Lettera a una sindacalista

Gentile Sig.ra Camusso,

Scrivo a lei quale leader del più grande sindacato italiano, convinto del ruolo insostituibile della sua organizzazione nella tutela dei diritti dei lavoratori e nel promuovere i valori di equità e giustizia sociale, troppo spesso messi brutalmente in discussione dai poteri forti dell’economia e della finanza. Le scrivo da privato cittadino senza etichette né bandiere, certo di interpretare l’opinione di tante donne e uomini che hanno a cuore il futuro dei nostri giovani e dei loro figli, messo a repentaglio forse mai come ora nella storia da minacce globali da far tremare i polsi.

Il 2015, anche grazie al messaggio dirompente dell’enciclica papale Laudato Si’, potrebbe essere ricordato come l’anno in cui la consapevolezza degli immani rischi legati ai cambiamenti climatici ha raggiunto una vasta fetta dell’opinione pubblica in tutto il mondo. In Italia, il caldo soffocante della torrida estate appena terminata, la crescente siccità e la violenza degli eventi temporaleschi che hanno colpito molte regioni del Paese hanno fornito una chiara anticipazione degli scenari a cui stiamo andando rapidamente incontro a causa dell’impatto delle emissioni di gas serra nell’atmosfera conseguenti alla crescita impetuosa dell’economia globale avvenuta in particolare dal dopoguerra in avanti.

Ma come lei sa questo è anche l’anno in cui avrà luogo la COP 21, la Conferenza di Parigi promossa dall’ONU nella quale i leader mondiali sono chiamati a siglare un accordo efficace e vincolante per la riduzione delle emissioni e la mitigazione dei cambiamenti climatici. Vi sono grosse aspettative a riguardo; la sensazione diffusa è che questa conferenza rappresenti in qualche modo l’ultima spiaggia, perché dilazionare ancora l’indispensabile riconversione ad un’economia a bassa intensità di carbonio potrebbe essere fatale se è vero che, come molti scienziati pensano, siamo ormai vicini al punto di non-ritorno oltre il quale il riscaldamento globale diventerà irreversibile e devastante. Del resto le esperienze delle passate conferenze sul clima non fanno ben sperare, e le voci che sono circolate lo scorso mese, che parlavano di un pericoloso stallo dei negoziati, fanno temere che queste aspettative potrebbero ancora una volta restare disattese.

Dunque la palla sembra essere in mano ai governi mondiali, ma tutti sappiamo che non basta. Specialmente in questa fase critica è necessario che i governi e i negoziatori avvertano il fiato sul collo della società civile in tutte le sue articolazioni. In più, ci sono cose che i governi non possono o non vogliono fare: un esempio lampante ne è l’ostinazione con cui il Governo Renzi continua a perseguire assurdi piani di trivellazione dei mari e dei suoli italiani a dispetto della forte opposizione di scienziati, enti locali e associazioni ambientaliste. In questa grave situazione, nessuno può tirarsi fuori e ognuno deve fare la sua parte. Tantissimi gruppi di pressione e opinionisti stanno svolgendo un’opera preziosa di sensibilizzazione con iniziative dirette ad accelerare la fine dell’era dei combustibili fossili e ad ostacolare i nuovi progetti di sviluppo di queste fonti energetiche tuttora in atto. Segnatamente, l’autorevole quotidiano britannico The Guardian insieme all’ong 350.org ha lanciato la campagna internazionale Keep it in the ground per indurre istituzioni, privati azionisti e organizzazioni filantropiche a disinvestire dalle fonti fossili, sostenendo che è immorale continuare a finanziare aziende la cui missione è quella di estrarre dal sottosuolo carbone, petrolio e gas che non potranno essere bruciati se si vuole contenere il riscaldamento globale a livelli accettabili. Questa campagna, a cui hanno aderito centinaia di migliaia di persone in vari continenti e che è stata sostenuta persino dall’ONU, ha ottenuto in pochi mesi molte significative adesioni: cito fra tutte la decisione del fondo pensionistico sovrano norvegese, che in giugno ha deciso di vendere diversi miliardi di euro di partecipazioni in aziende legate allo sfruttamento del carbone.

