Houston, abbiamo un problema: il metano artico

Il riscaldamento del pianeta non è uniforme: alcune aree, come la calotta polare artica, si stanno riscaldando molto più rapidamente di altre. L’impatto del progressivo scioglimento dei ghiacci sul delicato ecosistema artico è già oggi evidente: ad ognuno di noi vengono in mente le toccanti immagini e i reportage sugli orsi polari, il cui habitat si sta letteralmente sciogliendo anno dopo anno. Ma c’è anche una crescente attenzione verso gli effetti che il riscaldamento dell’Artico potrà provocare sul clima globale, perché ciò che accade in quella regione esercita un’influenza molto rilevante sui sistemi metereologici dell’intero pianeta.

Il concetto chiave per comprendere le minacce che incombono a seguito dell’aumento delle temperature nella regione artica è “retroazione positiva”. Il progressivo riscaldamento è infatti in grado di innescare una serie di fenomeni che non fanno altro che amplificare ed accelerare i mutamenti climatici, in una sorta di micidiale bulimia entropica inarrestabile dagli esiti nefasti. L’elenco che segue descrive brevemente le più note e significative di queste retroazioni positive:

  • La riduzione della superficie ghiacciata determina una minore radiazione solare riflessa ed un assorbimento di calore da parte delle acque dell’Oceano Artico, con conseguente ulteriore aumento della temperatura delle acque e quindi dell’atmosfera;
  • Lo scongelamento delle estese foreste siberiane e del permafrost sottostante sta provocando diffusi e sempre più frequenti incendi, talvolta di dimensioni gigantesche e incontrollabili, come quelli che hanno colpito la regione del Baikal lo scorso mese di aprile (vedi ad esempio qui);
  • Il riscaldamento delle regioni artiche determina il rilascio nell’atmosfera di enormi quantità di metano, che come è noto è un gas ad effetto serra molto più potente della CO2. L’Artico contiene infatti grossi depositi di metano intrappolato sotto forma di clatrati nelle profondità dell’Oceano Artico e nel permafrost, che vengono liberate con l’azione del calore. Questo fenomeno, in particolare, appare particolarmente preoccupante, tanto che più di qualcuno fra gli addetti ai lavori parla ormai apertamente di bomba a tempo:  del resto, le concentrazioni atmosferiche di metano nelle regioni artiche hanno effettivamente registrato un aumento molto importante nel corso degli ultimi dieci anni, e nulla fa pensare che questo trend possa arrestarsi a breve.

Insomma, un grosso guaio. In questa situazione, l’incubo peggiore è che si possa superare il punto di non ritorno, ovvero il punto in cui il cambiamento si autoalimenta e diventa inarrestabile qualunque azione correttiva si attui. Nessuno sa se questo momento è vicino o meno, l’unica certezza è che non c’è altra strada da percorrere al di fuori di una coraggiosa e decisa azione per contrastare la produzione e il consumo di fonti fossili e accelerare al massimo la transizione verso un’economia carbon free.

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