Se la cultura va sott’acqua

Sono reduce dalla lettura di Qualcosa, là fuori, l’ultimo bellissimo romanzo di Bruno Arpaia che narra di una drammatica migrazione, intorno al 2085, di una massa di disperati verso la Scandinavia con una lunga marcia attraverso un’Europa devastata dai cambiamenti climatici. Il libro inoltre ripercorre la vita del protagonista prefigurando il progressivo deteriorarsi delle condizioni di vita nella quasi totalità del mondo civilizzato lungo l’arco di questo secolo. Uno dei passi più significativi del romanzo descrive vividamente l’impressionante degrado in cui si immagina sia piombata Napoli intorno alla metà del secolo: una città resa invivibile dal caldo, con i prezzi di cibo e acqua alle stelle, in cui regnano l’analfabetismo e il caos, sconvolta quotidianamente da scontri fra gruppi di integralisti cristiani e musulmani, nella quale il Comune allo sbando si trova costretto a vendere la celeberrima statua del Cristo Velato al Museo Nazionale di Nuuk, in Groenlandia.

Ho ripensato a questo episodio, quanto mai verosimile benché frutto unicamente della fervida fantasia dell’autore, leggendo le cronache di questi giorni sulla piena della Senna a Parigi e sulla decisione delle autorità di chiudere il Louvre e mettere al sicuro in via precauzionale le opere d’arte a rischio di inondazione.

E poi mi è balenata alla mente la vicenda, che pure ha avuto grande eco nei media, della distruzione avvenuta l’anno scorso di parte del sito archeologico di Palmira, in Siria, da parte delle milizie dello Stato Islamico.

Che senso ha accomunare due vicende reali ma così diverse fra loro ed una che trova vita solo nella mente di uno scrittore? L’apparente unico minimo comun denominatore “opere d’arte in pericolo”, mi offre però lo spunto per una riflessione di più ampia portata sulle condizioni in cui versa la cultura nella società contemporanea. Non vi è dubbio che l’arte e il sapere in genere sono sempre state minacciate dalle furie della natura come dalle guerre e dall’oscurantismo ricorrente degli uomini. Tanto per dirne una, c’è da restare attoniti al pensiero di quanto sapere antico sia andato perduto per sempre nell’incendio della Biblioteca di Alessandria avvenuto in epoca romana. Più avanti nella storia, pur fra mille perdite, la lenta ma continua costruzione del castello di conoscenze e di opere d’ingegno ha accompagnato la vicenda umana costituendo l’architrave su cui si è basato il prodigioso progresso che ci ha portato fin sulla luna e ci ha condotto ai nostri giorni. Va sottolineato come l’accelerazione più vistosa dell’accumulo di sapere collettivo si sia avuta a seguito della scoperta delle fonti fossili, che hanno generato un tale surplus di energia a buon mercato da rendere possibile che sempre più persone potessero dedicarsi all’arte, allo studio e alla ricerca scientifica e tecnologica. Sappiamo che il livello di istruzione di un paese “in salute” è stato sempre grossomodo proporzionale alla ricchezza disponibile: investire in sapere si traduceva non solo nel soddisfacimento dell’innato desiderio di conoscenza del genere umano, ma soprattutto generava ritorni a breve termine sotto forma di aumento ulteriore di ricchezza derivante dalla produzione di nuovi beni e servizi, in una spirale virtuosa apparentemente inarrestabile.

Senonché, benché si cerchi di occultare la dura realtà continuando a ripetere ossessivamente il mantra secondo cui è solo investendo in conoscenza che l’economia potrà riprendere a crescere, questo meccanismo, come un ingranaggio corroso dalla ruggine, ha vistosamente cominciato ad incrinarsi sotto il peso di molteplici fattori che proverò qui a riassumere.

I ritorni decrescenti dell’innovazione.  Anche l’innovazione in campo scientifico e tecnologico (e forse, chissà, anche in quello artistico) ha dei limiti, dettati in una certa misura dalla finitezza dei principi fondamentali della fisica e dalle dimensioni della nostra scatola cranica. Quasi tutte le invenzioni più recenti non sono altro che miglioramenti e perfezionamenti di scoperte risalenti ai secoli scorsi, e i benefici incrementali delle moderne innovazioni sono sempre più piccoli rispetto all’investimento messo in campo per ottenerle, mentre gli “effetti collaterali” sono sempre più evidenti. Inoltre, non sono pochi i casi di riscoperta recente di idee del passato: l’esempio più eclatante in tal senso è forse quello dell’auto elettrica, i cui primi prototipi risalgono come è noto all’Ottocento.

