Amara terra d’India

“Fate che giunga a Voi
con le sue ossa stanche
seguito da migliaia
di quelle facce bianche
fate che a voi ritorni
fra i morti per oltraggio
che al cielo ed alla terra
mostrarono il coraggio”

Fabrizio De Andrè, Preghiera in gennaio

Questo post è dedicato alle vittime di una tragedia collettiva occultata dai media. Se conoscessi tutti i loro nomi ed avessi delle foto che li ritraggono, insieme a queste righe avrei pubblicato, per preservarne il ricordo ed omaggiarne il sacrificio, un collage alla loro memoria, come fanno i giornali e i loro siti web quando vengono celebrate con titoli a nove colonne le vittime incolpevoli di stragi terroristiche o di incidenti aerei. Ma a differenza di quanto accade con gli eccidi o le disgrazie collettive che insanguinano il ricco occidente, i caduti di cui sto parlando, così distanti in tutto e per tutto dal nauseante chiacchiericcio della politica nostrana raccontata quotidianamente dai Tg, sono morti di nascosto e in silenzio, magari vergognandosene, risultando perciò invisibili e destinati a restare nell’anonimato.

Eppure dovremmo tutti inchinarci di fronte al loro sacrificio. E’ per questo che, volendo tentare di arginare l’oblio a cui queste persone sono condannate anche da morte, sono andato a frugare nel web, riuscendo a trovare il nome di uno di loro in carne ed ossa e una storia da raccontare: il nome è quello di Srikrishna Pandit Agee, 41 anni, agricoltore della regione di Marathwada, nell’India centrale, che in un triste giorno di questo mese di maggio 2016 si è incamminato nei suoi campi devastati dall’arsura e si è impiccato ad un albero.

Srikrishna è uno delle molte centinaia di contadini (più di 400 in 4 mesi nella sola regione di Marathwada) che hanno scelto di togliersi la vita a causa della violenta siccità che anche quest’anno ha colpito molti stati dell’India. Ogni anno che passa, i mesi di aprile e maggio che precedono l’arrivo delle piogge monsoniche si rivelano sempre più invivibili per centinaia di milioni di abitanti del subcontinente indiano, e dunque non stupisce che il 2016, già portatore di altri bollenti primati in quanto a temperature globali, abbia segnato l’apice di questo trend. La notizia più eclatante circolata nei giorni scorsi è il record della temperatura più alta mai registrata in India: 51°C, una cosa semplicemente spaventosa, di fatto incompatibile con la vita di organismi viventi il cui termostato fisiologico è settato a 36,5 gradi. Com’è ovvio, le ondate di calore estremo aggravano la siccità e il micidiale mix dei due fenomeni non fa che rendere se possibile ancora più intollerabili le condizioni climatiche. Pozzi profondi fino a centinaia di metri rimasti all’asciutto, raccolti annientati, bestiame allo stremo, forniture di acqua assicurate da treni speciali, sommosse popolari sedate con la forza, serbatoi di stoccaggio e autobotti presidiati dalle forze armate, rigidi razionamenti delle forniture idriche, asfalto fondente, ospedali al collasso: le cronache delle scorse settimane provenienti dall’India descrivono la tragedia di un popolo che nel rincorrere in tutta fretta l’insostenibile benessere dei paesi sviluppati ha tralasciato di preservare, per quanto possibile, il bene primario per eccellenza, senza il quale nessuna ricchezza può essere prodotta perché nessuna ricchezza può prescindere dall’ambiente che sostiene le nostre vite e dall’acqua che le nutre. Ma l’affannosa rincorsa del benessere e la poca lungimiranza delle classi dirigenti indiane sono solo in piccola parte responsabili di tragedie locali perfettamente coerenti con disastri globali annunciati e colpevolmente minimizzati dai potenti dei paesi che hanno guidato l’economia mondiale negli ultimi settant’anni. Mi riferisco evidentemente al riscaldamento globale alimentato dall’uso dissennato di energia fossile, le cui conseguenze sono sempre meno collocate in un orizzonte temporale indefinito e sempre più realtà concreta di oggi che tanti disgraziati di questo pianeta toccano con le loro mani ogni giorno che passa.

