Lo spreco secondo Matteo

Non stupisce che un personaggio come Federica Guidi, proveniente direttamente dai piani alti di Confindustria, possa aver fatto, per così dire, un po’ di confusione fra interesse pubblico e interessi privati. Non stupisce neanche che lo scandalo che l’ha costretta alle dimissioni abbia a che fare con il petrolio, visti i rapporti pappa-e-ciccia di questo governo con le lobby delle fonti fossili. Del resto, basta andare indietro a qualche giorno fa per avere qualche indizio rivelatore delle reali intenzioni del governo Renzi su energia e ambiente: nel post su Facebook del Presidente del Consiglio che annunciava la sua visita alla nuova centrale Enel ad energie rinnovabili in Nevada, c’era una frasetta birichina che ha attirato la mia attenzione. Nel ribadire come un disco rotto che “petrolio e gas serviranno ancora a lungo” (Verità Rivelata che non ammette contraddittorio), Matteo Renzi ha aggiunto: “non sprecare ciò che abbiamo è il primo comandamento per tutti noi”, con evidente riferimento al prossimo referendum anti-trivelle.

Rileggiamola bene e stampiamo in mente questa frase del Matteo-pensiero, così edificante e densa di significato, che cita addirittura il primo comandamento, lanciando così un messaggio che va ben al di là di un semplice auspicio o di un indirizzo politico. Si badi bene, non solo alcuni ma “tutti noi” siamo chiamati a seguire questo comandamento. Senza eccezioni. Ma soprattutto, è sbalorditivo il significato che Renzi dà al verbo sprecare (del resto, l’uso che si fa di determinate parole è spesso rivelatore di un certo modo di pensare). Lasciare delle risorse fossili sotto terra significa forse sprecarle? Non significa al contrario conservarle, custodirle? Estrarre petrolio e gas per bruciarli e trasformarli banalmente in CO2 e acqua in cambio di un po’ di energia e di quattro spiccioli (leggi: gli importi irrisori delle royalties versate allo Stato dai petrolieri), non è semmai questo uno spreco? Dunque per Renzi lo spreco non è una risorsa che viene irresponsabilmente dilapidata, ma piuttosto una risorsa non sfruttata, non monetizzata qui ed ora. Perciò l’imperativo categorico, “il primo comandamento per tutti noi” secondo il vangelo del Matteo de noantri, è trasformare una risorsa, qualunque essa sia, in ricchezza materiale. A qualunque costo, e peraltro senza neanche chiedersi a chi è destinata e come è ripartita quella ricchezza.

Senza pensare che “ciò che abbiamo” in termini di petrolio e gas sotto i fondali dei nostri mari non solo è ben poca cosa ma è anche abbastanza costoso da estrarre, per cui, anche volendo seguire la logica perversa di Renzi, il presunto spreco non sembra quantitativamente così rilevante. Diverso sarebbe se l’Italia fosse l’Arabia Saudita e disponesse di riserve enormi e a buon mercato. Però così non è, e Renzi lo sa bene.

Ma a prescindere dall’entità del supposto spreco, se proviamo a portare alle estreme conseguenze l’affermazione del nostro premier possiamo renderci conto di quanto sia aberrante la logica che la sottende. Ad esempio, se invece del fabbisogno di un paio d’anni di idrocarburi l’Italia disponesse di miniere di carbone, la più inquinante fra le fonti fossili, avremmo dovuto continuare ad estrarlo senza se e senza ma, fregandocene allegramente del suo micidiale impatto sul clima e sulla salute, giacché ce lo chiede il Primo Comandamento. Se l’Italia avesse il carbone, o anche solo se i suoi amici dell’Eni si occupassero di carbone anziché di idrocarburi, state certi che Renzi non avrebbe detto, come ha detto in diverse occasioni, che il carbone è il primo nemico del clima (che poi, se fosse coerente, avrebbe dovuto già pianificare lo smantellamento in tempi brevi delle nostre centrali a carbone, cosa che però si guarda bene dal fare per non inimicarsi gli altri suoi amici di Enel).