La saturazione dei mercati e la concentrazione della ricchezza. Nessuno è mai riuscito a dilatare il tempo: fintanto che la giornata sarà composta di 24 ore, anche il più facoltoso degli uomini dovrà limitare l’uso e il consumo di prodotti hi-tech. In un mondo popolato da un pugno di super-ricchi e da una massa enorme di incapienti, nel quale anche la classe media si va via via impoverendo, c’è sempre meno spazio per innovazioni tecnologiche importanti di largo consumo, le uniche che possono ripagare le ingenti spese in ricerca e sviluppo. L’aumento della popolazione mondiale non è in grado di controbilanciare questo trend poiché i “nuovi consumatori” concentrati nei paesi in via di sviluppo sono prevalentemente alle prese con esigenze ben più impellenti della TV al plasma o di altri simili orpelli con cui i manovratori del BAU (business as usual) vorrebbero inondare le nostre case.

La crisi del debito. Nonostante la finanza internazionale stia cercando disperatamente di stimolare la crescita economica azzerando il costo del denaro, l’enorme debito accumulato da stati e imprese private non può che limitare gli investimenti finalizzati all’innovazione e alla cultura. Mentre le arti sono sempre più alla mercé dei capricci dei nuovi mecenati, nella maggior parte delle nazioni sviluppate gli stanziamenti pubblici per università ed enti pubblici di ricerca languono, e la politica non trova il coraggio di indirizzare maggiori risorse all’alta formazione e verso progetti di interesse strategico a medio-lungo termine come quelli legati all’energia e alla mitigazione dei cambiamenti climatici.

La globalizzazione. A un mondo globalizzato dominato dalla finanza non interessa che la gente sia istruita o che si dedichi alla letteratura, alla musica o al teatro, perché non è di queste amenità che si nutre la crescita economica. Il BAU ha bisogno di pochi super-esperti scelti fra le eccellenze che emergono dalle migliori istituzioni accademiche del mondo, per metterli al lavoro in un numero limitato di centri di ricerca con lo scopo di creare prodotti adatti ad essere acquistati dalla massa informe dei consumatori globali. Al di fuori della cerchia di questa ristretta élite di colletti bianchi c’è sempre meno spazio per i laureati “ordinari” sfornati dalle nostre università, che infatti vanno ad infoltire la schiera dei senza lavoro, alimentando la percezione, sempre più chiara fra i nostri giovani, che in fin dei conti studiare serve a poco. Ed inoltre, c’è sempre meno spazio per innovazioni “regionali”, perché le nuove invenzioni o vincono la feroce competizione internazionale raggiungendo i mercati globali o sono per lo più destinate ad eclissarsi.

Il picco del petrolio e la riduzione dell’energia netta. Con la fine dell’epoca dell’energia abbondante e a basso costo, e con lo sfruttamento sempre più massiccio di riserve di energia fossile a basso ERoEI, l’energia netta destinata alla società, cioè quella a cui è stata sottratta la quota di energia necessaria per la sua estrazione, lavorazione e trasporto, non fa che ridursi. Ad oggi, lo sfruttamento di mega-giacimenti petroliferi in Medio Oriente che beneficiano di costi di estrazione ancora relativamente bassi fa in modo che le logiche dei mercati abbiano per ora la meglio sui vincoli imposti dalla geologia, rendendo così possibili gli attuali bassi prezzi del greggio. Ma questa situazione è destinata per forza di cose a cambiare. Dunque, se l’energia effettivamente disponibile diventa limitata e più cara, la quota di essa da dedicare ad usi voluttuari come la cultura, le arti o lo sport non potrà che contrarsi per lasciare spazio ai bisogni primari. L’avvento dell’era delle rinnovabili, pur ineludibile e quanto mai urgente, difficilmente potrà modificare questo scenario in un contesto nel quale la sola sostituzione della maggior parte dell’attuale fabbisogno di fonti fossili con le energie pulite appare un’impresa titanica. E proprio le dimensioni di questa impresa, e la conseguente necessità di destinare nei prossimi decenni una quota significativa dell’energia fossile di cui disponiamo alla costruzione degli impianti e dell’imponente infrastruttura di supporto alle rinnovabili, non faranno che ridurre ulteriormente l’energia da poter destinare ad usi non strettamente essenziali quali la cultura.

