Incatenati alla crescita

“…avrà il marmo, e l’angelo che spezza le catene”

Francesco Guccini, Il pensionato

E’ compatibile la crescita economica globale con la lotta al cambiamento climatico? Questo semplice interrogativo, sebbene sia centrale per la comprensione della strada da intraprendere per risolvere il più grave dei problemi che l’umanità ha di fronte, è del tutto marginale nel dibattito pubblico. Lo si era visto chiaramente già nella Conferenza di Parigi dello scorso anno, dove la parola decrescita era semplicemente tabù, e finanche il banale auspicio di ridurre l’uso dei combustibili fossili non compare mai nei documenti ufficiali (nel Paris Agreement la parola emissions compare ben 29 volte, mentre i termini fossil e fuels sono del tutto assenti, come se le emissioni di gas serra derivassero da chissà quali misteriosi processi chimici). Lo si vede anche nel modo superficiale in cui la questione viene narrata nella vulgata corrente: in fin dei conti, dov’è il problema? Basta sostituire – poco alla volta, mi raccomando! – petrolio e carbone con l’energia solare ed eolica, far circolare un po’ di auto elettriche, e il gioco è fatto! Mai che ci si addentri nelle implicazioni profonde di una trasformazione così radicale nel modo di produrre ed usare l’energia, e soprattutto mai che ci si interroghi sull’intreccio inestricabile fra la minaccia climatica e la crisi ecologica globale, sull’insanabile contraddizione fra i meccanismi perversi che guidano l’economia e la finanza e la realtà biofisica della deplezione delle risorse e dell’accumulo di inquinanti nell’ecosfera. Con il risultato che, a dispetto dell’evidenza, nessuno che conti fra i leader mondiali ha il coraggio di ammettere l’impossibilità di una crescita infinita in un pianeta finito, per il semplice motivo che una tale ammissione dovrebbe costringerli ad un cambiamento di rotta nell’azione politica a cui nessuno si sogna minimamente neanche di far cenno.

Fermiamoci al nodo chiave del problema climatico, vale a dire la necessità di limitare drasticamente l’uso delle fonti fossili, e chiediamoci quale sarebbe l’impatto sull’economia globale se sulla base dell’evidenza scientifica stabilissimo il sacrosanto principio che almeno i due terzi delle riserve accertate di carbone, petrolio e gas dovranno rimanere sotto terra senza essere estratte e bruciate. Se tale principio fosse fatto proprio dalla comunità internazionale e riconosciuto come inoppugnabile, le multinazionali del settore oil & gas dovrebbero riscrivere i loro bilanci riducendo drasticamente la valorizzazione delle proprie riserve, con conseguenze molto gravi per i dipendenti, gli azionisti e per la stabilità dell’intero comparto. Le più indebitate fra esse fallirebbero, e considerando il peso che questo settore economico ha sulla finanza internazionale, lo scossone avrebbe ripercussioni pesantissime sulla già fragile e indebitata economia globale. Inaccettabile. Dunque, nell’ottica mainstream è meglio evitare di mettere nero su bianco ciò che andrebbe fatto, e allora limitiamoci a spostare un po’ di investimenti dai settori che non tirano più a quelli dell’economia verde, facciamo contenta l’opinione pubblica inaugurando qua e là qualche nuovo impianto di energie rinnovabili, e andiamo avanti come sempre.

Ma supponiamo per un istante che io stia esagerando e che si possa tranquillamente sposare la posizione moderata (a ben vedere, è arduo etichettare come moderato chi di fatto incoraggia politiche che portano dritti dritti all’estinzione del genere umano, ma tant’è…) di chi sostiene che non possiamo rinunciare da subito a petrolio e gas, e che si deve invece mettere al bando il carbone, il più inquinante e climalterante fra i combustibili fossili. Bene, se così fosse, dovremmo almeno riuscire ad imporre la chiusura dei giacimenti di carbone ancora in esercizio, in fin dei conti non c’è motivo di attendersi un impatto rilevante sull’economia da una tale decisione, anche perché il settore è già in profonda crisi. A maggior ragione una simile scelta dovrebbe scaturire naturalmente e spontaneamente dalle autorità di un paese noto per essere all’avanguardia nelle politiche ambientali.