Ma torniamo al povero Srikrishna e alla sua storia così come ce la racconta suo fratello: grazie a cospicui prestiti bancari, aveva fatto costruire una condotta idrica che collegava lo sbarramento di un corso d’acqua con i suoi campi di cotone e canna da zucchero, ma da due anni l’acqua ha smesso di arrivare a causa della siccità, e i suoi raccolti si sono fatti sempre più scarsi. Srikrishna, non potendo più ripagare i debiti contratti e non intravedendo alcuna prospettiva futura, ha infine deciso di togliersi la vita, lasciando la moglie e tre bambini a cui probabilmente verrà sottratta la loro terra dalle banche creditrici.

Dietro all’indicibile umana tragedia che ha spinto Srikrishna ad avvolgersi un cappio al collo e ad attraversare l’ultimo vecchio ponte (per dirla con Fabrizio De Andrè), emergono le conseguenze fatali di scelte miopi indotte da politiche agricole sconsiderate, che hanno portato all’abbandono delle coltivazioni tradizionali di sussistenza a base di miglio, sorgo e altri cereali per passare alle piantagioni di canna da zucchero e di cotone, forse più redditizie ma certamente molto più esigenti delle prime in termini di acqua. Ignorando la minaccia della siccità e il rischio insito nella crescente divaricazione fra luoghi di produzione e luoghi di consumo, che riduce la resilienza delle comunità agricole, l’incontenibile spinta verso la globalizzazione sostenuta dai grandi capitali e dalla finanza internazionale ha invogliato contadini e piccoli proprietari terrieri a puntare su coltivazioni che non garantiscono l’autosufficienza alimentare e ad indebitarsi per l’acquisto di sementi, fertilizzanti, mezzi agricoli o infrastrutture irrigue, salvo poi gettarli nella disperazione più nera nel momento in cui eventi climatici incontrollabili ed incontrastabili impediscono l’irrigazione dei campi. In situazioni del genere, peraltro, la possibilità di mitigare il rischio è molto limitata: se infatti nelle aree con clima temperato gli agricoltori possono stipulare polizze contro i rischi derivanti da eventi siccitosi eccezionali, in paesi con clima tropicale condannati dall’intensificarsi dei cambiamenti climatici ad una cronica penuria d’acqua e ad ondate di calore sempre più lunghe ed intense, quale compagnia di assicurazioni volete che accetti di risarcire le perdite di raccolti in cambio di premi ragionevoli?

La triste sorte di Srikrishna e delle centinaia di agricoltori indiani che come lui sono stati spinti ad un gesto così estremo e definitivo ci racconta la tragedia di uomini, da generazioni indissolubilmente legati alla terra, che hanno scelto di morire con essa, non accettando di sradicarsi dalle proprie radici e di umiliare sé stessi andando ad infoltire la schiera dei milioni di migranti climatici costretti a mendicare negli slum degradati e miserevoli di qualche megalopoli.

Come sono diversi questi suicidi da quelli di cui sentiamo parlare nel nostro opulento occidente: da questa parte del mondo assistiamo alla disperazione che scaturisce da drammi esistenziali intimi e personalissimi spesso amplificati da oscure quanto inafferrabili sindromi depressive, nei quali l’agiatezza economica può addirittura risultare un fattore predisponente (pensiamo ai tanti vip che si tolgono la vita), mentre nei poveri contadini indiani la scelta finale del suicidio appare tutt’uno con la inaccettabile constatazione dell’infertilità del suolo divenuto arido, che agli occhi di persone semplici, quotidianamente a contatto con la terra, può far apparire la vita umana senza senso in quanto del tutto fuori contesto rispetto all’ambiente naturale circostante deprivato delle funzioni vitali essenziali. Insomma, senza spingermi ad azzardare tesi ardite che qualcuno più avveduto di me potrebbe forse ridicolizzare, non posso fare a meno di pensare che ciò che in fondo rende il vivere intollerabile alla psiche umana sia da un lato l’assoluta estraniazione dalla natura – verso cui il fallace mito del progresso tecnologico illimitato sembra voler spingere il genere umano – e dal lato diametralmente opposto la totale immedesimazione nella natura morente.

E’ dunque doveroso tributare un commosso omaggio agli agricoltori indiani che al cielo ed alla terra mostrarono il coraggio. Questi uomini hanno silenziosamente scelto di togliere il disturbo accomunati nel loro triste destino dai terreni disidratati ed esanimi di cui hanno avuto cura durante tutta la vita. La loro tragica fine suona come un estremo atto d’accusa nei confronti dei potenti del mondo che dopo decenni di inazione sul fronte dei cambiamenti climatici hanno di fatto decretato lo stato di agonia di vaste aree del pianeta, a partire da quelle già ora popolate da masse sterminate di poveri cristi incolpevoli.

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