Ma veniamo al sindacato. I fondi pensione complementare a capitalizzazione per i dipendenti privati, derivanti dalla contrattazione collettiva di categoria, gestiscono come lei ben sa una montagna di soldi. Si tratta di denaro versato dalle aziende e dai lavoratori che ritornerà a questi ultimi al termine della carriera lavorativa. I contributi versati vengono investiti fra l’altro nel comparto azionario a cura di gestori specializzati selezionati dagli amministratori dei fondi. Anche le politiche di investimento sono decise dai consigli di amministrazione dei fondi, composti pariteticamente da membri di nomina sindacale e rappresentanti delle organizzazioni di categoria delle imprese.

Ed è qui che lei e i vertici sindacali possono fare molto: quello che le chiedo è di aprire una discussione all’interno della CGIL che conduca ad una chiara presa di posizione in favore del disinvestimento dai titoli legati ai combustibili fossili da parte dei fondi pensione chiusi, sollecitando le altre sigle sindacali a fare altrettanto. I rappresentanti dei lavoratori all’interno degli organismi di amministrazione dei fondi pensione sarebbero così invitati a sostenere questa posizione nell’ambito dei CdA dei vari fondi confrontandosi nel merito con i membri nominati dalle associazioni degli imprenditori. La motivazione etica si accompagna peraltro a fondate argomentazioni di ordine finanziario: l’investimento a fini pensionistici deve per definizione guardare al lungo periodo, dunque come si può definire oculata la scelta di affidare i soldi dei lavoratori ad un comparto industriale ormai chiaramente sul viale del tramonto come è quello legato alle energie non rinnovabili? Del resto vicende recentissime come l’abbandono dei piani di esplorazione petrolifera nell’Artico da parte di Shell (i cui azionisti hanno buttato via 7 miliardi di dollari su questo progetto) fanno chiaramente capire quanto sia rischioso continuare ad investire sulle fonti fossili. Per di più, il perdurare delle basse quotazioni di petrolio, carbone e gas a causa della stagnazione dell’economia globale, unitamente alle forme di disincentivazione e di tassazione delle emissioni che saranno verosimilmente decise a Parigi, non sembrano lasciare molti margini di redditività futura alle aziende legate allo sfruttamento di queste fonti energetiche. A prevenire possibili obiezioni legate ad una presunta non fattibilità della proposta, aggiungo che non sono ravvisabili ostacoli di natura tecnica che impediscono l’attuazione di una scelta mirata di disinvestimento, si tratta solo di volerla realizzare e di fissarne i criteri: come ho già detto, i precedenti in tal senso a cui attingere non mancano.

Gentile Signora Camusso, la crisi della partecipazione che un sindacato sempre più ‘vecchio’ in termini di adesioni cerca di fronteggiare non potrà avere risposte soddisfacenti se si continuano a proporre schemi che appartengono al passato. Attrarre i giovani che oggi si affacciano al mondo del lavoro e i troppi disoccupati alla ricerca di sostegno e di punti di riferimento solidi richiede uno sguardo rivolto al futuro e alle sfide che le nuove generazioni dovranno affrontare. Un’iniziativa come quella qui proposta, a prescindere dall’accoglimento o meno dell’invito a disinvestire da parte dei fondi pensione complementari, è in grado a mio avviso di dare un’immagine moderna al sindacato, che potrà essere percepito non più come un soggetto che si limita a tutelare i suoi iscritti con battaglie circoscritte o confinate in un orizzonte limitato, ma come un’organizzazione inclusiva con una visione di largo respiro e portatrice di interessi diffusi.

Spero pertanto che lei e i dirigenti delle varie federazioni aderenti alla CGIL vorrete attentamente considerare l’opportunità di una tale iniziativa e mi auguro di avere presto un suo riscontro.

Cordiali saluti e buon lavoro

Stefano Ceccarelli

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