Una discutibile sentenza di primo grado e mezzo

Tutti dicevano di volere un accordo ambizioso ed erano consapevoli che non si potevano deludere le enormi aspettative che si erano create attorno alla Conferenza di Parigi sul clima. Dunque qualcosa di ambizioso bisognava inserirla nell’accordo, ma l’ambizione non poteva risiedere nei complicati tecnicismi di un testo che comprende molte tematiche complesse, controverse e di difficile comprensione per i non addetti ai lavori. E allora, dal cappello a cilindro dei delegati della COP21 è spuntata fuori ed è stata concordata, già nei primi giorni dei negoziati, la dirompente idea di inserire nell’art. 2 dell’accordo, che riguarda gli obiettivi, il target di contenere l’aumento di temperatura non più entro i 2°C bensì “ben al di sotto dei 2°C, compiendo gli sforzi possibili per raggiungere 1,5°C”. Dal punto di vista comunicazionale l’impatto è effettivamente straordinario. I leader mondiali sembrano voler dare all’opinione pubblica il messaggio che si vuole mettere in sicurezza il clima del pianeta, e che non ci si può più accontentare del limite dei 2°C sinora considerato come accettabile perché gli impatti a lungo termine di un tale aumento sarebbero troppo elevati, specie per le comunità più a rischio quali le piccole isole minacciate dall’erosione costiera e dall’innalzamento del livello dei mari. Inoltre, si vorrebbe dare l’idea che stavolta si fa sul serio e che è finita la lunga serie dei topolini partoriti dalle conferenze sul clima che si sono svolte fino ad ora.

Di fronte a cotanta ambizione e al nobile intento di volare finalmente alto, la saggezza popolare potrebbe controbattere che la strada verso l’inferno climatico è lastricata di buone intenzioni, o che fra il dire e il fare c’è di mezzo l’abisso che spesso esiste fra l’obiettivo dichiarato e le azioni necessarie per raggiungerlo. Per capire di che abisso stiamo parlando occorre chiedere alla scienza qual è la differenza fra 2°C e 1,5°C e cosa si dovrebbe fare per non superare 1,5°C, tenendo conto che abbiamo già quasi raggiunto i due terzi di questo aumento. L’argomento è stato efficacemente trattato, con l’ausilio di interviste a scienziati del clima, in questo recente articolo di Carbon Brief da cui ho tratto molti degli spunti che seguono.

Tralascio per brevità di enumerare le differenze previste fra gli scenari 2°C e 1,5°C in termini di impatti sui sistemi ecologici e sulle popolazioni; del resto è ovvio che in termini probabilistici più la temperatura media sale maggiori sono i rischi di eventi devastanti e incontrollabili. Analizziamo piuttosto cosa implica concretamente il target di 1,5°C in termini di emissioni permesse: ebbene, secondo le più recenti stime dell’IPCC, il budget di carbonio che l’umanità ha a disposizione per avere il 50% di probabilità di non superare 1,5°C è di 550 gigatonnellate (Gt) di CO2 a partire dal 2011, che equivalgono a 10 anni di emissioni al ritmo corrente a partire da oggi. Ma così facendo è come lanciare in aria la moneta e sperare che esca testa. Se vogliamo avere qualche ragionevole chance in più di centrare l’obiettivo, diciamo i due terzi, allora il budget diminuisce a sole 400 Gt e gli anni che restano per consumarlo del tutto scendono a cinque. E’ come dire che potremmo permetterci di andare tranquillamente avanti con lo scenario business as usual fino a tutto il 2020 per poi dover cessare di colpo ogni emissione, cioè in sostanza fermare l’economia mondiale e regredire allo stadio primordiale di cacciatori-raccoglitori o al massimo di bio-agricoltori. In alternativa, ipotizzando una riduzione delle emissioni (neanche tanto soft) del 10% l’anno grazie al rallentamento delle economie emergenti e alla maggiore diffusione delle fonti rinnovabili, guadagneremmo tre anni ed esauriremmo il budget nel 2023, mentre riduzioni ancora più consistenti nel breve termine sono realisticamente possibili solo nella malaugurata ipotesi di un improvviso collasso dell’economia globale o, forse, immaginando una spinta coordinata fortissima verso la decarbonizzazione trainata da un netto ostracismo verso le fonti fossili e da un radicale capovolgimento dei paradigmi che reggono l’economia mondiale. Ma naturalmente, nonostante i significativi passi avanti compiuti, nell’accordo di Parigi non si vede traccia di un simile approccio, ancorato com’è ai timidi programmi di mitigazione volontaria dei singoli Stati (ma poteva essere diversamente?).

