INDC (Importa Niente Del Clima?)

Quasi tutti gli studenti hanno diligentemente svolto i compiti a casa; non sembrano per la verità molto preoccupati del voto che riceveranno, anche perché il professore che li ha assegnati non è affatto severo, anzi sembra più un arbitro che un insegnante, e per di più non sarà lui a mettere i voti e a determinare la promozione o la bocciatura a fine anno, bensì i futuri alunni della scuola. Il tema da sviluppare, inoltre, era piuttosto vago e dava agli svogliati studenti ampia libertà di impostare lo svolgimento secondo i gusti di ciascuno, incoraggiando una prosa accattivante ma vacua e consentendo persino che si truccassero un po’ le carte allo scopo di fare bella figura sui lettori.

Stiamo parlando, come avrete capito, di una classe decisamente fuori dal normale, dove il professore si chiama UNFCCC (la Convenzione dell’ONU sui cambiamento climatici), gli studenti sono “le Parti”, cioè le nazioni, e il compito assegnato è l’INDC, che sta per Intended Nationally Determined Contribution, ovvero l’insieme delle misure che, in vista dell’ormai imminente Conferenza di Parigi, gli stati intendono volontariamente adottare per mitigare i cambiamenti climatici e contenere l’aumento della temperatura entro 2°C.

Più di 140 stati hanno ad oggi inviato i loro documenti all’ONU (per la verità ne mancano alcuni di una certa importanza, ad es. l’Egitto, l’Iran o la Nigeria). Per chi voglia prendersi la briga di leggerli o di curiosare un po’ sul loro contenuto, può farlo da questo link. Già la stringatezza di molti dei testi lascia un po’ perplessi: l’INDC dell’Unione Europea, ad esempio, consta di poco più di 4 paginette, quello della Russia di meno di 3… Ma naturalmente quello che in fondo interessa sono i contenuti e la credibilità degli impegni. Il Climate Action Tracker (CAT), un consorzio di istituti di ricerca indipendenti sul clima, ha condotto una valutazione su base scientifica degli INDC di 32 paesi, che coprono circa l’80% delle emissioni globali di gas serra. Per ogni documento è stata redatta una relazione ed è stato espresso un giudizio sintetico sulla consistenza degli impegni assunti con l’obiettivo dell’aumento entro i 2°C. La buona notizia è che c’è una nazione (l’unica) che ha conseguito un giudizio da ‘paese modello’; la cattiva notizia è che questa nazione è il Bhutan, un minuscolo stato himalayano coperto per il 73% da foreste, che fornisce un contributo del tutto trascurabile al riscaldamento globale. Ma le cattive notizie purtroppo non finiscono qui: il giudizio espresso per gran parte dei paesi è infatti ‘inadeguato’ o ‘medio’, che in entrambi i casi si traduce in una scarsa probabilità di raggiungere l’obiettivo dei 2°C. Ed infatti, sulla base degli INDC esaminati, il CAT conclude che globalmente la somma degli impegni assunti da ciascun paese in termini di emissioni proietta un aumento medio della temperatura di 2,7°C entro il 2100. Chi lo desidera potrà approfondire l’argomento leggendo i report prodotti dal CAT per i singoli paesi; anche The Guardian, che continua ad essere l’unico fra i mass media di un certo peso ad occuparsi del cambiamento climatico, ha pubblicato nei giorni scorsi una simile analisi, corredata da utili grafici interattivi, che potete trovare qui. In questo post proverò ad estrapolare alcune considerazioni e a sottolineare le principali criticità che a mio avviso emergono dalla lettura degli INDC e che confortano le conclusioni sostanzialmente negative del CAT.

Il punto di partenza. L’ONU non ha fornito alcuna indicazione circa l’anno di riferimento per i tagli alle emissioni di gas serra: in particolare, molti stati indicano ancora gli obiettivi di riduzione delle emissioni in percentuale rispetto al 1990, facendo generalmente apparire i tagli più consistenti di quanto sono in realtà se si considera che, grazie alla crescita dei paesi emergenti, le emissioni globali sono aumentate in modo consistente dal 1990 ad oggi.

