fenomeni acuiti dal riscaldamento globale, rappresentano minacce che mettono costantemente a repentaglio la crescita della vegetazione e minano la salute delle foreste.

Poi, naturalmente, ci sono una serie di vincoli ulteriori, a partire dalla limitatezza dello spazio fisico, che rendono palesemente irrealizzabile l’idea di compensare interamente le emissioni di CO2 con la fissazione di carbonio da parte della biomassa vegetale. Ma questa consapevolezza non deve scoraggiarci dal fare ciò che è buono e giusto, anche perché qualunque strategia organica di mitigazione del riscaldamento globale non potrà prescindere dall’adozione sistematica di iniziative capillari di afforestazione e riforestazione, nelle quali saranno per forza di cose gli enti locali, le associazioni e i singoli cittadini a dover fare la parte del leone.

Ma come la mettiamo con l’economia? Che contributo possiamo aspettarci da un settore che ha creato ricchezza proprio grazie allo sfruttamento delle risorse naturali? Ebbene, proprio perché piantare alberi è facile e costa poco, il sistema industriale, specialmente dopo l’adozione del Protocollo di Kyoto, ha fatto uso – anche se non come sarebbe stato necessario – di programmi volontari di compensazione delle emissioni di CO2 prodotte dalle proprie attività mediante nuove piantumazioni in aree boschive e non. Peccato che queste iniziative, se non si accompagnano ad azioni incisive dirette a tagliare le emissioni e a ripensare radicalmente prodotti e processi, assomigliano tanto ad uno sfacciato greenwashing. Ciò detto, piantare alberi non è mai sbagliato, e l’adozione di progetti certificati e trasparenti di compensazione delle emissioni tramite riforestazione dovrebbe a mio avviso essere incoraggiata a tutti i livelli e sostenuta dal supporto attivo dell’opinione pubblica.

Qualcuno a questo punto obietterà che il limite intrinseco dei programmi di rimboschimento risiede nel fatto che gli alberi non sono immortali, e che ad un certo punto dei tagli selettivi sono inevitabili, foss’anche solo per permettere alle piante più giovani di crescere. Verissimo. Ma è il destino dei tronchi tagliati a fare la differenza in termini di bilancio netto fra carbonio stoccato nella biomassa e carbonio reimmesso in atmosfera: è sufficiente smettere di bruciare legna ed usarla per farne materiali da costruzione, pali, mobili e altri elementi di arredamento, per incrementare di molto, e per molto tempo, la quantità di carbonio fissato ad opera delle piante.

Vedendola da un’altra prospettiva, per noi europei piantare alberi non è nient’altro che un gesto riparatore tardivo, dopo che per secoli abbiamo lavorato indefessamente di scure per radere al suolo il tappeto boschivo che ricopriva il continente. Ora che le motoseghe in azione stanno dando inizio all’abbattimento dell’ultima fra le foreste primigenie europee, quella di Bialowieza in Polonia (lo scorso anno il governo polacco ha approvato fra le polemiche un piano di disboscamento nella fascia di rispetto del parco nazionale), è venuto il momento – se non ora, quando? – di invertire la rotta. Purtroppo non potremo mai ripristinare la biodiversità perduta delle foreste vergini, né supplire alla perdurante distruzione del polmone verde amazzonico, che procede indisturbata al ritmo di 140 campi di calcio ogni ora, ma almeno, vedendo crescere intorno a noi alberi che devono alla nostra deliberata scelta il fatto di esistere, potremo forse attenuare un po’ il senso di colpa che opprime le coscienze del mondo ricco per aver devastato la Terra.

Ma anche per chi non soffre di sensi di colpa, rinunciare a piantare alberi è un po’ come smettere di sperare, e questo, decisamente, non possiamo permettercelo.

 

 

 

 

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4 pensieri su “Pianta che ti passa

  1. Trovo questo post bellissimo e verissimo. Dalla iniziale citazione del mitico Confucio fino al punto conclusivo. I miei più sinceri ringraziamenti e complimenti a Stefano Ceccarelli. Spero che questa filosofia si diffonda a macchia d’olio non solo su tutto il territorio europeo, ma sul globo intero.

    Nella speranza di rinverdire quella speranza che serve a rinverdire il mondo segnalo qualche caso molto edificante a tal proposito:

    http://www.guardachevideo.it/video/9488/da-isola-deserta-a-foresta:-quest-uomo-ha-piantato-da-solo-800-ettari-di-alberi-in-30-anni

    http://www.lifegate.it/persone/news/cina-amici-disabili-piantano-alberi

    http://www.nomads.it/continua.php?cod=971&pagina=7

    http://www.israele.net/foreste-per-fermare-lavanzata-del-deserto

    http://www.terranauta.it/a1631/citta_ecologiche/las_gaviotas_un_villaggio_sostenibile_e_solidale_nel_deserto_colombiano.html

    L’elenco può sembrare lungo, ma non è che una goccia nel mare dei casi che meriterebbero nella loro straordinarietà o nella loro splendente quotidianità d’essere citati. Il limite di tale elenco sta nella mia ignoranza assai più che nella loro rarità. Ne sono convinto poiché credo vi sia molta saggezza nella celebre frase di Lao Tzi che recita:

    “Fa più rumore un albero che cade che un’intera foresta che cresce.”

    Ciao

    Alessandro

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  2. Grazie per il bel post, pieno di speranza. Iniziamo comune per comune, quartiere per quartiere.

    Molto bello e utile per scopi educativi il cartone che accompagna il racconto di Jena Giono “L’uomo che piantava gli alberi”. Vale 30 minuti del nostro tempo.

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  3. “….ci sono una serie di vincoli ulteriori, a partire dalla limitatezza dello spazio fisico…”

    Nella mia Emilia siamo pieni di calanchi e di pascoli abbandonati. Lo spazio non manca affatto: però mancano le persone, il margine collinare è ormai abbandonato. E mancano le persone che possono fare la differenza: gli agricoltori, animali in via di estinzione. Poi manca anche tutto il resto: senso civico, percezione del problema, mezzi economici.

    Così ci godiamo una agricoltura montana e collinare disfunzionale, antieconomica, che cede il passo ad un deserto di melma. Purtroppo poco potranno fare le esperienze di nicchia limitate alle periferie urbane.

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