Pensare localmente, inquinare globalmente

C’era una volta un tempo in cui parlare di ambiente era bello, ed era anche molto trendy. Lo ricordo bene quel periodo, a cavallo fra gli anni ’80 e gli anni ’90, quando da giovane mi avvicinavo con candore alla politica convinto di portare una ventata d’aria nuova nelle fumose e opache stanze dell’amministrazione comunale della mia città (di lì a poco sarebbe arrivata Tangentopoli). In quelle stanze e fra la gente parlavamo di temi come le pedonalizzazioni e la mobilità urbana, l’inquinamento dell’aria e dei corsi d’acqua, i parchi urbani, la raccolta differenziata dei rifiuti, il no al nucleare, alla cementificazione, alla caccia, eccetera. Era il periodo in cui l’Italia, insieme al benessere gonfiato dalla corruzione imperante e dal debito pubblico ma comunque sempre più diffuso, scopriva finalmente i guasti di una crescita industriale caotica e incontrollata. In quegli anni, gli anni rampanti della ‘Milano da bere’ di craxiana memoria, fu istituito il Ministero dell’Ambiente ed entrarono in vigore le prime significative norme per la lotta all’inquinamento, la gestione dei rifiuti e la tutela del paesaggio.

Ricordo che più di qualcuno, all’epoca, mi diceva con aria di sufficienza che l’ambiente sarebbe stato una moda passeggera destinata ad eclissarsi come tante altre mode di quei tempi spesso frivoli. Io scuotevo la testa, ma a ripensarci ora forse avevano ragione. O meglio, avevano ragione se ripenso a molti di coloro che all’epoca erano vicini, almeno a parole, alle posizioni degli ambientalisti, e magari votavano i Verdi nei quali militavo. Per una vasta fetta di costoro, le nostre erano battaglie di modernità e di progresso. L’identikit di queste persone era il più delle volte il seguente: classe media o agiata, scolarizzazione medio-alta, lavoratore con posto fisso. Insomma gente che, avendo soddisfatto esigenze più basilari ed impellenti e disponendo di sufficiente tempo libero, vedeva nelle tematiche ambientali uno strumento per migliorare la propria qualità di vita.

Vennero in seguito gli anni della crisi. Venne il periodo in cui, prima ancora del PIL, cominciava a diminuire in modo palpabile la serenità della gente e la fiducia nel futuro. I tagli crescenti alla spesa pubblica, la disoccupazione dilagante, il tenore di vita che declinava e le pesanti rinunce a cui molti furono costretti fecero apparire le vecchie istanze ambientaliste come un lusso che non ci si poteva più permettere. Del resto, allo smog cittadino ci si era ormai abituati, il parco fluviale tutto sommato poteva attendere, differenziare i rifiuti richiedeva tempo e pazienza, l’edilizia selvaggia non era gradevole a vedersi ma dava occupazione e, per i più spregiudicati o sfortunati, evitare l’allaccio alla rete fognaria, circolare con auto vecchie e inquinanti, cacciare la selvaggina e tagliare gli alberi per farne legna da ardere poteva far risparmiare denaro prezioso, e pazienza se l’ambiente ne risentiva. Parallelamente, la normativa ambientale si affievoliva e le autorità preposte ai controlli chiudevano entrambi gli occhi per non vedere gli scempi che venivano perpetrati. Sono gli anni in cui si verificarono i sotterramenti illegali dei rifiuti tossici e nascevano le terre dei fuochi. Quegli anni, per inciso, non sono ancora finiti.

Insomma, ripercorrendo le italiche vicende degli ultimi trent’anni ci sembra di poter dedurre che benessere materiale, progresso e qualità dell’ambiente vanno di pari passo. Oppure, detta in altri termini, che i ricchi inquinano meno e consumano meno risorse naturali dei poveri. Ma siamo sicuri che sia così?