C’è dunque qualcuno dotato di senno che pensa che il contenimento a 1,5°C di aumento a lungo termine sia fattibile sulla base di tali premesse? Francamente non credo, a meno che non si compia il salto mortale acrobatico di fare affidamento sull’inaffidabile, cioè su miracolistiche tecnologie a emissioni negative che consentano di ‘succhiare’ la CO2 dall’atmosfera facendone diminuire la sua concentrazione. Così facendo, per contenere l’aumento a lungo termine entro 1,5°C si potrebbe accettare di continuare ad emettere gas climalteranti anche fino ai prossimi venti o trent’anni, potendo in seguito compensare tali emissioni con la CO2 sequestrata.

Ma di cosa stiamo parlando in realtà? Come può essere compatibile con le leggi della termodinamica un processo che catturi dall’atmosfera in maniera efficiente un gas presente ad una concentrazione dello 0,4%? Non è un po’ come voler rimettere un mucchio di vermi in una scatola dopo averla aperta? In teoria secondo gli esperti un sistema ci sarebbe, e la natura anche questa volta potrebbe venirci d’aiuto grazie al prodigio della fotosintesi. Ciò di cui si parla più insistentemente è una sorta di chimera denominata bioenergia combinata con cattura e sequestro del carbonio (BECCS), ovvero la generazione di energia da grandi quantità di biomasse vegetali in impianti dotati di sistemi atti a trattenere la CO2 emessa dalla combustione per poi sequestrarla stoccandola nel sottosuolo. In linea di principio l’idea è valida, ma in pratica gli ostacoli di natura biofisica, tecnica ed economica per uno sviluppo su larga scala di questa tecnologia sono al limite del proibitivo: anzitutto la fattibilità di un sequestro sicuro e duraturo della CO2 nelle profondità del terreno è tutta da dimostrare, e i siti geologicamente adatti allo scopo potrebbero essere insufficienti. Ma ciò che appare più problematico è la necessità di destinare immense distese di terra fertile alle piantagioni da destinare alla BECCS, terra che dovrebbe essere sottratta a quella destinata alle coltivazioni per la produzione di cibo ed avrebbe bisogno come quest’ultima di tanta preziosa acqua. In sostanza dovrebbe aprirsi una competizione fortissima nell’uso dei suoli ancora produttivi, che dovrebbe conciliare almeno tre esigenze vitali per la salute della biosfera e per il sostentamento di una popolazione umana destinata ad aumentare ancora almeno fino alla metà del secolo: produzione di cibo, cattura della CO2, salvaguardia della biodiversità (leggi: tutela di ciò che resta delle foreste primigenie). Il tutto in un contesto di drammatico degrado dei suoli coltivabili causato da pratiche agricole insostenibili e dalle conseguenze già visibili del riscaldamento globale quali la crescente siccità e gli eventi metereologici estremi che dilavano i terreni.

Resto dell’avviso che pensare di affrontare la grandezza della crisi climatica in un’ottica disgiunta dalle minacce altrettanto micidiali della finitezza delle risorse naturali e della sovrappopolazione sia un imperdonabile errore. Il cambiamento climatico non è un mero effetto collaterale imprevisto della crescita economica degli ultimi due secoli, bensì l’esito largamente prevedibile di sciagurate politiche fondate sul totem dell’aumento senza fine della ricchezza, che non sarebbero state realizzabili senza la sistematica rapina di beni naturali non rinnovabili e l’uso sconsiderato del cielo come una discarica.

Non ci facevamo illusioni, sapevamo che la COP21 non sarebbe stato un punto di arrivo. Ai giudici di Parigi che hanno emesso il verdetto di primo grado occorrerà rispondere con ancora maggiore energia, intensificando la mobilitazione perché la sentenza possa essere riscritta a beneficio della speranza di un pianeta ancora vivibile per chi verrà dopo di noi.

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2 pensieri su “Una discutibile sentenza di primo grado e mezzo

  1. Quello che avrebbero dovuto dire: “L’esperimento dell’umanità, denominato “civiltà industriale” e che ha come scopo l’incremento indefinito dei beni materiali, è fallito. Dobbiamo gestire il transitorio verso modelli completamente diversi. La crescita economica è una terribile patologia della Terra”.

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