Il punto di arrivo. Anziché quantificare i target al 2020 o al 2025, la maggior parte degli stati hanno indicato i propri obiettivi di riduzione al 2030, non comprendendo l’urgenza dell’azione e cercando ancora una volta di dilazionare e diluire nel tempo quanto più è possibile la transizione ad un’economia carbon-free. Magari con la speranza che nel frattempo qualche improbabile soluzione geoingegneristica per la cattura e lo stoccaggio della CO2 possa vedere la luce…

Le modalità di calcolo dei tagli alle emissioni. Quasi tutti i paesi in via di sviluppo hanno indicato le riduzioni delle emissioni non rispetto ai valori assoluti dell’anno di riferimento, ma in percentuale rispetto al PIL, o rispetto alle emissioni che si otterrebbero con lo scenario BAU (business as usual), il che ovviamente cambia non poco e induce i più sprovveduti a pensare che si tratti di impegni molto più rilevanti di quanto in effetti non sono. Ad esempio la Cina ha dichiarato di voler ridurre le emissioni di CO2 per unità di PIL del 60-65% rispetto al 2005: non è poco, ma non equivale affatto a dire che ridurrà le emissioni del 60-65%, come pure molti hanno creduto.

Il picco delle emissioni. L’approccio prevalente negli INDC è quello di inserire le misure di mitigazione dei cambiamenti climatici all’interno di un quadro di crescita economica, che non è mai messa in discussione in quanto tale. Coerentemente con un tale assioma, da parte dei paesi in via di sviluppo viene previsto di raggiungere il picco delle emissioni non domani o dopodomani, ma nel 2025-2030, il che è francamente difficile da accettare. E’ indiscutibile che le popolazioni dei paesi emergenti abbiano il diritto di migliorare il proprio tenore di vita; tuttavia, i loro governi non possono perpetrare gli errori commessi dai paesi ricchi continuando ad investire sulle fonti fossili e a perseguire un modello di sviluppo di fatto insostenibile. Anche perché saranno proprio le aree più povere del pianeta a subire gli impatti più pesanti del riscaldamento globale.

Il ruolo delle foreste. Le nazioni più vaste che ancora dispongono di estese coperture forestali hanno inserito nel computo delle emissioni nette il carbonio catturato dalla biomassa vegetale, prevedendo il più delle volte misure non meglio precisate dirette ad espandere le foreste e a proteggere i terreni agricoli e le praterie dalla desertificazione. L’intento dichiarato è dunque quello di voler repentinamente invertire il trend che negli ultimi decenni ha visto inesorabilmente ridursi l’estensione delle foreste, specialmente quelle tropicali. Si tratta con ogni evidenza di impegni molto poco credibili o quantomeno oggettivamente difficili da attuare, specialmente da parte di nazioni la cui crescita demografica accentuerà la pressione sui suoli in grado di produrre il cibo necessario a sfamare un numero crescente di individui.

Il nodo degli aiuti economici. Si tratta di una delle questioni che a Parigi saranno sicuramente oggetto di scontro. I paesi emergenti subordinano l’adozione di obiettivi più ambiziosi di quelli espressi volontariamente all’entità del sostegno economico da destinare al trasferimento tecnologico, che verrà loro fornito dai paesi ricchi. Come biasimarli? Io credo che su questo terreno si misurerà l’effettiva capacità di Europa e USA di condurre la conferenza verso un esito quantomeno non negativo, ad oggi niente affatto scontato, convincendo i paesi riluttanti a sottoscrivere un accordo ambizioso e vincolante in cambio di sostanziosi aiuti. Del resto la lotta ai cambiamenti climatici passa necessariamente attraverso una riduzione delle disuguaglianze e del divario fra chi ha troppo e chi ha fame, sia fra Nord e Sud del mondo sia all’interno dei singoli stati.

Aspettiamo dunque l’esito del consiglio di classe (la conferenza di Parigi) per tirare le somme. Non si può però nascondere la sensazione che si sia ancora piuttosto lontani dal voler realmente “mettere in sicurezza” il clima del pianeta e gli ecosistemi che lo sostengono. Ciò che ci si ostina a non voler accettare è che una semplice deviazione indolore dal paradigma consolidato che guida lo sviluppo economico non è sufficiente ad evitare il peggio. Gli sforzi di mitigazione che saranno attuati potranno forse procrastinare di qualche decennio gli sconvolgimenti più gravi dei sistemi climatici, ma se non si fa strada la consapevolezza che è necessaria una decisa inversione di rotta sul modo in cui produciamo ed usiamo l’energia e se parallelamente non siamo in grado di arrestare il sovrasfruttamento delle risorse del pianeta, la bocciatura delle generazioni che verranno sarà senza appello, e agli studenti verrà persino negata la possibilità di ripetere l’anno scolastico.

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