Debito su debito, la crisi ci porterà alla deriva

Devo dire che è veramente difficile per me prendere posizione nel variopinto dibattito molto in voga in Europa fra rigoristi (generalmente di destra) e fautori di politiche espansive (quasi sempre di sinistra), e non perché mi piaccia stare democristianamente nel mezzo, ma piuttosto in quanto entrambe le tesi mi sembrano profondamente inadeguate ad affrontare le sfide economiche che abbiamo di fronte. Chi sostiene la linea del rigore ha diverse buone ragioni dalle sue, ma ha il grave torto di stare dalla parte delle banche, della finanza e degli altri poteri forti, che come è noto se ne infischiano dell’equità sociale e dell’ambiente così come di ogni rivendicazione democratica.

D’altra parte, ho sempre visto con fastidio coloro che sognano uno Stato che investe allegramente del denaro che non ha per tentare di risollevare l’economia e creare posti di lavoro, scaricando sulle generazioni future l’onere di pagare i debiti contratti oggi. L’attuale situazione drammatica della Grecia dimostra con tutta evidenza quanto sia stato miope per la classe politica ellenica al potere negli scorsi decenni costruire un benessere drogato dall’indebitamento e non basato su una ricchezza effettiva, arrivando al punto di truccare i bilanci dello stato per mostrare all’Europa una parvenza di solidità economica che non c’era.

Quando si pensa a Paesi con un elevato debito pubblico ai limiti dell’insostenibilità, come l’Italia, non è improprio a mio avviso fare il parallelo con una famiglia che dopo essersela spassata ed aver vissuto per anni da nababbi è costretta ad indebitarsi fino ad obbligare i propri figli a duri sacrifici per ripagare un tenore di vita passato che non ci si poteva permettere. Su scala più grande, si può obiettare che non tutti abbiano beneficiato delle risorse prese a prestito e che una quota di esse sia stata dilapidata in malo modo dai nostri governanti. Verissimo. Resta però la domanda: possiamo davvero pensare che politiche espansive che aggravano il debito pubblico, seppur variamente abbellite da strumenti di finanza creativa, siano giuste e auspicabili? Oppure crediamo che la questione si possa tranquillamente risolvere rivendicando la legittimità di non onorare i propri debiti?

Vorrei provare ad elencare un paio di motivazioni che mi fanno ritenere quantomeno prudente adottare politiche economiche più virtuose e finanziariamente sostenibili. Se guardiamo al futuro, alla crescente instabilità geopolitica, al sempre più problematico approvvigionamento energetico e a tutte le minacce che l’umanità deve affrontare (non ultima quella climatica), un governo oculato dovrebbe garantire la possibilità di tenere in piedi una adeguata rete di protezione per i più svantaggiati e di far fronte alle più disparate situazioni di emergenza che ci si pareranno davanti. Per dirne una, quante risorse dovremmo rendere disponibili per rimediare ai danni causati da alluvioni, frane, siccità e quant’altro sarà verosimilmente veicolato con sempre maggior frequenza dai cambiamenti climatici? Ma dovrebbe anche, sul versante degli investimenti, essere in grado di finanziare e stimolare la creazione delle infrastrutture e delle reti indispensabili per realizzare una riconversione colossale quale è quella dalle fonti fossili alle rinnovabili. Per fare tutto ciò ci vuole tanto denaro, che un Paese che butta via fior di miliardi ogni anno per pagare gli interessi sul debito pubblico farà molta fatica a reperire.

Ma non è tutto, perché c’è una bomba ad orologeria chiamata sistema pensionistico pronta ad esplodere. Come ciascuno di noi sa, la pesante crisi economica che ha colpito il nostro come altri Paesi non ha portato alla disgregazione del tessuto sociale solo grazie al fatto che le pensioni percepite sino ad oggi dagli anziani hanno potuto in parte sopperire alla mancanza di risorse dei giovani senza un lavoro o con un reddito miserevole. Ma cosa succederà fra dieci anni, o anche prima, quando la disoccupazione rimarrà verosimilmente molto alta a causa della globalizzazione, della crescente automazione dei processi e della saturazione dei mercati, mentre le pensioni percepite dagli anziani avranno importi pari alla metà o anche meno di quelle attuali? Come si potrà garantire un reddito non dico di cittadinanza, ma almeno di sopravvivenza, alle crescenti masse di poveri se i nostri creditori continueranno a battere cassa per la restituzione dei prestiti elargiti allo stato?

Last but not least, dobbiamo ricordare che il fardello del debito finanziario non fa altro che aggiungersi ad un altro ben più pesante debito, che è quello che abbiamo verso la Terra, depredata di risorse non rinnovabili e inquinata da prodotti di scarto non riciclabili ad un livello di molto superiore alla capacità della biosfera di rigenerarsi. Entrambi i tipi di debito stanno a ricordarci che nei decenni passati abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità. E allora, se giustamente condanniamo stili di vita e livelli di consumo che richiederebbero di dover disporre delle risorse di due o tre pianeti come la Terra, non possiamo coerentemente pensare che sia fisiologico o tranquillizzante un debito di 1.194,5 miliardi di euro (tale è il debito pubblico italiano certificato in aprile dalla Banca d’Italia).

Anche perché, in un modo o nell’altro, presto o tardi, a meno di una non auspicabile bancarotta, tutti i debiti dovranno essere restituiti. Ma mentre possiamo conoscere le rate di un prestito personale o di un mutuo e attrezzarci di conseguenza, lo stesso non può dirsi per il debito ecologico. Possiamo ahimè solo immaginare che gli interessi saranno molto più pesanti…

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