La pressione sulle risorse naturali. Per tradursi in beni utili alle persone, la ricerca scientifica e tecnologica, per non parlare di settori di punta quali ad es. l’architettura, hanno bisogno di flussi tangibili di materie prime provenienti dall’ecosistema. Quasi ogni invenzione realizzata dal progresso tecnologico necessita di risorse non rinnovabili (specialmente minerali, spesso rari) e/o di biomassa sotto varie forme, cioè di materia intrinsecamente limitata attinta da un pianeta finito, destinata a trasformarsi in rifiuto che verrà reimmesso in un ambiente già saturo di prodotti di scarto. Anche se facciamo fatica a rendercene conto, tutto ciò non implica solo dover fare fronte a costi aggiuntivi più o meno occulti e dilazionati nel tempo (p.es. per contenere l’inquinamento), ma costituisce infine un limite che ingabbia lo sviluppo delle conoscenze e ne comprime in qualche modo l’evoluzione.

La banalizzazione della complessità. E’ arduo per la mente umana destreggiarsi nella complessità in esponenziale aumento delle società contemporanee. I nuovi media e i politici, assieme ad una miriade di cattivi maestri, troppo spesso non rifuggono dalla tentazione di proporre modelli interpretativi della realtà banalizzanti, inducendo sempre più persone a perseguire delle illusorie scorciatoie che invitano a fare a meno della fatica dello studio e del paziente approfondimento, gli unici ingredienti con cui si può tentare di risolvere i problemi maledettamente complessi che abbiamo di fronte.

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Ma torniamo ai tre casi, reali o immaginari, di pericoli corsi dalla cultura di cui parlavo all’inizio. A ben guardare, in un mondo alle prese con problemi giganteschi come quelli elencati prima, o per dirla in altro modo, in un mondo che va confrontandosi a brutto muso con il raggiungimento dei propri limiti, non stupisce che le opere d’arte e i frutti del sapere dell’uomo siano a rischio. In un mondo frammentato e sfilacciato in cui l’accesso alle sempre più scarse risorse è causa di endemici conflitti e genera fondamentalismi oscurantisti, fa male ma non sorprende sapere che le rovine di Palmira siano state fatte esplodere dall’ISIS. In un mondo che comincia a confrontarsi sbigottito con gli effetti devastanti dei cambiamenti climatici in tutte le loro manifestazioni, peraltro non ancora pienamente conosciute, non sorprende che persino i capolavori del Louvre possano essere minacciati dall’inondazione di un fiume ingrossato da un clima fuori controllo. E infine, in un futuro come quello prefigurato da Arpaia, frutto sì dell’immaginazione dell’autore ma al tempo stesso fondato sulla semplice estrapolazione di tendenze e fenomeni già ora in atto, fa paura ma non stupisce che la metà della popolazione di Napoli intorno al 2050 possa non saper leggere e scrivere e accetti con indifferenza di dilapidare il suo inestimabile patrimonio artistico.

Così come il disfacimento dell’Impero Romano fece piombare l’Europa nell’incultura per molti secoli seppellendo la preziosa sapienza della civiltà classica, allo stesso modo il declino della civiltà post-moderna a cui stiamo assistendo rischia di accompagnarsi ad una grave perdita di sapere collettivo, che è quanto di più pericoloso possa accadere in una realtà nella quale l’intelligenza operosa, l’abilità e le conoscenze delle nuove generazioni dovranno rappresentare la leva decisiva su cui innestare l’inversione di rotta di cui abbiamo un disperato bisogno, non per inseguire una illusoria crescita economica che con tutta probabilità non tornerà mai più, ma per impedire che si giunga troppo presto al capolinea del genere umano.

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