Bye bye brum brum

Quel giorno di ottobre del 2024 nel quale la World Climate Authority (WCA) diede inizio alla sua prima seduta plenaria ad oltranza negli uffici del Segretariato dell’ex IPCC a Ginevra, una cappa densa e opprimente avvolgeva l’aria, mentre i miasmi fetidi che emanavano dalle sponde del Lago Lemano ormai anossico – il cui livello era sceso di due metri rispetto alla media degli ultimi 50 anni – spalmavano una spessa coltre nauseabonda sulla città. La penuria di energia idroelettrica causata dalla prolungata siccità aveva finanche costretto le autorità ginevrine a spegnere il celebre Jet d’eau, simbolo della città svizzera.

Nei due anni precedenti, la sequenza di avvenimenti nella politica internazionale aveva subito un’accelerazione pari a quella con cui stava mutando il clima del pianeta. Dopo l’estate 2022, la prima in cui l’Oceano Artico era divenuto completamente privo di ghiacci, erano seguiti due inverni incredibilmente miti a tal punto che, fra lo sbigottimento degli scienziati, l’estensione e lo spessore del ghiaccio riformatosi nella calotta polare furono ridotti ai minimi termini, fino a che la fragile coltre ghiacciata non resistette alle temperature della primavera 2024, che aveva tutte le sembianze di un’estate.

Gli sconvolgimenti climatici innescati dall’aumento delle temperature globali e da un’Artico irriconoscibile rispetto a pochi decenni prima erano stati enormi: la desertificazione aveva in breve tempo raggiunto le coste settentrionali del Mediterraneo, vaste aree dell’emisfero settentrionale sopportarono siccità mai viste con gravi ripercussioni sulla produzione agricola, mentre un gran numero di incendi incontrollati si svilupparono nelle foreste boreali. Ma, insieme al Polo Nord senza ghiaccio, l’accadimento che fece acuire la consapevolezza della possibile imminente catastrofe climatica fu il violentissimo ciclone tropicale che colpì le coste della Florida nel 2023, causando la morte di alcune migliaia di persone e danni così ingenti da provocare un calo consistente e duraturo delle borse mondiali. In breve, il mondo cominciò ad aver realmente paura, e i leader politici la smisero di blaterare di crescita economica riconoscendo finalmente che la priorità delle priorità era fare il possibile per evitare che la crisi climatica trascinasse il genere umano nel baratro.

Del resto, si dovette constatare che i tentativi intrapresi fino a quel momento dalle singole nazioni per la limitazione delle emissioni di gas serra sulla base degli impegni volontari scaturiti dalla COP21 del 2015 ed implementati negli anni successivi avevano prodotto scarsi risultati, e nonostante il discreto impulso dato alla produzione di energia rinnovabile e pulita a scapito di quella prodotta dalle fonti fossili, le emissioni antropogeniche si ridussero di un misero 6% rispetto al 2015, mentre le concentrazioni atmosferiche di CO2 continuavano ad aumentare ad un ritmo di 3 ppm l’anno. Divenne dunque evidente che si rendeva necessario fare di più, molto di più. D’altra parte, era ormai chiaro che in un mondo strettamente interconnesso le chances di risolvere un problema globale così gigantesco semplicemente sulla base di azioni non concertate assunte a livello nazionale erano virtualmente nulle, anche perché quelle azioni erano invariabilmente ed inevitabilmente troppo timide per produrre i risultati sperati.

Fu così che si crearono le condizioni politiche perché l’Assemblea Generale dell’ONU che si tenne nel settembre 2024 deliberasse con una larga maggioranza l’istituzione della WCA, un’autorità sovranazionale presieduta dal Segretario Generale dell’ONU dotata di pieni poteri, a cui fu demandato il compito di adottare tutte le misure ritenute necessarie alla mitigazione del riscaldamento globale. Una tale clamorosa cessione di sovranità da parte degli Stati nazionali, impensabile fino a pochi anni prima, fu resa possibile dalla consapevolezza che solo un’autorità al di sopra delle nazioni potesse avere il coraggio di prendere le decisioni impopolari che tutti a quel punto ritenevano inevitabili.

Nel breve discorso con il quale dichiarò aperta la sessione, il presidente ricordò che la WCA non poteva in alcun modo permettersi di fallire e mise in chiaro che non avrebbe consentito per nessuna ragione al mondo che la seduta si concludesse con decisioni di facciata, perché la gravità della situazione richiedeva misure “pesanti” immediatamente implementabili, insomma una vera e propria cura da cavallo.

