Il curioso caso degli spaghettini al piombo

E’ di pochi giorni fa la notizia che la Nestlè, dopo l’intimazione dell’authority indiana per la sicurezza alimentare, è stata costretta a portare a distruzione 27.000 tonnellate di ‘noodles’ Maggi, degli spaghettini a cottura istantanea molto popolari in India, a causa della presenza non dichiarata di glutammato e soprattutto per i tassi elevati di piombo riscontrati a seguito delle analisi condotte sul prodotto. Per avere un’idea dell’impatto dell’accaduto, è un po’ come se in un’ipotetica Italia moltiplicata per venti fosse stato ritirato dal commercio l’intero stock di pasta Barilla in circolazione. E’ stato stimato che per completare la distruzione di un tale quantitativo di merce saranno necessari 10.000 autocarri per il ritiro di 4 milioni di scatoloni di merce da quasi 3,5 milioni di punti vendita. Per la distruzione verranno utilizzati sei cementifici dislocati in varie parti dell’India. Il costo stimato di questo immenso recall è di circa 44 milioni di euro, che tuttavia andranno bellamente ad aggiungersi al PIL indiano trasformando come per miracolo una enorme perdita in ricchezza!

Questo evento, di per sé incredibile per le sue dimensioni, mi ha indotto ad alcune riflessioni. In primo luogo, vengono i brividi a pensare all’immane dissipazione di risorse e di energia (in gran parte fossile) richiesta per la coltivazione delle materie prime e per la produzione industriale prima, per il trasporto della merce nei punti vendita e per il ritiro del prodotto poi, fino all’energia necessaria allo smaltimento. E tutto senza aver sfamato nessuno.

Intendiamoci, non c’è dubbio che l’azione di richiamo sia stata necessaria per impedire effetti nocivi alla salute dei consumatori indiani: probabilmente si saranno così evitati molti casi di avvelenamento da piombo o altre patologie più subdole nella popolazione. La questione però è un’altra, ed ha a che fare con la sostenibilità del modello di produzione industriale dei cibi che ingeriamo. Questi alimenti, e specialmente quelli prodotti da multinazionali come Nestlè, più sono prodotti su larga scala tanto più richiedono energia per il trasporto delle materie prime negli stabilimenti, per la produzione in sé e per la distribuzione del prodotto finito fino ad arrivare al consumatore finale. Si assiste a sprechi in tutte le fasi del ciclo di vita del prodotto, non ultimo a livello della grande distribuzione (dis)organizzata, come è stato evidenziato di recente a seguito delle misure intraprese dalla Francia per evitare la distruzione di alimenti prossimi alla scadenza. Si tratta, va da sé, di sprechi ancora più inaccettabili quando si ha a che fare con prodotti destinati a consumatori di Paesi come l’India in cui vi sono ancora vaste sacche di miseria e si soffre la fame.

Una seconda ovvia riflessione riguarda la crescente e in qualche misura inevitabile contaminazione di ciò che mangiamo da inquinanti di tutte le risme dispersi in acqua, terra e aria. Non mi riferisco solo ai rifiuti smaltiti illegalmente, che in qualche modo sono solo la punta dell’iceberg di un fenomeno molto più grande. Se l’attuale modello economico globale non cambia radicalmente, sarà sempre più difficile evitare che i milioni di tonnellate di rifiuti prodotti dall’industria come dai singoli e vomitati nell’ambiente entrino nella catena alimentare e giungano alle nostre bocche. Ma sarà anche sempre più difficile e costoso controllare a 360° la qualità degli alimenti se si vuole ridurre il rischio che casi come quello appena raccontato accadano di nuovo, perché il numero di potenziali contaminanti da monitorare (specialmente di natura chimica) aumenta di giorno in giorno, e l’origine della contaminazione è spesso non facile da determinare quando sono in gioco processi produttivi complessi e materie prime reperite sul mercato globale. In un’economia dominata ovunque dall’imperativo della massimizzazione del profitto, la certificazione dei processi e la qualifica dei fornitori secondo le regole oggi in vigore non bastano più.

Fortunatamente, c’è sempre più consapevolezza delle tante storture del sistema, e diventa sempre più chiaro a molti che la sostenibilità del settore agroalimentare passa per un accorciamento della filiera produttiva e un avvicinamento di questa ai consumatori finali. E naturalmente, per una riduzione drastica a tutti i livelli della produzione di rifiuti.

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