La polvere in fondo al dirupo (Prima Parte)

Da “Il piede e l’orma” eBook n. 7 ‘Acque’, Pellegrini Editore, gennaio-giugno 2016. Per gentile concessione dell’Editore e dell’amico Alfonso Cardamone.

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Credeva di aver pensato a tutto. Nel suo paziente e operoso percorso verso la resilienza, Gilberto aveva adottato le scelte che apparivano più sensate per la sopravvivenza sua e di Laura, la sua compagna di vita. Con un equilibrato mix di tecnologia e ritorno al passato, aveva col tempo individuato le strategie a suo giudizio ottimali che consentivano loro di far fronte alle conseguenze del crollo di quella che un tempo veniva pomposamente chiamata Civiltà.

Tutto era accaduto in una decina d’anni, facendo avverare la profezia di Seneca (celeberrima a pochi, in quanto disdicevole ai più) “la crescita è lenta, la rovina precipitosa”, che in altri termini sta a significare che quando qualcosa comincia ad andare storto, tutto andrà via via sempre più storto fino ad appalesare che quella che all’inizio sembrava una lieve discesa era in realtà l’anticamera di un dirupo. Le economie in default, i cambiamenti climatici fuori controllo, la deplezione delle risorse energetiche fossili e la limitata diffusione di quelle rinnovabili, gli sconvolgimenti sociali endemici, le migrazioni di massa, tutto aveva contribuito ad innescare una spirale negativa perversa ed inarrestabile che aveva presto messo tristemente la parola fine all’illusorio mito del Progresso umano illimitato.

Con il disfacimento dell’economia globale e lo spezzarsi delle infinite interconnessioni che meno di un secolo prima avevano trasformato entità locali autonome in un insostenibile quanto ingannevole villaggio globale, chi aveva avuto la lungimiranza di investire le proprie risorse in resilienza anziché in effimeri progetti di arricchimento poteva sperare in una vita dignitosa nella quale la parola felicità avesse ancora un posto nel vocabolario. Era quello in cui avevano confidato Gilberto e Laura, divenuti energeticamente indipendenti grazie all’impianto fotovoltaico domestico collegato ad un sistema di accumulo con batterie al litio, ed in grado di autoprodursi il cibo grazie alla terra: patate, legumi ed ortaggi sufficienti al loro fabbisogno, con l’aggiunta di alcune galline ovaiole che avevano trovato ricovero in una vecchia auto a combustione interna opportunamente convertita allo scopo.

In un contesto socioeconomico disintegrato nel quale il caos regnava sovrano, l’obiettivo obbligato era dunque l’autosufficienza. Non si trattava in verità di una vera e propria autarchia: lo sfaldamento pressoché totale dell’infrastruttura statale e regionale e l’annientamento dell’economia di mercato avevano ricreato all’interno delle comunità forme primitive ma efficaci di cooperazione come il baratto, che risultavano vieppiù preziose ed assicuravano un interscambio dei servizi e delle merci più disparate, talvolta realmente indispensabili.

Credeva di aver pensato a tutto, Gilberto, ma aveva clamorosamente sottovalutato quanto potesse risultare indispensabile un oggetto apparentemente insignificante come un cuscinetto. Eppure stava accadendo sempre più spesso: i pezzi di ricambio di congegni ed apparecchiature meccaniche o elettriche erano via via più difficili da reperire e in molti casi stavano diventando introvabili. Era questo il caso del cuscinetto della pompa idraulica di sollevamento che Gilberto aveva installato nel pozzo freatico impiegato per l’approvvigionamento idrico. Senza quel maledetto cuscinetto la pompa non poteva funzionare, e loro erano rimasti senz’acqua per irrigare l’orto. Aveva cercato dappertutto, ma senza esito. Quel che era rimasto in piedi del World Wide Web non forniva risultati praticabili alla voce cuscinetti, che risultavano disponibili, se quei siti dicevano ancora il vero, sono in qualche località remota impossibile da raggiungere e da cui era impossibile ricevere merci.