La discussione che seguì non fu neppure troppo lunga: fu analizzato il contributo alle emissioni climalteranti fornito dai diversi settori di attività, e fu subito chiaro dove non era pensabile intervenire con l’aspettativa di ritorni a breve termine. Si valutò ad esempio che ridurre le emissioni prodotte da agricoltura e zootecnia, pure rilevanti, avrebbe necessariamente richiesto tempi lunghi, e dunque si decise di rimandare gli interventi in questo settore ad una fase successiva, anche per non compromettere la sicurezza alimentare. Quanto alle emissioni da produzione elettrica, esse avevano già iniziato a diminuire grazie alla nuova potenza da fotovoltaico, eolico e solare termodinamico installata e alla chiusura di molte centrali a carbone in tutto il mondo: la WCA ritenne che questo processo andava sostenuto ed accelerato, ma c’era poco che si potesse fare dall’oggi al domani. Emerse dunque in modo lampante che l’unico settore immediatamente aggredibile erano i trasporti, che a dispetto della notevole diffusione dell’auto elettrica (che aveva conquistato il 15% della quota di mercato complessiva, con punte del 40% in alcuni paesi) contribuiva ancora per un terzo alle emissioni globali. Colpire i trasporti, inoltre, avrebbe significato colpire indirettamente anche l’industria con effetti a cascata sull’intera economia.

Fu dunque messa a punto in breve tempo la cura da cavallo applicata alla mobilità, giungendo alle seguenti storiche decisioni:

  • di lì a un mese, veniva interdetta la circolazione di tutti i veicoli a combustione interna ad uso privato, con un numero molto ristretto di eccezioni, in particolare per i mezzi pubblici, i mezzi di soccorso, le forze di polizia, i disabili. Al fine di favorire le forme alternative di mobilità dolce, nelle aree urbane fu imposto il divieto di circolazione anche alle auto elettriche;
  • per i veicoli commerciali utilizzati per trasporto merci sulle brevi distanze, il divieto sarebbe scattato di lì a sei mesi, per dare il tempo necessario alla loro riconversione in veicoli elettrici (cosa non particolarmente problematica data la disponibilità di spazio per l’alloggiamento delle batterie) e comunque per consentire ai proprietari di adottare soluzioni alternative per il trasporto delle merci;
  • per i mezzi pesanti usati nel trasporto merci su gomma sulle lunghe percorrenze, per i mezzi d’opera e per il trasporto navale ed aereo, al posto dei divieti fu scelta la strada di applicare una pesante carbon tax sui carburanti, in modo da scoraggiarne l’impiego senza tuttavia pregiudicare la possibilità di distribuire merci essenziali e impedire la mobilità sulle lunghe distanze laddove ve ne fosse un effettivo bisogno;
  • agli Stati nazionali furono date direttive vincolanti perché destinassero il gettito fiscale garantito dalla carbon tax e quello derivante dallo sviluppo dei settori industriali che avrebbero beneficiato di una tale massiccia riconversione dell’economia ai lavoratori dei molti settori che al contrario sarebbero stati fortemente penalizzati o addirittura cancellati.

Queste poche, semplici misure si tradussero in una vera rivoluzione a tutti i livelli ed ebbero un impatto rilevantissimo sulla vita delle popolazioni, in particolare nei paesi sviluppati. Milioni di biciclette che fino a quel momento giacevano dimenticate negli scantinati e nei garage rivedettero la luce cominciando a serpeggiare brulicanti e silenziose nelle vie delle città ormai rese sicure dall’assenza di traffico veicolare; i negozietti di quartiere, i bazar e i mercatini dell’usato cancellati dall’avvento dei mega centri commerciali e dal proliferare di inutile paccottiglia usa-e-getta a basso costo ripresero a vivere; le piazze cittadine si affollarono di gente che socializzava e riscopriva poco a poco tutto il bello della dimensione locale del vivere; fu sconfitta la sedentarietà, l’inquinamento atmosferico fu drasticamente abbattuto, e con esso il tasso di malattie tumorali, respiratorie e cardiovascolari, con riflessi positivi importanti sulla spesa sanitaria.

Si assistette inoltre, incoraggiato dalle autorità locali e favorito da portali web dedicati al ricollocamento, ad un aumento esponenziale del turnover fra i lavoratori finalizzato a ridurre al minimo la distanza casa-lavoro. Ad esempio, due impiegati con mansioni e livelli analoghi potevano decidere di scambiare il posto di lavoro se entrambi ne beneficiavano in termini di minori tempi di spostamento. Ovviamente, si ricorse massicciamente al telelavoro, che si scoprì avere enormi potenzialità sino a quel momento inespresse.