E invece no. Quando c’è da scegliere fra business e ambiente sembra che anche la più virtuosa fra le nazioni metta da parte le buone intenzioni e le dichiarazioni di principio, e opti per il vil denaro. E’ esattamente ciò che è accaduto in Svezia, dove la scorsa settimana il governo ha approvato la decisione presa dal colosso statale dell’energia Vattenfall di vendere all’azienda ceca EPH le sue miniere a cielo aperto di lignite situate in Germania, nonostante la forte pressione dell’opinione pubblica affinché le miniere venissero semplicemente chiuse senza che potessero venire sfruttate da altri (NB: si tratta di un sito in grado di produrre un miliardo di tonnellate di CO2, una quantità pari a tre volte le emissioni annuali dell’Italia!). Del resto, perché stupirsi? E’ il mercato, bellezza! Perché mai l’ininfluente Svezia dovrebbe autoinfliggersi un danno economico solo per fungere da avanguardia di una rivoluzione che nei fatti nessuno tranne poche anime belle vuole fare?

coal mines
Miniere a cielo aperto di carbone in Germania

 

Capisco l’indignazione dei tanti gruppi ambientalisti che hanno cercato di opporsi a questa operazione finanziaria (per evitare che venissero sfruttate, Greenpeace aveva presentato un’offerta per rilevare le miniere, ma la banca d’affari Citigroup incaricata della vendita ha rigettato la proposta preferendo una transazione finanziaria “vera” piuttosto che una così fuori dagli schemi), ma forse è ingeneroso prendersela troppo con il governo svedese, che in fin dei conti è stato mosso dalla decisione di disfarsi di uno dei suoi assets più inquinanti.

Ciò che però a mio avviso emerge da questa come da tante altre analoghe vicende è che, anche di fronte alla prospettiva di inenarrabili sconvolgimenti climatici, i micidiali ingranaggi che incatenano l’economia mondiale obbligandola a imboccare la strada della crescita si stanno rivelando inattaccabili, e chiunque tenti di opporvisi sembra essere destinato alla sconfitta o all’irrilevanza. Come ha scritto Paul Chefurka, “i cicli di retroazione positiva che guidano la crescita sembrano contenere un meccanismo interno unidirezionale che impedisce loro di essere regolati”. Questa unidirezionalità, probabilmente inscritta nel codice genetico di Homo sapiens sin dagli albori dell’evoluzione della nostra specie, vincola ineluttabilmente sia i singoli che i gruppi a conformarsi a scelte che non scardinano la narrazione del Progresso, rendendoci incapaci di prendere decisioni controcorrente che potrebbero invece costituire un seme destinato a germogliare.

La globalizzazione non ha fatto altro che rafforzare ulteriormente la spinta incontenibile verso la crescita, mettendo sul piatto dell’economia finanziarizzata occidentale nuove terre da cui prelevare risorse e nuovi mercati da invadere con i suoi prodotti, fino a raggiungere gli angoli più remoti e incorrotti del pianeta. Il dominio della finanza globale e la profonda interdipendenza delle economie planetarie hanno reso ancora più improbabile il successo e la diffusione di eventuali esperimenti su scala locale basati sulla transizione verso un’economia della decrescita, ed hanno decretato di fatto l’impossibilità per gli stati nazionali di costruire un argine in grado di differenziare il proprio modello di sviluppo da quello dominante. L’omologazione imperante e la spinta verso la crescita potrebbe, almeno in teoria, essere contrastata solo dal rafforzamento di entità sovranazionali dotate di autentici e riconosciuti poteri, le sole in grado di innescare trasformazioni radicali: è pertanto doloroso constatare come le spinte centrifughe che denotano vicende come la Brexit allontanano una tale prospettiva anziché avvicinarla come sarebbe opportuno.

Senonché in questa situazione, con l’aggravarsi della crisi climatica e l’avvicinarsi del raggiungimento dei limiti dello sviluppo profeticamente preconizzati dal Club di Roma fin dal 1972, tutto è destinato a cambiare in un modo o nell’altro e la decrescita che oggi ci ostiniamo a non voler perseguire diventerà, volenti o nolenti, una realtà che scaturirà dalla supremazia delle leggi fisiche sulle leggi fallaci dell’economia neoclassica. Sebbene le modalità con le quali si realizzeranno i cambiamenti che ci attendono siano ancora avvolte nell’oscurità, possiamo comunque immaginare due scenari di fondo, uno segnato dallo shock e dal caos che trascinerà tutto e tutti verso un epilogo di lacrime e sangue, e uno nel quale si riuscirà a controllare e a governare la discesa evitando l’implosione del sistema e costruendo un nuovo paradigma sociale caratterizzato dalla consapevolezza collettiva di dover vivere entro la capacità di carico del pianeta.

Ma per riuscire ad imboccare la seconda strada occorrerà che qualcosa o qualcuno, come l’angelo della celebre canzone di Francesco Guccini, prima che sia troppo tardi spezzi le catene che ci legano al mito duro a morire della crescita infinita.

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Un pensiero su “Incatenati alla crescita

  1. <>.
    E’ come se un rapinatore, per motivi suoi, volesse smettere con quella “professione” e, per disfarsi della pistola con cui minacciava le sue vittime, la VENDESSE ad un altro rapinatore.

    Leo

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