Gilberto pensò che non poter attingere l’acqua della falda freatica era la giusta punizione per aver voluto appropriarsi indebitamente di un bene comune sempre più prezioso. Il prelievo incontrollato delle acque di profondità stava infatti acuendo la crisi idrica in una regione affetta da una siccità ormai cronica. Ma alla tragedia dei beni comuni non si poteva opporre alcuna soluzione praticabile, e del resto era stato esattamente questo che aveva provocato la deflagrazione del sistema capitalistico globale occorsa negli anni precedenti. In un pianeta affollato di esseri umani e segnato dall’avidità, fare uso personale di una risorsa pubblica finita vuol dire privare prima o poi qualcun altro della stessa risorsa. Gilberto non aveva mai dimenticato il racconto di un pescatore tunisino che suo padre gli riferì qualche decennio prima: costui si lamentava che il pesce era sempre di meno, e diceva che per far ritornare il pesce nei mari ci sarebbe voluto qualche anno di fermo biologico, ma così facendo, come avrebbe fatto a sfamare i suoi figli nel frattempo? Dopotutto, come biasimare chi preleva una risorsa naturale limitata quando lo scopo non è l’arricchimento ma la mera sussistenza? Cionondimeno, Gilberto provava ugualmente un senso di colpa quando poteva attingere all’acqua di falda, perché sapeva che se tutti avessero fatto lo stesso il problema si sarebbe inevitabilmente aggravato, e così come il Mediterraneo a forza di pescare era ormai diventato un mare morto, loro o altri dopo di loro sarebbero presto o tardi rimasti letteralmente all’asciutto. Che assurda antinomia, pensò Gilberto: acqua senza vita (in mare) e vita senza acqua (in terra)!

Del resto, il trend durava ormai da molto tempo. La casa di campagna dove Gilberto e Laura trascorrevano i loro giorni era vicina a quello che una volta era un corso d’acqua, dove i loro nonni da ragazzi facevano il bagno. Da parecchi anni il fiume era a secco, anche durante l’inverno astronomico (giacché l’inverno meteorologico ormai non esisteva da un pezzo), sia per le precipitazioni ridotte a causa del riscaldamento globale, sia per le captazioni abusive sempre più frequenti effettuate a monte. Dunque, se a valle non arrivava più acqua, non restava che attingere alla falda, almeno fintanto che non si seccasse. Ciò che era accaduto al fiume, peraltro, si era parimenti verificato con l’acquedotto: con la diminuzione della portata, si erano intensificati i prelievi illeciti in prossimità delle sorgenti ad opera di bande di malavitosi che rivendevano l’acqua potabile al mercato nero, e i rubinetti delle case erano col tempo rimasti a secco. Restavano solo le autobotti del Comune scortate da volontari armati a distribuire l’acqua potabile, rigidamente razionata, alla popolazione stremata che non poteva permettersi di acquistarla da quei delinquenti.

Da quando la pompa aveva smesso di funzionare a causa del cuscinetto rotto, e dopo che le ultime riserve prelevate dalla cisterna dell’acqua piovana si erano esaurite, Gilberto e Laura furono costretti a mettere in atto misure di vera e propria emergenza per sopravvivere: il loro piccolo appezzamento di terra veniva innaffiato all’alba con sistemi ‘a goccia’ impiegando modiche quantità dell’acqua distribuita dal Comune (assicurandosi di lasciarne a sufficienza per bere), l’acqua di cottura delle verdure e delle patate, e naturalmente la loro urina, ricca di preziosi fertilizzanti azotati. Di igiene personale neanche a parlarne, ma questo in definitiva era l’ultimo dei problemi. Non pioveva da tre mesi e il sole si ostinava a picchiare duro e implacabile, trasformando il terreno in un monotono patchwork di aride zolle color ocra segnate da ampi solchi. L’arsura colpiva indistintamente il regno vegetale e quello animale, mostrando plasticamente che la vita, tutta la vita, nasce dall’acqua e senz’acqua si spegne inesorabilmente, come una candela. Gilberto non poté fare a meno di pensare alla miriade di usi futili dell’acqua a cui le precedenti generazioni erano state abituate; sorrise amaramente immaginando le piscine, gli inutili prati all’inglese perfettamente rasati e quotidianamente innaffiati, i giardini ornamentali lussureggianti, i campi da golf, i cannoni sparaneve, le vasche a idromassaggio, e via dissipando. Restò basito pensando ai milioni di tonnellate di biomassa animale addomesticata (ché quella selvatica era ormai ridotta a poca cosa nel pieno della Sesta Estinzione di massa) che ruminava fino a vent’anni prima sulla Terra e all’incredibile quantità d’acqua che consumava, direttamente e indirettamente, peraltro col poco nobile fine di fornire cibi per lo più insalubri agli umani. Non provava invidia né astio verso quei vicini antenati spreconi, non solo perché non ne era capace, ma anche perché era intimamente convinto che la vita artificiale e apparentemente godereccia che conducevano non li avesse resi più felici di quanto non fossero ora lui e Laura. Era però, questo sì, profondamente disturbato dal sapere che quegli insensati comportamenti e quegli insostenibili stili di vita avevano finito col rendere irriconoscibile un pianeta che gli piaceva pensare fosse, prima della comparsa di Homo sapiens, rinomato nell’intero universo per la sua incomparabile bellezza.

Fine Prima Parte – La Seconda Parte sarà pubblicata il 16 settembre.

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