O se invece il nostro Paese ospitasse una vasta foresta pluviale considerata un santuario naturale unico al mondo, lo stesso Primo Comandamento ci avrebbe imposto di raderla al suolo senza indugio, vendere il legname e convertire il suolo in qualcosa di profittevole, che so, piantagioni di palma da olio o chissà cos’altro. Ma certo, che ce ne faremmo altrimenti di un po’ di vecchi alberi e di un inutile ecosistema popolato da qualche milione di stupide specie viventi? Che inaccettabile spreco!

Ma torniamo all’oggetto del contendere. Trivellare i mari per estrarre idrocarburi fino all’esaurimento dei giacimenti (perché è proprio su questo che si incentra il quesito referendario) vuol dire essenzialmente tre cose: 1) utilizzare il gas e il petrolio estratti come si è sempre fatto, con le stesse obsolete tecnologie di sempre; 2) produrre altri gas climalteranti che andranno ad accumularsi in atmosfera, come se non ne avessimo già immessi abbastanza; 3) non lasciare niente di queste risorse alle future generazioni. Sebbene la questione climatica sia centrale nelle motivazioni a favore del SI allo stop alle trivellazioni, non mi dilungherò oltre sul secondo punto. Vorrei invece soffermarmi sul terzo punto e sul sacrosanto principio dell’equità intergenerazionale, su cui – a parole – c’è un accordo unanime. Vuol dire lasciare ai giovani di domani un pianeta in condizioni non peggiori rispetto a quelle in cui lo abbiamo ereditato dai nostri padri. Vuol dire anche garantire alle generazioni che verranno le stesse opportunità che noi abbiamo oggi. Chi potrebbe dirsi contrario a un tale principio? Nessuno, e infatti, proprio a proposito di clima, il Ministro dell’Ambiente (stavo per dire contro l’Ambiente…) Gian Luca Galletti, sodale del nostro premier e della spudorata ex collega Guidi nel difendere gli interessi delle lobby fossili, stimolato dagli attivisti di Italian Climate Network, ha firmato durante la COP21 una solenne dichiarazione nella quale esprimeva il supporto dell’Italia al mantenimento del principio dell’equità intergenerazionale nei negoziati sul clima, affermando: “I giovani sono il nostro futuro e a loro dobbiamo garantire le stesse possibilità di cui noi godiamo oggi”. Ma se svuotiamo i giacimenti delle nostre risorse non rinnovabili, cosa resterà alle future generazioni? Perché privare chi verrà dopo di noi della possibilità di poter utilizzare, magari in modo più intelligente ed evoluto di quanto possiamo essere in grado di fare oggi, gli idrocarburi presenti sotto i nostri fondali, che hanno impiegato milioni di anni per formarsi? Chi può escludere che in un futuro non remoto la tecnologia avrà sviluppato, ad esempio, processi efficienti ed economicamente vantaggiosi in grado di convertire il metano in idrogeno evitando l’immissione di carbonio in atmosfera?

La verità è che solo un governo che non ha alcuna idea di futuro, disinteressato alle generazioni che verranno, può ritenere normale prolungare delle concessioni petrolifere trentennali fino all’esaurirsi dei giacimenti. Solo un governo mosso da una bieca logica economicista può sostenere una simile scelta ignorando i ripetuti appelli che vengono dal mondo della ricerca scientifica a favore di una decisa svolta della nostra politica energetica e di un convinto sostegno allo sviluppo delle fonti rinnovabili. Solo un governo inquinato da interessi opachi e da inconfessabili commistioni con la grande industria e i grandi affari può stare ostinatamente dalla parte sbagliata della storia voltando le spalle alle energie pulite.

Tutto ciò non è più tollerabile. Qualcuno dica a Renzi che il suo primo comandamento dovrebbe piuttosto essere quello di non sprecare una risorsa preziosa e non rinnovabile: la pazienza degli italiani.

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