Un altro effetto particolarmente significativo fu la nascita di un gran numero di piccole imprese manifatturiere e artigiane che producevano ogni sorta di merci a basso valore aggiunto a servizio dei mercati locali. I costi esorbitanti dei trasporti a lungo raggio avevano infatti reso antieconomico l’acquisto di moltissimi prodotti prima importati dall’estero, peraltro spesso di qualità scadente e fabbricati secondo il criterio dell’obsolescenza programmata. Anche il comparto dell’industria alimentare fu totalmente rivoluzionato dalla terapia d’urto decisa dalla WCA: in breve tempo i prodotti artigianali di qualità a chilometro zero soppiantarono i cibi prodotti industrialmente di dubbia salubrità e scarso valore nutrizionale, azzerando inoltre la produzione di migliaia di tonnellate di inutili imballaggi di plastica inquinante.

Certo, non furono tutte rose e fiori. Con quella decisione, la comunità internazionale aveva di fatto ripudiato la globalizzazione che tanta spinta aveva dato alla crescita del PIL mondiale nei decenni precedenti, e ciò non poteva non generare contraccolpi pesanti in un’economia globale dominata dalla finanza: all’annuncio delle decisioni della WCA le borse mondiali crollarono, a partire dal comparto oil&gas, e il PIL globale diminuì del 30%. Si trattò naturalmente di conseguenze largamente previste dalla WCA, i cui membri ritennero che la lotta al riscaldamento globale non potesse essere vinta senza un consistente ridimensionamento dell’economia. Il rischio più grosso era quello di innescare defaults a catena che avrebbero potuto provocare il collasso dell’economia mondiale; per scongiurare questo pericolo si confidò sull’intervento tampone delle banche centrali e sull’intraprendenza dei cittadini, che in effetti dopo lo shock iniziale riorientarono i propri stili di vita ingegnandosi come meglio poterono per evitare che l’intero sistema precipitasse nel baratro.

Negli anni successivi, dopo il successo di quel primo micidiale colpo assestato al global warming, la WCA adottò ulteriori misure dirette a ridurre le emissioni di gas serra, intervenendo in vario modo sui settori trascurati nella prima fase. Nel 2030, le emissioni antropogeniche erano state ridotte del 70%, e l’aumento della CO2 atmosferica si ridusse a 1 ppm l’anno. Nel 2050 la sua concentrazione finalmente si stabilizzò a 440 ppm, anche grazie all’aumentato assorbimento da parte delle foreste la cui estensione andava gradualmente crescendo. Essendo però nel frattempo andati falliti tutti i tentativi di sequestro del carbonio atmosferico su larga scala tramite tecniche di geoingegneria, si dovette abbandonare il sogno di riportare in tempi ragionevoli le concentrazioni di CO2 a livelli tali da contenere l’aumento della temperatura globale a meno di 1,5°C rispetto all’era preindustriale. Pertanto, il clima del pianeta pur assestandosi restò seriamente compromesso: gli eventi meteo estremi imperversavano, la penuria d’acqua continuava ad affliggere le aree tropicali e subtropicali, il livello dei mari si alzò di 80 cm, mentre la regione artica era sempre alle prese con estensioni molto ridotte della coltre di ghiaccio. Fortunatamente la popolazione mondiale, dopo aver raggiunto un picco di 9 miliardi di abitanti, cominciò a declinare spontaneamente spinta dalla ridotta disponibilità di risorse. In definitiva, sebbene permanessero ancora enormi problemi, era stato scongiurato l’irreparabile: gli scienziati ammisero che quando la WCA deliberò le sue storiche misure draconiane sui trasporti, si era ad un passo dal punto di non ritorno climatico oltre il quale ogni intervento sarebbe stato vano.

Durante le celebrazioni internazionali per il cinquantesimo anniversario della prima riunione della WCA, il livello dell’acqua nel lago di Ginevra era sempre di due metri più basso di un secolo prima, ma l’anossia era stata sconfitta dall’intelligenza operosa dell’uomo, non più spesa a dissanguare la natura ma a proteggerla. Il momento clou della cerimonia fu quando, alimentato dalle nuove energie rinnovabili, il Getto d’acqua dopo mezzo secolo fu finalmente riacceso e le goccioline spinte dal vento generarono un meraviglioso arcobaleno che per un attimo sembrò come avvolgere il mondo intero, dispensando una nuova, antica speranza al genere umano.

Jet d'eau / Water fountain
Ginevra, le Jet d’eau
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