Andavo a cento all’ora

A margine dello scandalo Volskwagen e di ciò che ne è seguito vorrei provare a riassumere, senza entrare in inutili tecnicismi, quelle che mi sono sembrate le principali lezioni che si possono trarre da quella vicenda. A mio avviso, esse dovrebbero altresì costituire i punti fermi da cui partire per indirizzare la transizione verso una nuova mobilità realmente sostenibile.

  1. Se vi sono molti potenziali acquirenti per un determinato prodotto, l’industria compirà ogni sforzo per renderlo disponibile, esercitando le opportune azioni di lobbying affinché leggi e regolamenti non frappongano ostacoli o al limite che possano essere in un modo o nell’altro aggirati. Se neanche questo è possibile, si potrà arrivare alla truffa, ma non c’è troppo da scandalizzarsi: è il mercato, bellezza! Ci vogliono allora nuove regole, rigide ed efficaci, non scritte sotto dettatura dell’industria automobilistica e basate su verifiche serie condotte in condizioni d’uso reali.
  2. La tecnologia non è onnipotente, ma si limita a conseguire i progressi possibili sulla base delle leggi della fisica. In altri termini la tecnologia non può prevaricare la scienza, e purtroppo questa è una verità che molti tendono a dimenticare. Nel caso in questione, in un’atmosfera formata prevalentemente da N2 e O2, la formazione di ossidi di azoto (NOx) come sottoprodotti della combustione ad alta temperatura è inevitabile, e la tecnologia può solo fornire gli strumenti per abbattere questi inquinanti ‘in uscita’, naturalmente a patto che l’industria accetti di pagarne i costi.
  3. La combustione ideale, che produce solo CO2 + H2O, non esiste, qualunque sia il carburante fossile impiegato. Il diesel cosiddetto pulito, di nuova generazione, che ha giocato un ruolo importante nella diffusione delle auto di grossa cilindrata, di fatto si è rivelato una menzogna. Non solo per gli NOx. Se è vero, come è emerso da un’inchiesta di Report, che i filtri anti-particolato omologati in Italia non hanno permesso di abbattere le particelle più piccole, le più dannose alla salute, allora si deve riconoscere che ciò che era stato promesso dai costruttori è stato in buona parte disatteso, traendone le debite conseguenze.
  4. In termini di consumi di carburante, non sembrano esserci più margini per una loro ulteriore significativa riduzione impiegando tecnologie mature come quelle basate sui motori a combustione interna. Prova ne è la forbice via via più ampia – fino al 40% – fra i valori misurati nei test e quelli in condizioni d’uso reale, scoperta da uno studio dell’ICCT appena pubblicato. Questo sostanzialmente vuol dire che la mobilità individuale basata sull’uso di automobili come quelle concepite fino ad oggi fa ormai a pugni con la necessità inderogabile di una drastica riduzione delle emissioni globali di CO2.

E’ necessario dunque cambiare strada. Tutto lascia prevedere che siamo alla vigilia di grosse e repentine trasformazioni nell’industria automobilistica, anzi di una vera e propria rivoluzione: aziende innovative come Tesla con le sue auto elettriche sembrano destinate a sbaragliare il mercato e a far apparire molto presto obsoleto l’intero parco auto attualmente in circolazione. Chi non ha creduto a suo tempo al motore elettrico, mancando di visione del futuro, potrebbe presto dover alzare bandiera bianca (ogni riferimento agli illuminati imprenditori nostrani con maglione a girocollo è puramente casuale).

Lasciatemi dire però che la nuova imprenditoria dell’auto elettrica, per sperare in un successo non effimero, non dovrebbe ripetere gli errori dei vecchi costruttori di auto lasciandosi prendere dall’ansia ‘da prestazione’, ma farebbe bene piuttosto a far apparire desiderabile una nuova idea di automobile, dove il mito dell’alta velocità lasci il posto al gusto della lentezza e del silenzio, l’accelerazione al piacere di una guida sobria e dove il confort smodato e le dimensioni esagerate delle vetture siano abbandonati a vantaggio dell’affidabilità, della praticità e di una autentica sostenibilità.

Ma non basta: occorre accettare l’idea che la sostituzione del miliardo e più di auto circolanti oggi nel mondo con un ugual numero di auto elettriche è di per sé insostenibile, se non altro perché rischierebbe seriamente di portare ben presto all’esaurimento delle riserve di litio, l’elemento chiave che costituisce le batterie di nuova generazione. Insomma, la mobilità ‘dolce’ non potrà essere tale se non è accompagnata da una riconversione delle nostre abitudini che ci faccia abbracciare pratiche virtuose come la condivisione (le potenzialità del car sharing sono ancora tutte da sviluppare), l’uso prevalente dell’auto per brevi tragitti (privilegiando il treno per le distanze medio-lunghe), un più diffuso uso delle due ruote in città, avendo sempre a mente che l’automobile serve ad effettuare spostamenti e non ad ostentare il benessere.

A proposito di velocità vs. lentezza e di aggiramento delle norme, mi piace riportare in chiusura una citazione che, sebbene risalga a circa 25 anni fa, sembra essere il commento più appropriato alla vicenda Volskwagen. Si tratta di uno dei più celebri passaggi degli scritti del grande Alex Langer (a distanza di vent’anni dalla sua scomparsa, quanto ci mancano la sua intelligenza e sensibilità…), che i più giovani fra i lettori di questo blog potrebbero non conoscere.

“Sinora si è agito all’insegna del motto olimpico citius, altius, fortius (più veloce, più alto, più forte), che meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà, dove l’agonismo e la competizione non sono la nobilitazione sportiva di occasioni di festa, bensì la norma quotidiana e onnipervadente. Se non si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al contrario, in lentius, profundius, suavius (più lento, più profondo, più dolce), e se non si cerca in quella prospettiva il nuovo benessere, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall’essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso”.

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