Molto spesso le cose non sono come sembra, e scoprire l’altra faccia della medaglia può riservare delle sorprese. In questo caso, è opportuno allargare lo sguardo dalla dimensione locale a quella globale ed analizzare cosa è accaduto ed accade al Principe degli agenti inquinanti, la CO2, che sebbene così gradevole al palato quando genera le bollicine nell’acqua frizzante, dovrebbe terrorizzare l’umanità intera per gli impatti micidiali che la sua immissione massiccia in atmosfera sta esercitando sul clima. Perché è così importante la CO2 nel contesto di questo ragionamento? Perché è di gran lunga il principale prodotto di scarto delle attività umane, ed è al contempo forse l’unico agente inquinante che impatta sull’intero pianeta dovunque venga prodotto. Ogni bene risultante dall’attività economica incorpora in sé una certa quantità di CO2 emessa durante la sua produzione e il trasporto, e ciò ha fatto sì che le emissioni di questo gas siano considerate un buon indicatore della ricchezza materiale. D’altra parte, non essendo percepito dai nostri sensi come un inquinante in senso stretto (come tutti sanno, i livelli di CO2 si evidenziano solo con la misurazione strumentale, e l’aumento osservato della sua concentrazione atmosferica non ha alcun effetto nocivo diretto sulla salute), l’aumentata produzione di CO2 non pregiudica di per sé la qualità dell’ambiente delle nostre comunità. Ad esempio, le auto Euro 5 che i più ricchi possono permettersi, riuscendo ad abbattere il particolato e gli altri inquinanti dannosi alla salute molto meglio di quanto non facciano le Euro 2 su cui ancora circolano i meno abbienti, migliorano sensibilmente la qualità dell’aria delle città, ma emettono relativamente poca CO2 in meno per km percorso, peraltro compensata abbondantemente dal maggior numero di km che generalmente i più ricchi percorrono.

Si obietterà che il progresso tecnologico e il benessere diffuso sono associati ad un aumento sensibile dell’efficienza nell’uso dell’energia fossile e quindi ad un disaccoppiamento fra crescita del PIL ed emissioni di CO2: ciò è verissimo, va da sé che gli incrementi dell’efficienza devono essere perseguiti e incoraggiati, ma non dobbiamo dimenticare che, oltre alle implicazioni legate al Paradosso di Jevons, in qualsiasi processo ogni successivo incremento di efficienza è solitamente più piccolo del precedente e più costoso da attuare. Inoltre, c’è un limite fisico al miglioramento dell’efficienza oltre cui non si può andare, e questo limite in molti settori tecnologici è prossimo ad essere raggiunto, come abbiamo visto ad esempio in un precedente post con riferimento al recente scandalo Volskwagen.

Che i progressi nell’efficienza energetica non debbano essere sovrastimati emerge anche da studi recenti recensiti la scorsa settimana da QualEnergia.it, che hanno analizzato i trend delle emissioni di CO2 dei paesi europei. In breve, è emerso che il 23% di riduzione delle emissioni conseguito dall’UE nel periodo 1990-2014 non dice tutta la verità, perché non tiene conto dello spostamento consistente di produzioni (guarda caso, specie le più inquinanti) dall’Europa ai paesi in via di sviluppo avvenuto nello stesso periodo. Insomma non tiene conto delle delocalizzazioni favorite dalla globalizzazione dei mercati, e quindi dell’aumento massiccio delle importazioni, specialmente dalla Cina (ben un quarto delle emissioni cinesi deriva dalla produzione di merci destinate all’esportazione). Dunque la “ricchezza pulita” della prospera Europa è tale solo perché l’inquinamento e il consumo di risorse non rinnovabili sono stati sempre di più trasferiti altrove, in un processo dissipativo globale che contiene l’aumento di entropia nel mondo ricco scaricandolo massicciamente in altre aree del globo.

Approdiamo dunque al nodo cruciale della questione, al peccato originale di una porzione importante dell’ambientalismo vecchia maniera, che consisteva, e spesso consiste ancora, nel pensare al presente e nell’agire localmente dimenticando le ripercussioni a lungo raggio e a lungo termine delle attività umane. Se guardiamo bene, le politiche verdi tradizionali sono apparse per troppo tempo affette da una sindrome NIMBY a diversi livelli, dove, per salvaguardare il consenso, il giardino di casa da preservare poteva ingrandirsi fino a coprire l’intera nazione, spingendosi però raramente a considerare l’intero pianeta come il nostro comune giardino. Questa sottile malattia ha messo al primo posto la qualità dell’ambiente locale relegando ai margini la salute complessiva degli ecosistemi terrestri, il clima e il benessere delle future generazioni.

Forse è per questo che parlare di ambiente globale dicendo tutta la verità oggi non è più tanto trendy…

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