Che clima c’è nel sindacato?

There are no jobs on a dead planet

Lo scorso ottobre questo blog aveva pubblicato una lettera aperta alla leader della CGIL Susanna Camusso, invitando il più grande sindacato italiano a fare la sua parte nella battaglia per il contrasto ai cambiamenti climatici mediante la promozione del disinvestimento dalle compagnie legate allo sfruttamento di carbone, petrolio e gas dai fondi pensione complementari dei lavoratori delle aziende private.

E’ con molto piacere che pubblico di seguito la risposta della CGIL, pervenuta il 25 novembre (NB: prima dello svolgimento della COP21), a firma del Coordinatore della Segreteria Generale Antonio Granata. Alla risposta seguono alcune mie considerazioni tendenti a far sì che la sollecitazione iniziale non resti lettera morta.

Caro Stefano, condivido pienamente la tua preoccupazione di fronte agli effetti devastanti dei cambiamenti climatici. La CGIL, nell’ambito nelle posizioni condivise ed espresse dalle confederazioni sindacali europee e internazionali ETUC e ITUC, è impegnata nell’azione per il clima, convinta che solo un nuovo modello di sviluppo sostenibile dal punto di vista sociale, economico, industriale e ambientale possa garantire giustizia sociale, equità, piena occupazione, rispetto per la terra e per le future generazioni. Il contrasto al riscaldamento globale è una necessità urgente per la sopravvivenza di intere popolazioni e per contrastare gli effetti devastanti dei fenomeni atmosferici estremi. Allo stesso tempo le azioni di mitigazione e di adattamento ai cambiamenti climatici costituiscono un’opportunità unica di sviluppo sostenibile, di crescita economica e occupazionale.

La COP 21 che inizierà fra pochi giorni a Parigi dovrebbe costituire una tappa fondamentale nella lotta contro i cambiamenti climatici ma il documento preparatorio del vertice è, al momento, assolutamente inadeguato. Per questo è necessaria una imponente mobilitazione della società civile che chieda ai leader mondiali di siglare un accordo vincolante e ambizioso per contenere l’aumento della temperatura entro i 2°, o se possibile entro 1,5° e garantire un futuro giusto e sostenibile per tutto il pianeta. La CGIL è fra le organizzazioni e associazioni che nel giugno scorso hanno costituito la Coalizione italiana Clima che sta organizzando la Marcia per il Clima del 29 novembre a Roma, una marcia che si inserisce nella mobilitazione globale per il clima “Global Climate March” che unirà migliaia di persone in oltre 2000 eventi in più di 150 paesi.

La lotta contro i cambiamenti climatici è una questione globale e territoriale. Così come è indispensabile un accordo ambizioso e vincolante sul clima, è altrettanto necessario accelerare la transizione a un’economia a basse emissioni di carbonio con provvedimenti e incentivi adeguati e mirati anche a livello di singoli stati. Concordo con te, le politiche del governo Renzi, a questo proposito sono estremamente negative e la CGIL ha contestato i provvedimenti in materia del governo, a partire dallo Sblocca Italia: nuove trivellazioni, cementificazione, potenziamento dell’uso del gas e inceneritori, nessun investimento e provvedimento per il contrasto al dissesto idrogeologico e per la manutenzione del territorio, per la riqualificazione urbana, per l’efficienza energetica e la transizione energetica, per bloccare il consumo del suolo, per promuovere l’uso efficiente delle risorse con il recupero e riuso dei rifiuti, per le bonifiche. Sono politiche reazionarie che condannano i nostri territori alla devastazione, che hanno gravi ripercussioni per la popolazione e che non aiutano il nostro tessuto industriale a cogliere le opportunità di sviluppo e occupazionali legate alla transizione.

Infine come mi suggerisci nella tua lettera la CGIL può avere anche un importante ruolo diretto nel contrasto ai combustibili fossili, promuovendo il disinvestimento dei titoli legati a questi tipi di produzione nei fondi pensione complementare a capitalizzazione derivanti dalla contrattazione integrativa. Su questo tema è bene però segnalare che i Fondi pensione negoziali, in base a quanto previsto dalla normativa vigente, non investono direttamente sui mercati finanziari ma operano in via indiretta tramite gestori finanziari che, in base alle indicazioni preventive (Asset Allocation Strategica) formulate dai Fondi nei mandati di gestione, compiono operazioni per loro conto. Questa impostazione ha garantito negli anni un’efficiente e trasparente gestione delle risorse che le lavoratrici e i lavoratori hanno affidato alle forme pensionistiche complementari negoziali ed ha evitato, al contempo, una partecipazione ad investimenti finanziari che avessero ripercussioni negative nell’ambito del “Climate Change”.

La quasi totalità dei fondi nei quali la CGIL è fonte istitutiva ha previsto una serie di controlli ex post in merito agli investimenti effettuati dai gestori, per monitorare il grado di adeguatezza dei portafogli ai criteri ESG (Environmental, Social and Governance) che prevedono l’esclusione dall’universo investibile di tutti i titoli rappresentanti imprese che operano in settori quali le emissioni nocive, le armi, la pornografia, il tabacco, i test su animali ecc.

