Saldi di fine epoca: i misteri del petrolio saudita

Deve esserci della lucida follia nella decisione delle autorità dell’Arabia Saudita di aumentare la produzione di greggio a livelli mai raggiunti prima d’ora, e ciò proprio in un periodo nel quale le quotazioni del petrolio si mantengono ancora molto basse rispetto solo ad un anno fa.

Veniamo ai fatti: come è noto l’Arabia Saudita, oltre ad essere il paese leader fra i membri dell’OPEC, è oggi il secondo maggior produttore di petrolio al mondo, con valori di greggio estratto di poco al di sotto di quelli della immensa Russia. Tradizionalmente i livelli della produzione saudita venivano variati in modo tale da mantenere relativamente costanti le quotazioni di mercato e da soddisfare all’occorrenza la domanda incrementale mondiale. Ma inaspettatamente, in una situazione di perdurante stagnazione della domanda a causa della crisi economica in atto, negli scorsi mesi di marzo e aprile la produzione saudita si è attestata al livello record di 10,3 milioni di barili al giorno (sì, avete capito bene, milioni di barili al giorno!), il più alto di sempre, superiore di ben 700.000 barili al giorno al dicembre 2014.

Perché questa scelta? Molti osservatori ritengono che i sauditi vogliano in questo modo portare al fallimento l’industria statunitense del tight oil (per intenderci, il petrolio estratto con la micidiale tecnica della fratturazione idraulica o fracking) e quella canadese delle sabbie bituminose, per poter continuare a mantenere la loro posizione oligopolista in futuro. Forse è così, forse c’è dell’altro che è difficile decifrare. Può darsi ad esempio che i sauditi vogliano arrivare alla prossima conferenza ONU di Parigi sui cambiamenti climatici attestandosi su posizioni di forza, nel tentativo di impedire decisioni che limiterebbero i profitti derivanti dall’estrazione del petrolio; oppure che, d’accordo con gli USA, intendano indebolire la Russia, che dipende massicciamente dall’esportazione di petrolio e gas.

Ma è anche possibile che siano stati persuasi in tal senso dai poteri forti della politica e della finanza internazionale, che hanno un disperato bisogno di un massiccio input di energia fossile per sostenere una sempre più improbabile ed effimera crescita economica mondiale, a dispetto dei limiti fisici ed ambientali che giorno dopo giorno diventano sempre più evidenti a chiunque voglia vederli.

E’ francamente sconcertante che un paese come l’Arabia Saudita, che avrebbe le risorse economiche e le condizioni climatiche e ambientali ottimali per cimentarsi sul serio in un programma di sviluppo di tecnologie solari per la produzione di energia pulita, continui a sfruttare i propri giacimenti petroliferi al limite delle proprie capacità produttive, incurante della incombente catastrofe climatica e finanche del progressivo ed inesorabile declino delle riserve giacenti sotto i loro piedi.

Sì, perché il picco del petrolio, che molti paesi produttori si sono già tristemente lasciati alle spalle da anni, è ormai passato anche per i mega-giacimenti sauditi: si noti bene che il 90% della produzione petrolifera di questo paese proviene da soli cinque giacimenti, che da diversi anni richiedono l’iniezione di enormi quantità di acqua marina nel sottosuolo per permettere l’estrazione forzata del greggio. Ma non è tutto: sulla base di una serie di dati, diversi studiosi sostengono che le riserve petrolifere saudite dichiarate siano state deliberatamente sovrastimate, probabilmente con l’obiettivo di tranquillizzare gli investitori e i mercati internazionali.

Del resto, quale trasparenza possiamo aspettarci da una compagnia petrolifera come la Aramco (praticamente l’ENI saudita, interamente partecipata dallo stato e come tale non obbligata a rilasciare informazioni al pubblico né a presentare i risultati di audit indipendenti), ma soprattutto da autorità corrotte di una delle poche nazioni al mondo a non avere un parlamento e ad essere governata da una monarchia assoluta?

ULTIM’ORA: ho appena appreso che il ministro del petrolio saudita, in una dichiarazione di pochi giorni fa, ha sostenuto che il suo paese potrebbe avviarsi verso l’uscita dai combustibili fossili per la metà di questo secolo (ringrazio Luca Pardi per aver condiviso la notizia). Forse sanno già che il loro petrolio è destinato a declinare rapidamente nei prossimi due/tre decenni e hanno quindi deciso di farsi belli agli occhi dell’opinione pubblica mondiale?

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3 pensieri su “Saldi di fine epoca: i misteri del petrolio saudita

  1. La mia idea del tutto personale è che la ragione principale dell’incremento di produzione contro ogni apparente convenienza sia semplicemente la disperazione. La petrocrazia saudita sta in un sempre più precario equilibrio, dipendente in ultima analisi da un aumento molto rapido dei consumi interni. Ma se le esportazioni diminuissero, per loro sarebbe ugualmente la fine. Inoltre, sono impegnati militarmente su diversi fronti e la possibilità di uno scontro diretto con l’Iran per il controllo dei giacimenti iracheni è molto concreta.
    Quanto alla possibilità di uscire dal petrolio per il 2050, mi pare che siamo veramente nel campo della favolistica. Ritengo quanto meno molto improbabile che nel 2050 esista ancora qualcosa che somiglia all’odierna Arabia Saudita.

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