Oltre a ciò è importante segnalare come tale politica di investimento, mirata alla salvaguardia del clima, ha prodotto una serie di azioni promosse dagli stessi Fondi pensione negoziali come, da ultimo, l’iniziativa di Assofondipensione, l’associazione di categoria dei fondi contrattuali, e del Fondo Pensione Cometa, a cui hanno aderito altri quindici fondi negoziali, riguardante la richiesta di informazioni alle Banche di investimento, in merito ai finanziamenti concessi a società che contribuiscono al cambiamento climatico. Questa iniziativa, rientrante in un quadro più complessivo di soft engagement, a cui è seguito l’invio, alle società quotate sul mercato italiano, di una lettera di sensibilizzazione sui diritti dell’infanzia, rappresenta un primo ma concreto passo verso un’attenzione sempre più accentuata nei confronti delle problematiche di finanza etica. A questo proposito ti segnalo il ruolo della Cgil quale socio del Forum della finanza sostenibile e il documento sulla Buona finanza elaborato assieme al sindacato dei bancari (Fisac Cgil).

Ti saluto fraternamente, Antonio Granata.

Devo ringraziare Antonio Granata e Susanna Camusso per l’articolata risposta e per il dichiarato impegno del sindacato sui temi del riscaldamento globale, impegno di cui per inciso sono stato testimone oculare avendo visto con piacere le bandiere della CGIL sventolare alla Marcia per il Clima del 29 novembre. I concetti espressi sembrano voler segnare un punto di svolta rispetto a posizioni di retroguardia in materia ambientale che il sindacato ha troppo spesso sostenuto anni addietro perseguendo il solo fine della salvaguardia dell’occupazione anche in situazioni insostenibili: penso ad esempio alla difesa dei vecchi impianti ILVA di Taranto o della centrale a carbone di Porto Tolle. Si deve dunque prendere favorevolmente atto di una tale cesura con il passato, auspicando un comportamento conseguente d’ora in avanti da parte delle varie articolazioni territoriali del sindacato.

Entrando nel merito della gestione dei fondi pensione complementari, nonostante la prudenza a mio avviso eccessiva che traspare nella lettera in merito alle possibilità di influenzare ex ante le scelte di investimento dei gestori finanziari, la risposta di Granata conferma il mio convincimento che il sindacato, in quanto attore chiave nella conduzione dei fondi pensione, può giocare un ruolo decisivo nel determinare un cambio di rotta nelle politiche di investimento delle forme pensionistiche complementari, indirizzandole verso scelte caratterizzate da una più marcata responsabilità ambientale. Il sindacato è legittimato a pieno titolo, se lo vuole, a fare pressioni affinché le linee guida di investimento che i gestori sono tenuti a rispettare rispondano a chiari criteri diretti ad escludere dall’universo investibile specifici comparti industriali sulla base di considerazioni etiche e di redditività a lungo termine. Dunque, è disponibile la CGIL a lavorare per una riscrittura delle Asset Allocation Strategiche definite dai CdA dei fondi pensione, elaborando una Black List di imprese nelle quali scegliere di non investire, in modo da dirottare risorse dai titoli legati alle fonti fossili a quelli delle energie rinnovabili e dei settori innovativi low carbon?

Ritengo inoltre significativo che vengano effettuati controlli ex post sulla rispondenza degli investimenti decisi dai gestori con i criteri ESG, ma ho il sospetto (ovviamente spero di sbagliarmi) che le esclusioni previste siano piuttosto limitate e non comprendano i titoli delle compagnie del settore oil & gas né quelli delle utilities che utilizzano in prevalenza fonti fossili per la produzione di energia. Inutile dire che su questo il sindacato ha il dovere della trasparenza: trovo ad esempio francamente discutibile che i report statistici trimestrali pubblicati da Assofondipensione non riportino la composizione del portafoglio titoli per settore di attività. Rivolgo pertanto l’invito alla segreteria CGIL a chiarire quanti e quali fondi pensioni hanno affidato a soggetti terzi specializzati l’analisi etica del portafoglio e a fornire maggiori dettagli sui criteri di valutazione concordati con i consulenti finanziari. Solo così le lavoratrici e i lavoratori che affidano le loro risorse ai fondi pensioni negoziali potranno concretamente farsi un’idea sul livello di responsabilità sociale ed ambientale degli investimenti.

Spero sinceramente che questa discussione non si esaurisca in uno sterile scambio epistolare: il sindacato sa che, se vuole davvero tradurre in azioni concrete l’impegno per la salvaguardia del pianeta dalla minaccia dei cambiamenti climatici, può contare sulla collaborazione della variegata galassia di soggetti ed associazioni che hanno aderito alla Coalizione Clima (la cui attività non si è esaurita certo con la Marcia del 29 novembre) nonché sulla competenza di esperti in finanza etica. Ben venga dunque un’alleanza a tutto campo “dal basso” per far decollare anche in Italia la campagna per il disinvestimento dalle fonti fossili, tanto più importante dopo l’accordo di Parigi sul clima, che ha fissato target ambiziosi stabilendo però un percorso irto di ostacoli che non dà alcuna garanzia che quegli obiettivi possano essere raggiunti.

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